La storia d’amore tra un’ex prostituta di settant’anni e il suo primo fidanzato, nel frattempo diventato parroco

(Questa foto di Greta Garbo e Rodolfo Valentino non c’entra nulla con il brano)

«Allora, è qui che hai trascorso metà della tua vita da verginello?»

«Rosario!» disse don Vito, quasi come se fosse tanto grave scherzare dentro la sua chiesa, cosa che lui stesso faceva di continuo, «smettila di fare la stupida!, non sei cambiata affatto…»

«Un’altra frase sentita milioni di volte,» rispose Rosario, la quale era bella proprio perché diceva tutto quello che le passava per la testa, una frase così patetica, sentita in televisione, per strada, letta nei libri, «la vita è piena di non-sei-cambiata-affatto, è una formula trita e ritrita Vito, forse perché in qualsiasi angolo del mondo, anche il più innocente, c’è sempre qualcuno che dice a qualcun altro non sei cambiato affatto, con la vana speranza che questi lo faccia, che cambi e diventi come piace a lui.»

«O a lei.»

La signorina Rosario Rossi era anche un po’ filosofa, una filosofia smussata da anni di strada e appartamenti in affitto, soffitti freddi condivisi con militari e rifugiati, amanti resi felici per pochi minuti prima di ritornare alla propria esistenza priva di emozioni, anni lunghi in cui avrebbe voluto vederlo apparire, prendere una decisione, tirar fuori il coraggio e ritornare da lei. Cosa che, invece, non era stata fatta, perché, soltanto grazie a una bambina sbucata fuori dal nulla, adesso erano lì a parlarne. Ne discutevano come in un’aula di tribunale: lei signor Palladino, quanti anni contava ancora di trascorrere fuggendo?, e lei signorina Rosario Rossi, perché non ha messo da parte l’orgoglio in tutto questo tempo e non ha preso la sua vecchia Marbella, guidato fino a qui e riconquistato il suo uomo come avrebbe fatto qualunque altra donna al suo posto?

Odette, dall’altra parte della porta, ascoltava tutto con vivido interesse, era una lezione di vita, di amore forse, un linguaggio da apprendere e riutilizzare un giorno o l’altro. Le vibrisse del gatto brillavano sotto le candele della chiesa, i suoi occhi chiari erano adesso neri come due palle di carbone, li teneva spalancati perché da un momento all’altro qualcuno di quei santi, uno di quelli sepolti là dentro, figure inquietanti per un gatto, avrebbe potuto scendere dalla sua postazione privilegiata e strapparlo dalle calde mani della sua giovane amica. Odette lo rassicurava, sentiva che era spaventato perché si era irrigidito, gli sussurrava dolci promesse di prosciutto crudo e scoiattoli, gli raccontava l’epilogo della storia, che solo lei conosceva, e, con la pazienza di chi è nato saggio, aspettava che quei due uscissero di lì.

«Non è stato facile tirare avanti da sola, mi hanno lasciato l’appartamento, ma per il resto ho dovuto arrangiarmi.»

«Immagino.»

Vito aveva fissa nella memoria una scena, l’ultima, prima di trasferirsi definitivamente a Padova nel Settantasei, non esattamente romantica. In quel periodo, lui era in seminario, aveva già intrapreso un percorso, ma coltivava intimamente il desiderio di cambiarlo, era come se desiderasse che la spinta arrivasse dall’esterno, da Rosario, perché no! Se lei glielo avesse chiesto, avrebbe lasciato tutto. Era stato allora che si erano incominciati a frequentare, si vedevano il sabato sera, ogni volta che lui riusciva a scappare in centro. Non c’erano mezzi pubblici e in bicicletta era dura, soprattutto d’inverno. Vito aveva pedalato per chilometri, sulle stradine sterrate della vallata, ma non gli era pesato neanche un metro perché ogni volta era stato in visita in quello che poteva definirsi paradiso, e, se era vero che l’altro paradiso, quello terrestre, che stava studiando faticosamente, non lo aveva mai neanche intravisto, in quei rari momenti ritagliati dalle loro esistenze divergenti aveva conosciuto quello. Rosario lo aveva amato e aveva ascoltato le sue promesse, ci aveva creduto con l’ingenuità dei furbi, quella rara mescolanza di incredulità per le parole degli altri proprio perché capaci di formularne di simili, e poi, alla fine, lui le aveva dato la notizia che sarebbe partito, aveva scelto la Chiesa. «Che palle!» aveva detto lei, «tutti uguali questi italiani,» e aveva riso forte prima di ritornare in casa e chiudersi dentro. Una volta vista scomparire la bicicletta dietro l’angolo della stazione, aveva pianto. Forse l’ultimo pianto che ricordava.

Ma cosa pretendeva! Vito aveva visto, aveva visto coi propri occhi il suo corpo, una miscela di colori, rosa, bianco candido, la sua pelle chiara muoversi affannosamente su qualcun altro che non era lui. Era la schiena di Rosario, l’aveva riconosciuta subito, appena aperta la porta della camera da letto. Aveva fatto bene a lasciarla, a scegliere una compagna più fedele.

(Questo brano è tratto da “Un perfetto idiota”, edizioni Il Foglio 2017)

«Eppure,» disse Rosario, un po’ in ritardo forse per mettere qualcosa in chiaro, «c’è una faccenda che non mi hai mai spiegato.»

Entrambi sapevano a cosa o a chi alludesse. «Il figlio del banchiere!» disse lui.

Che cos’era, il titolo di un film? Una commedia leggera dallo sfondo erotico? O il rancore conservato nella gola per trent’anni, una sola parola, anzi tre, figlio, del, banchiere. Se l’era ripetuto un sacco di volte, per convincersi, per capire che non sarebbe stato felice con un’adultera, una professionista del sesso, la quale non si sarebbe accontentata di un solo uomo per volta.

«Lo sapevo, ne ero sicura!, per tutto questo tempo…» Rosario rise, una risata amara, i suoi buffi capelli gialli si mossero leggermente, ma erano immobili come una pianta finta, «quella sera, quando ci siamo visti per l’ultima volta, ricordi?»

«Certo che me ne ricordo, avevi ancora il sudore che ti scorreva sulla fronte.» Vito era diventato cattivo? Voleva farle del male? Offenderla? Forse. Oppure era semplicemente un uomo ferito che difendeva le sue ferite?

«Quella sera, caro don Vito Palladino del cacchio, nel mio appartamento c’era la nipote della proprietaria, attualmente sposata con quello che tu chiami figlio del banchiere e che invece era soltanto il cassiere della banca; non so perché ti sia convinto che fossi io, hai ricreato tutto nella tua testa, è così, ti serviva per partire senza rimorsi; TU mi hai tradita, non io!»

Non è possibile…, si ripeteva il prete, quella eri tu, ne ero certo, stessa pelle, stessi capelli…, per tutti questi anni…

«E poi,» precisò Rosario, «sapevi che ero stata a letto con migliaia di uomini prima di te, che differenza avrebbe fatto?»

«Prima di incontrare me, non mi importava di quello che avevi fatto prima, noi italiani, devi sapere, facciamo una distinzione tra il prima e il dopo.»

«In Argentina è lo stesso!, credi che ci divertiamo a metterci le corna l’un l’altra?!, se stai con qualcuno, stai con qualcuno.»

«Ecco, è quel qualcuno che non mi era chiaro quando ti ho lasciata, perché a me, quello lì, sembrava proprio il figlio del banchiere, e quella sopra di lui…»

«Finiscila!» lo interruppe Rosario, «ti ho detto che non era il figlio, ma solo il cassiere!, e che si trattava della sua attuale moglie, quando vieni a Ventimiglia la prossima volta, te li presento.»

«Dovrò farli voltare per riconoscerli, ma ti ringrazio, accetto l’invito.»

Entrò Odette, aveva fame, era stanca morta, era in piedi dalle sette. Il gatto la precedette, s’infilò sotto il vestito di Rosario e da lì spiò il resto della conversazione.

«Quando arrivano Meli e il suo fidanzato?» chiese Odette.

«Non sapevo che fossero fidanzati.»

«Lo ha deciso lei, non so che fine abbia fatto lui, neanche Meli è riuscita a rintracciarlo.» (Stavano parlando di nuovo di me. Infatti, sebbene quando ero ritornato il telefonino avesse ripreso a funzionare, una volta sceso negli inferi appresso a quei tre, avevo perso nuovamente il segnale).

«Rosario!» disse Vito con fermezza, «dovremo spiegare al tuo amico che non posso mandarlo in nessun paesino del sud, nessuna biblioteca per bambini; non ci sono abbastanza soldi per aprire una biblioteca. Perché mi hai chiesto di mettere in scena questa farsa?»

Odette si stringeva ai fianchi un po’ ingrossati della nonna acquisita e ascoltava bene le sue risposte.

«Ho fatto quello che avrebbe fatto qualunque altra madre, anche se non posso considerarmi una madre modello, ti ho chiesto di mostrargli le fotografie e di promettergli che ce lo avresti mandato per tenerlo lontano dai guai, ma comunque non credo di esserci riuscita.»

5 Maggio, Giornata nazionale contro la pedofilia

Il 5 maggio si celebra la Giornata nazionale per la lotta contro la pedofilia. Il Telefono Azzurro, al fine di “sensibilizzare e prevenire”, pubblica ogni anno i dati degli abusi sui minori, sempre più allarmanti; e denuncia la mancanza di “un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali”.

La parola chiave è denunciare. Bambine e bambini che leggete queste righe, sappiate che potete confidarvi con la persona di cui vi fidate di più e raccontarle tutto ciò che vi sembra strano, innaturale. E se questa persona è difficile da trovare, potete telefonare all’ 1.96.96, il numero del Telefono Azzurro, attivo 24 ore su 24. (Dal 2010 esiste anche una chat online). C’è sempre qualcuno disposto ad ascoltarvi.

Secondo il Ministero della Gustizia e il Dipartimento anticrimine, negli ultimi anni in Italia c’è stato un aumento allarmante dei casi di pedofilia. Le ragioni sono da ricercare, da un lato nell’aumento spropositato e fuori da ogni controllo, dell’accesso a qualsiasi materiale pericoloso per un minore, dai videogames in cui si ammazzano professori e si seviziano compagne di classe, alle chat di cui i pedofili si servono per i primi adescamenti, prima di passare a un incontro fisico; e dall’altro, alla lentezza con cui nelle scuole si stanno diffondendo corsi di educazione sessuale e di sensibilizzazione a tali pericoli.

Senza un’adeguata istruzione, infatti, come possono bambine e bambini riconoscere un individuo potenzialmente pericoloso? Senza considerare, poi, il bigottismo di molte famiglie cattoliche, in cui raramente si parla in maniera esplicita della sessualità e di tutte le insidie che nasconde.

Dai dati Istat, risulta che 7 bambini su 10 navigano in Internet senza alcun controllo e nella maggiorparte dei casi è proprio attraverso siti e chat che cadono nelle insidie dei pedofili.

Nel 2016 i bambini vittime di maltrattamenti e violenze in USA sono stati circa 702.000. Nel 79% dei casi è coinvolto un genitore. Le indagini dell’INTERPOL hanno inoltre documentato un costante aumento di materiali pedopornografici online, soprattutto immagini di bambini e adolescenti scattate a se stessi e condivise con smartphone e tablet. In Italia succede lo stesso. Ma a postare le fotografie di minori, non sono solo i minori stessi, ma soprattutto i genitori, spinti dalla gioia di condividerle e ignari del pericolo cui espongono i propri figli.

Inoltre, in Italia, come si legge sull’ultimo rapporto del Telefono Azzurro, “è ancora in via di definizione la messa in atto di un monitoraggio sistematico da parte di organi istituzionali, che consenta di avere un quadro aggiornato, complessivo ed esaustivo della portata del fenomeno dell’abuso sessuale nei confronti dei bambini e adolescenti”.

L’ambiente ecclesiastico è tra i più inquinati. Secondo l’ANSA, si registrano circa 600 denunce l’anno e “negli ultimi 10 anni sono stati espulsi più di 900 preti da Città del Vaticano”.

Una recente inchiesta di Mediapart, giornale nazionale francese, in collaborazione con Cash Investigation, ha messo a nudo la tecnica di “esfiltrazione” (ovvero, allontanare dai riflettori i responsabili di violenze) da parte della Chiesa cattolica: 39 uomini di chiesa avrebbero perpretato per anni abusi su almeno 339 minori sotto la copertura di 25 vescovi (dei quali 5 ancora in carica). Sui giornali italiani, questa inchiesta è passata inosservata.

Brief Dialogue on Happiness at Augusta University

This is the presentation given at Augusta University, last Wednesday, in front of an interesting group of students and professors. We talked about happiness and we realized that this is the only human passion which will never perish under the modern politics of hate and obsessive competition.

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La ricetta dell’amore

Non tutti sanno che nella mia città natale esiste un ristorante segreto, nascosto tra i vicoli del centro storico, proprio dove a Natale si vendono i presepi e le statuette del bambin Gesù e Pulcinella abbracciati mentre si scambiano la ricetta dell’amore…

Bettina Santignuttolo, lavora come cuoca nel ristorante dell’amore

La cuoca del ristorante dell’amore si chiama Bettina, è una ragazza tutta curve con i capelli biondi e lunghi, e gli occhi neri come il caffè, vale a dire non proprio neri ma pieni di strane ombre luccicanti. Bettina è l’unica cuoca che conosco, che regala le sue ricette al primo che passa, una volta lo facevano tutti, oggi invece sembra che sui loro diari i cuochi custodiscano i codici per attivare il nucleare (che comunque non è che siano in mani migliori) o i numeri della prossima estrazione del superenalotto. A Napoli tutti giochiamo al superenalotto e tutti speriamo in fondo di non vincere, voglio dire, speriamo di vincere ma anche di non vincere troppo perché la nostra condizione di povertà storica è diventata anche il motore scatenante per un’altra ricchezza, quella di cui non si parla sui giornali. Non che al sud siano tutti poveri e straccioni, come raccontano sui giornali, anzi c’è un sacco di gente che se la passa bene, ma io facevo parte dell’altra metà, quella che nei vicoli del ristorante dell’amore si inventava un’esistenza divertente ricreando un mondo immaginifico e rifiutandosi di accettare quello reale.

Il giorno in cui ho incontrato Bettina per la prima volta, eravamo tutti e due in mezzo alla strada, in mezzo alla strada è un’espressione napoletana che non vuol dire letteralmente nel centro della strada ma semplicmente in strada, ed eravamo una da un lato e uno dall’altro di un vicolo stretto e puzzolente, le pareti dei palazzi si tenevano in piedi per scommessa e la luce non si degnava di superare il terzo o il quarto piano, che potevano essere anche intesi come il quarto e il quinto perché tra il secondo e il terzo ci avevano costruito un livello abusivo in cui allevavano i polli e le galline, più galline e meno polli, per non farli litigare. Bettina mi ha visto da laggiù e mi ha chiamato per chiedermi informazioni su come raggiungere il ristorante, era il suo primo giorno di lavoro e non voleva fare tardi; io invece avevo appena finito il mio ultimo giorno di lavoro perché facevo sempre tardi. Sai dove sta questo posto?, mi ha chiesto Bettina. No, ma se facciamo un giro troviamo di sicuro qualcuno che lo sa, iniziamo in quella direzione, vieni con me.

L’ho presa per mano perché con alcune persone non c’è bisogno di fare gli ipocriti e fingere che gli esseri umani siano perfetti e non abbiano bisogno gli uni degli altri. Con alcuni di noi ci si capisce subito, ci riconosciamo e ci prendiamo per mano, consapevoli dell’imperfezione della nostra specie, della sua incompletezza. Andiamo di qua, dai, corri, o farai tardi, ma che cosa c’è là dentro?! Bettina si portava dietro tutti i suoi attrezzi, le ricette dell’amore che aveva inventato erano su un quadernetto tutto sporco di farina e olio di girasoli. Come fai a sapere che è olio di girasoli?, le ho detto. Lo so perché ogni macchia è diversa, come per la gente, dalle macchie che uno ha addosso capisci cosa gli è passato per la testa, funziona proprio così, basta che vedi di cosa è sporco e capisci un mare di cose. Anche quando si è fatto la doccia? Sì sì, la doccia non c’entra niente.

Un vecchietto che vendeva ‘o pèr e ‘o muss, che è una specialità del cibo di strada delle mie parti e significa piede e muso, piede e muso del maiale, mi pare, venduto bollito con sale e limone (il sale si tiene in un corno di mucca con un tappo di sughero sulla punta), questo vecchietto ci ha dato le indicazioni per arrivare al ristorante, era dall’altra parte del centro storico, prima di piazza Dante, dove ogni tanto vendono i libri sulle bancarelle. Perché vendono i libri sulle bancarelle insieme al pèr e ‘o muss (quando Bettina parlava napoletano non si capiva bene quello che diceva, perché il napoletano è una vera e propria lingua e occorrono anni di pratica per saperla pronunciare come si deve). Ormai i libri li vendono dappertutto, anche nei supermercati, negli Autogrill (e come dice un mio amico, quelli sono proprio dei non-libri) e te li buttano dietro gratis, ma la gente li schiva che è una bellezza; siamo diventati dei veri schivatori di libri, potremmo anche proporla alle olimpiadi come nuova disciplina.

Sulle bancarelle, comunque, c’erano libri veri e libri fnti, quelli veri erano scritti da gente onesta, quelli finti erano messi insieme da gente spietata e senza scrupoli. Purtroppo i bambini non sapevano come distinguere le due categorie e per paura di sprecare i soldi della paghetta si accontentavano di cinquemila lire di pèr e ‘o muss, così andavano sul sicuro.

Bettina si è sistemata lo zaino enorme che si trascinava dietro, suonava come un albero di Natale preso per il fusto e strapazzato per far cadere giù i regali e le palline, era pieno di mestoli e formine, fruste, frullatori, tutta roba che si era portata da casa (ha detto che veniva da un paesino in provincia di Santignuttolo, ma quando ho controllato sull’elenco telefonico non c’era nessun posto che si chiamava Santignuttolo), diceva che si trovava solo con la sua attrezzatura personale, perché se una teglia passa per le mani sbagliate il dolce è da buttare. Si è legata bene i capelli, erano talmente lunghi che ha dovuto usare cinque elastici, tutti di colori diversi, come i cinque cerchi delle olimpiadi, e mi ha stretto la mano. Io speravo per lo meno di andarci a letto insieme, dopotutto ero stato gentile e l’avevo accompagnata per tutto quel tempo. Avevo anche portato quello zaino pesantissimo per un lungo tratto, ma si vede che non avevo capito niente della storia delle ricette dell’amore e della consapevolezza della nostra imperfezione di esseri umani.

Quando ci siamo salutati, però, Bettina mi ha fatto un regalo, che forse mi ha reso più felice di una, voglio dire, di una serata insieme, mi ha regalato una delle sue ricette dell’amore. Ma come faccio a usarla, non sono capace neanche a bollire un uovo senza farlo esplodere, e quando esplode un uovo ci vuole una settimana per mandare via la puzza!, le ho detto. Non ti preoccupare Frank, ha risposto Bettina dalla porta del ristorante, tutto quello che devi fare è raccontare questa storia e la gente farà il resto.

(illustrazione di Nastya Cusack)

Tradita con una gallina, fa mettere il marito agli arresti domiciliari

“Ne me quitte pas! Mon amour…”

È successo il 28 agosto scorso a Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino Rouen. Un uomo di 59 anni è stato accusato di “sevizie sessuali ai danni di animale domestico” e condannato a 3 mesi con la condizionale, e a una multa di 1.000 euro. Sua moglie, disgustata, lo ha lasciato.

“Non voglio entrare nei dettagli del dossier – ha dichiarato il giudice – ma ci sono chiare constatazioni sul corpo del gallinaceo”. La vergogna della signora è stata tale da non presentarsi in tribunale per la sentenza; quando ha sorpreso suo marito in flagrante nel garage, con i pantaloni abbassati e la gallina “tra le braccia” la donna ha vomitato e ha chiamato la polizia. Anche il suo avvocato ha riferito ai giudici che “la sua cliente non era presente per la vergogna”.

(Fonte: Le Parisien)

Papa Francesco sotto inchiesta per aver coperto caso di pedofilia

Mentre in Italia continuiamo ad ascoltare i “sermoni” dei nostri giornali, i colleghi francesi di Mediapart rivelano in una inchiesta scoop la “meccanica del silenzio” portata avanti da Francesco e da altri 25 vescovi.

Nessun giornale italiano sta parlando della brillante inchiesta condotta da Mediapart e Cash Investigation: 25 vescovi (dei quali 5 ancora in carica) avrebbero coperto 39 uomini di chiesa autori di abusi sessuali per anni ai danni di 339 bambini e bambine. Un’inchiesta già denominata dai media stranieri lo “spotlight francese”.

Questo sta accadendo in Francia, quindi potrebbe non interessare i lettori italiani. Ma forse può interessarci il caso di padre Grassi, il prete “star” argentino, difeso durante tutta la durata del processo da Papa Francesco, che nel 2010 era arcivescovo di Buenos Aires. Persino dopo la condanna di padre Grassi a 15 anni per l’aggressione di due minori, proprio il pontefice ha ordinato una controinchiesta ed ha continuato a “occultare” prove evidenti. Gabriel, una delle vittime, ha dichiarato di essere stato minacciato e di aver subìto il furto di alcuni dei documenti che provavano la colpevolezza del prete. I giudici hanno ammesso per la prima volta ai microfoni di Cash Investigation che si è trattato di un tentativo di influenza della Chiesa.

Il Papa è dunque al centro di una nuova inchiesta. Ma la Chiesa cattolica continua a “esfiltrare”, ovvero a rimuovere discretamente i colpevoli dai luoghi in cui si trovano e aspettare che tutti dimentichino.

Per evitare scandali e sfuggire alle indagini della polizia, infatti, Francesco e i suoi predecessori hanno fatto trasferire dal 1990 più di 90 preti accusati di pedofilia in mete meno illuminate dai riflettori dei media, come l’Africa e la Nuova Guinea.

Mentre sui giornali italiani vengono ripetuti ogni giorno i sermoni di Francesco e si tessono le lodi di un pontefice che lotta contro la pedofilia e “chiede umilmente perdono alle famiglie delle vittime”, solo grazie a inchieste come quella di Mediapart è possibile rintracciare realmente preti pedofili e scoprire che alcuni di questi continuano a svolgere le loro funzioni indisturbati.

Oltre a difendere padre Grassi, Papa Francesco si è schierato dalla parte del Cardinale Barbarin, anche lui a conoscenza di casi di pedofilia e responsabile di averli occultati.

Perché il Caso Paola Perego non è una novità

La Rai ha appena annunciato la chiusura di Parliamone Sabato, che andava in onda il sabato pomeriggio, dopo che la conduttrice, Paola Perego, ha intavolato un dibattito sul perché “scegliere una fidanzata dell’Est”.

La Rubrica illustrava in 6 punti dettagliati le ragioni per cui gli italiani preferirebbero le donne dell’Est Europa, “Sono sempre sexy, niente pigiamoni”, “Perdonano il tradimento”, e così via; e ricordava, punto per punto, la retorica risorgimentale secondo cui, già a fine ‘800, la donna era dipinta come “angelo del focolare” e “regina della casa”. Un sistema vecchio almeno due secoli, dunque, nato per demonizzare la figura della donna italiana e ridurla a un oggetto obbediente e servizievole.

La Direzione Generale Rai, per bocca del direttore Antonio Campo Dall’Orto, ha reso pubblica questa saggia decisione e ha sottolineato che i contenuti del programma “non erano in linea con il servizio pubblico”, dopo l’esplosione sui Social network per l’indignazione degli spettatori.

Perché non dobbiamo stupirci dell’atteggiamento della Perego. Già nel 2009, la giornalista Lorella Zanardo aveva denunciato in un documentario l’atteggiamento di diversi conduttori Mediaset e Rai, tra i quali proprio Paola Perego, per i contenuti altamente sessisti in programmi come Buona Domenica o Libero, in cui il ruolo (e anche il corpo) della donna era oggetto di umiliazione e veniva proposto secondo canoni di bellezza prettamente fisici. Il documentario in cui si racconta questa visione della donna in Italia era intitolato Il corpo delle donne ed era tratto dall’omonimo libro.