La politica dell’odio che ci sta dividendo

Secondo la Amnesty International, il 2016 è stato il peggiore dagli Anni ’30 in termini di politiche definibili “noi contro loro”, in altre parole di retoriche populiste di politici che fanno gli interessi di gruppi ristretti ai danni della popolazione. Nel rapporto annuale, appena pubblicato, il Segretario Generale Salil Shetty ha dichiarato “Non possiamo più contare sui governi per proteggere i diritti umani, siamo noi a dover agire.”

Le politiche dell’odio, di cui ho già parlato, ci stanno dividendo, stanno infondendo in noi la convinzione che esistano cittadini di prima e di seconda classe, e che i confini geografici corrispondano ai confini razziali, linguistici o addirittura politici e religiosi. Continuare ad ascoltare la propaganda dei personaggi che affollano lo scenario politico attuale equivale a un suicidio, un suicidio del nostro intelletto e della nostra capacità di reagire, come cittadini e come esseri umani contro chi calpesta i diritti umani in nome della “sicurezza nazionale”, come sta succedendo negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi europei. “Una politica aggressiva e divisoria è stata la base della retorica trumpista durante la campagna elettorale Usa, ma questa narrativa dell’odio, della paura e della divisione”, leggiamo sul rapporto della Amnesty International,” è stata adottata da molti altri paesi europei e del resto del mondo.”

La rana più piccola al mondo ci spiega come ci estingueremo

In una remota regione dell’India, nelle Western Ghats Mountains, un gruppo di scienziati ha scoperto una specie di rana piccola come la punta di un dito. La ricerca è durata 5 anni ed è stata pubblicata martedì sul Peer J Medical Sciences Journal. La Rana Notturna Indiana, che ha origini molto antiche, tra i 70 e gli 80 milioni di anni, ha misteriosamente deciso di riapparire e dire la sua sulla nostra evoluzione. Ascoltiamo direttamente dalla sua bocca quello che la ranocchietta mi ha raccontato quando gli scienziati me l’hanno presentata l’altra sera a casa mia…

Rana notturna indiana, risalente a 70 milioni di anni fa
La Rana Notturna Indiana, nata 70 milioni di anni fa, ha dichiarato che la specie umana si estinguerà molto presto.

Allora ranocchietta, ci vuoi raccontare cosa facevi di bello 70 milioni di anni fa? Me la spassavo, c’erano mosche in abbondanza e non esistevano ancora i pesticidi della Monsanto. E adesso, come mai hai deciso di saltare fuori, dopo tanto tempo?, dove sei stata?, che cosa hai fatto per tutti questi anni? Mi sono nascosta e ho osservato gli esseri umani, ho avuto un sacco di secoli per studiare la vostra evoluzione, mentre vi illudevate di essere l’animale più intelligente, noialtre vi abbiamo analizzato a fondo. E cosa avete dedotto? Che non solo non siete i più intelligenti, ma se guardiamo gli avvenimenti storici che vi siete lasciati via via alle spalle, capiamo che siete quasi certamente destinati all’estinzione. Estinzione?! Di più, all’auto estinzione. Che significa, ranocchietta, non capisco? Significa che l’essere umano è l’unica specie animale che non impara dai propri errori e continua a perpetrarli generazione dopo generazione; una volta convivevamo in armonia, ognuno era fedele alla propria natura e ammetteva i suoi limiti rispettando se stesso e gli altri, poi siete arrivati voi che -lo dovete ammettere- siete abbastanza ottusi in confronto per esempio al polipo. Cosa c’entra il polipo? Il polipo c’entra sempre, se non si è evoluto come voi non è perchè è meno intelligente, ma solo per una questione di anni di vita, altrimenti oggi ci sarebbero loro al posto vostro nei parlamenti o alla casa bianca. Lasciamo perdere, non farebbe molta differenza. Ad ogni modo, quando voi siete arrivati avete iniziato a distruggere tutto ciò che vi trovavate davanti, vegetazione, animali, fiumi, montagne, con l’arroganza di credervi i migliori sulla terra, tanto che noialtre ci siamo dette, cazzarola, se questi continuano così, tra un paio di milioni di anni non sarà rimasto un bel nulla! E invece? Invece qualcosa è rimasto, a pensarci bene, ed è per questo che siamo tornate in superficie e io adesso ti sto rilasciando questa intervista (Dimentichi le larve e le zanzare che ti sei fatta promettere. È vero, a parte le zanzare). Ma ti prego, ranocchietta, dimmi cosa si è salvato dalla nostra  arroganza! Mi dispiace Frank, si tratta di qualcosa che devi scoprire da solo, anzi, se adesso te lo dicessi, rovinerei anche quello…

Perché ho scritto Un perfetto idiota

Quello che segue è un estratto della lunga chiacchierata con Giuseppe Iannozzi, riproposta anche da Katia Ciarrocchi, su Libero Libro. Ringrazio entrambi per lo spazio che mi hanno dedicato, e ringrazio anche Gordiano Lupi, che in questo momento sta presentando il mio e gli altri romanzi de Il Foglio alla prima fiera del libro di Firenze, Firenze Libro Aperto.

copertina-un-perfetto-idiotaSi scrive un romanzo perché si ha qualcosa di importante o urgente da dire. Per me, Un perfetto idiota è una dichiarazione di umiltà: umiltà nei confronti di questo lavoro, nei confronti di me stesso come autore e soprattutto come cittadino. Spero infatti che leggere la storia di questo custode senza un nome, che non si prende mai sul serio, aiuti ogni buon cittadino a mettere da parte il proprio ego e iniziare a porsi le domande giuste per reagire a quella che io definirei l’attuale “politica dell’odio”.

La letteratura è sempre stata un vettore per capire le dinamiche del mondo in cui viviamo e imparare ad articolare le proprie opinioni in maniera chiara e empatica. È per questo che amo leggere ed è per questo che ho deciso di scrivere questo libro. Come ha detto il mio amico e collaboratore Antonio Maddamma, questo libro è, come tutti i libri, “un atto d’amore”.

Ho scritto Un perfetto idiota prima di partire per gli Stati Uniti, vivevo ancora in Francia, lavoravo in una casa di affidamento per minori vicino Marsiglia, nell’estate del 2015. La stesura della prima bozza è durata qualche mese di lavoro intenso e frenetico, tranne sotto la doccia, non mi sono mai fermato, neanche mentre dormivo, perché non dormivo, avevo bisogno di raccontare quello che mi stava succedendo, un’esperienza assurda: ero diventato all’improvviso una specie di papà di quindici bambini senza genitori, affidati a me dalle otto di sera alle otto di mattina.

Stavo lavorando come custode notturno vicino Marsiglia, e per caso una sera il mio capo invece di mandarmi nel solito albergo in cui me ne stavo a scrivere le mie storie indisturbato, ha deciso di mettermi in una casa di affidamento in periferia.

Era una struttura enorme, divisa in più settori, un posto isolato in cui una volta si tenevano le sedute spiritiche. C’erano ancora le statuette massoniche sparse dappertutto, alcune senza testa. Senza alcuna formazione mi sono stati affidati quindici bambini tra i 4 e i 10 anni.

I due educatori che smontavano dal turno pomeridiano mi hanno indicato l’armadietto dei medicinali, la cucina, la sala comune e mi hanno detto “Te la caverai, hai fatto un sacco di lavori,” prima di chiudersi dietro la porta con un chiavistello. Il mio compito era quello di controllare che nessun bambino scappasse durante la notte, a quanto sembrava, ma appena il primo è apparso in corridoio con le lacrime agli occhi perché gli mancava la mamma, ho capito che non era esattamente così facile come mi avevano spiegato…

Dopo quel periodo trascorso nella villa dell’Escarène, comunque, ho incontrato altre persone incredibili, don Vito Palladino; Cedril Morel, l’affascinante truffatore parigino; Ciepiela, il falsario polacco, tutti avevano un posto già assegnato nella mia storia, che così è diventata un romanzo.

Le politiche dell’odio

Credo che in questo preciso momento storico, a causa delle cattive amministrazioni politiche e dei loro enormi interessi intrecciati con le grandi compagnie come Google o Apple, ci siamo fatti convincere che è impossibile vivere senza tecnologia, come quando ci è stato insegnato che la Coca-Cola era la migliore bevanda al mondo nonostante ogni paese avesse la sua bevanda tradizionale. Non solo, sempre per colpa della “dittatura tecnologica” soffriamo anche di una strana “malattia dell’ego” e passiamo il tempo a guardarci allo specchio e scattarci foto da soli.

La storia di un uomo che non ha neanche un nome e mette sé stesso alla fine di ogni ragionamento, forse, può insegnarci a concentrarci meno su noi stessi e farci riscoprire la nostra vera bellezza apprezzando prima quella degli altri.

Il comportamento del custode è al limite della sottomissione morale; se ne frega di sé stesso al punto di rinunciare alla propria felicità, ma allo stesso tempo, tra tutti i personaggi di questa storia, lui sembra l’unico ad avere qualcosa da raccontare. Quanto è importante il giudizio altrui e fino a che punto vale la pena fregarsene?

Il 51% degli italiani ha paura

L’ultimo sondaggio sull’immigrazione dai paesi islamici rivela che il 51% degli italiani è favorevole al blocco del flusso migratorio. Si tratta di un sondaggio fatto prima dell’emanazione del cosiddetto Muslim Ban di Trump, eppure si basa sullo stesso principio: chiudere le porte di casa nostra perché abbiamo paura del vicino. A questo punto la domanda che mi pongo è: chi ci ha insegnato ad avere paura?

Ce lo hanno detto i telegiornali, che mettono in prima pagina casi isolati di violenze, oppure i leader politici che confondono la lotta contro le associazioni parassitarie che sfruttano l’immigrazione con l’immigrazione stessa. Oppure è un’idea che ci siamo fatti da soli ascoltando racconti e dicerie passati di bocca in bocca.

Le manifestazioni di protesta che il decreto trumpista ha scatenato ci stanno dimostrando che per fortuna non tutti si sono fatti influenzare dalle politiche dell’odio. Molti cittadini e cittadine sono ancora capaci di porsi queste domande fondamentali prima di puntare il dito contro i migranti e ridurre questa complicata strategia geopolitica a una questione di sicurezza personale o addirittura nazionale. Ma la storia ci insegna che i flussi migratori non sono mai stati un pericolo. Migrazione in un paese civile e democratico vuol dire ricchezza.

Nei decenni scorsi, fin dagli anni ’80 forse, chi arrivava dall’Africa in cerca di lavoro era vittima di un grosso stereotipo in Italia. Ci hanno insegnato il termine “vucumprà” e ci hanno illusi che l’Africa fosse un paese di mendicanti e disperati. Ma sappiamo tutti che non è così, e lo sappiamo perché qualcuno ha protestato contro gli stereotipi imposti dai media e ha esatto la verità.

Oggi sta succedendo esattamente lo stesso. I media e la cattiva politica ci stanno insegnando a odiare, ci stanno costringendo a barricarci dietro muri costruiti con gli introiti tra grosse potenze, e ci stanno illudendo che degli esseri umani siano migliori di altri. Io non so come definire tutto questo se non con una sola parola: razzismo.

Per le stesse ragioni, non comprendo il motivo per cui non abbiamo il coraggio di protestare contro le amministrazioni che vedono nei migranti, da un lato dei potenziali voti, e dall’altro dei capri espiatori da utilizzare per le proprie retoriche populiste.

Juan Rodolfo Wilcock, uomo libero

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(Juan Rodolfo Wilcock; Buenos Aires, 17 aprile 1919 – Lubriano, 16 marzo 1978)

Juan Rodolfo Wilcock era uno scrittore argentino, amico dei grandi Bioy Casares, Jorge Luis Borges e Silvina Ocampo. Ecco come ne parla in una sua nota del 1957: “Borges rappresentava il genio totale, ozioso e pigro, Bioy Casares l’intelligenza attiva, Silvina Ocampo era tra quei due la Sibilla e la Maga, che ricordava loro in ogni sua mossa e in ogni sua parola la stranezza e la misteriosità dell’universo. Io, di questo spettacolo inconsapevole spettatore, ne rimasi per sempre affascinato.”

Già autore di opere apprezzate in Argentina, ha deciso di trasferirsi in Italia negli Anni ’50. Viveva a Lubriano, un paesino non lontano da Porto Ercole, dove è morto il Caravaggio, e dove ha portato avanti la sua attività letteraria lasciandoci un contributo vastissimo, saggi, poesie, romanzi, racconti, numerosi articoli su giornali che lo supplicavano di scrivere per loro, come Tempo Presente, La Nazione, L’Espresso e molti altri.

Wilcock scriveva direttamente in italiano, ciò rendeva il suo stile più “ruvido” e diretto al nocciolo delle questioni. Si occupava soprattutto di ciritche di spettacoli che non vedeva o di recensioni di libri che non esistevano. Roma per lui era lo spunto di riflessione da cui partivano le più divertenti e profonde critiche al nostro paese che io abbia mai letto.

L’humor di questo autore era degno dei grandi della letteratura, ma poiché nella vita privata provava una vera “sprezzatura nei confronti dei beni materiali” le sue opere non sono mai diventate il mezzo per sollevarsi da questa sua situazione, a cavallo tra la miseria e l’immensa ricchezza morale. La sua “sprezzatura” lo ha salvato dalla fame di successo e di ricchezza, una fame che ci insegnano a sentire fin da quando ci mettono i voti nelle pagelle.
Vestiva alla buona e rimaneva rintanato per giorni se aveva qualcosa di interessante da scrivere. La magia del paesino sull’argentario lo aiutava forse. Oppure si trattava di quella certa pazzia di alcuni individui che hanno scoperto il segreto dei meccanismi del sistema in cui viviamo e, proprio per questo, vengono isolati. Nonostante ciò, si è circondato di voci importanti come Alberto Moravia, Elsa Morante, Roberto Calasso, Ginevra Bompiani.

Tre allegri indiani pubblicato dagli Adelphi è un capolavoro. Leggerlo mi ha fatto ricredere su tante sicurezze in cui ci rifugiamo per evitare di pensare umilmente alla sola certezza che la vita ci ha riservato… E non sto parlando di Dio. Per carità!

Le poesie di J. R. Wilcock sarebbero degne dei programmi scolastici dei nostri figli, insegnerebbero loro che oltre agli “ermi colli” e ai “rami dei laghi” l’Italia è fatta di contraddizioni e bugie che iniziano dalle amministrazioni politiche e coinvolgono tutti noi, anche il più onesto:

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

E infine, giacché per vizio o per sfortuna in queste pagine mi occupo più o meno di scrittura creativa e di “infruttuosi” mestieri, non posso evitare di ricordare Il reato di scrivere (Adelphi 2010), un piccolo saggio sul mestiere dello scrittore in cui i critici letterari sono messi alla gogna e i giovani autori saccenti si fanno coinvolgere in battute di caccia in cui la selvaggina è il loro ego smisurato.

Tallahassee marcia contro il Muslim Ban

img_2192Mentre da Seattle arriva la notizia che il giudice James Robart e’ riuscito a far bloccare temporaneamente l’ordine esecutivo del presidente Trump, che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette paesi a maggiornaza islamica, anche i cittadini di Tallahassee hanno fatto sentire la propria voce e hanno marciato contro il Muslim Ban. Un decreto anticostituzionale da tutti i punti di vista.

img_2188I numeri riportati dai giornali locali, come il Tallahassee Democrat, non sono ancora precisi, si parla di centinaia di manifestanti, ma dalle fotografie che ho scattato sembra che a marciare dalla Florida State University allo State Capitol ce ne fossero molti di piu’.

Ai microfoni e ai megafoni si sono alternati img_2217diversi esponenti dei movimenti studenteschi, tra cui l’Unione musulmana della Fsu; l’Associazione studentesca Iraniana; la Comunita’ Lgbt; e l’Islamic Center of Tallahassee.

Tutti hanno sottolineato alcuni principi fondamentali, talmente scontati che l’attuale amministrazione sembra essersene dimenticata: l’America e’ un paese costruito dagli immigrati, sono stati questi ad averla fatta great, e senza di loro non sarebbe la potenza che si vanta di essere in tutto il mondo.

Muslim Ban: Ricercatore della Florida State University bloccato in Iran

L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 27 gennaio impone il divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana.

Official Iranian Student Association at FSU
Official Iranian Student Association at FSU

Gholamreza è un ricercatore di origini iraniane, impiegato presso la Florida State University da più di 3 anni. Il 15 novembre Reza è partito per l’Iran per il funerale di suo padre e adesso è bloccato lì. Le autorità aeroportuali gli hanno impedito di rientrare a casa. Infatti Trump ha dato ordine di sospendere anche i visti di coloro che già vivono e lavorano regolarmente negli USA. Oltre a svolgere in maniera eccellente il suo lavoro e partecipare a numerose conferenze in diversi stati, in questi 4 anni Reza ha messo su famiglia e in questo momento sua moglie è qui a Tallahassee da sola.

Il Preside della Florida State University, John Thrasher, ha espresso in un comunicato ufficale il sostegno agli studenti appartenenti ai paesi che sono stati inclusi nella nuova “policy sull’immigrazione”. E ha sottolineato le caratteristiche che fanno di questa università un luogo di accoglienza e di pari opportunità, a prescindere dalle origini, dalla razza e dal credo. È stato proprio Thrasher ad annunciare la notizia sulla pagina del Center for Global Engagement: “Abbiamo 60 studenti provenienti da questi sette paesi, tra i quali molti sono iraniani; [Reza] è l’unico che si trovava all’estero al momento dell’approvazione del decreto.”

Dennis Schnittker, un portavoce dell’Università, ha dichiarato al Tallahassee Democrat che “stiamo facendo tutto il possibile per garantire supporto a questo studente dal punto di vista accademico e per facilitare il suo rientro negli Stati Uniti.”

Oggi pomeriggio, nel Globe Auditorium, si è tenuto un meeting a porte chiuse tra il Preside Thrasher e i membri dell’Associazione studentesca iraniana della Florida State. Lo scopo dell’ncontro era di scoprire come le sue parole di solidarietà saranno trasformate in azioni pratiche. Thrasher ha infatti sostenuto di aver scritto alla segreteria del Department of Homeland Security per denunciare l’accaduto.

Ho incontrato Farzad Ferdowsi, uno dei responsabili dell’associazione, il quale ha confermato la preoccupazione di decine di studenti che in questo momento non sanno se il decreto sarà prolungato e hanno paura di lasciare gli Stati Uniti.

Nel frattempo crescono le tensioni anche in altre città. Trump ha minacciato di tagliare i fondi statali all’università di Berkeley, dopo la violenta protesta e l’incendio di giovedì che hanno impedito la conferenza di Milo Yiannopoulos, del Breitbart News (un giornale di estrema destra).