La verità dei poveri

Ad Alessandro Bellucco.

Avevo appena visto i fiumi delle orine sotto la gare di Nice Riquier, odoravano di vino marcio, e mi aveva chiamato qualcuno da Garibaldi perché quella era la mia piazza, una specie di ufficio. Il tavolino dove il mio destino soleva farmi compagnia per molte ore al giorno era occupato dal destino di qualcun altro, così fui costretto a sceglierne un altro.

La piazza era più tranquilla del solito; la puzza dell’orina di Nice Riquier si stava sciogliendo nelle viscere e nei ricordi recenti. Il bar della zozzona era sempre vuoto, l’unico che non aveva ancora cambiato le sedie. Tutti gli altri bar avevano le stesse identiche sedie. Quella sera in place Garibaldi capii che essere un artista poteva non voler dire nulla, oppure poteva significare molte cose, tutto dipendeva dai giorni e dall’amore che ti erano concessi.
I musicisti che si esibivano quella sera la pensavano come me. La gente applaudiva ma non sapeva neanche perché. La gente non sa mai il perché di quello che fa, la gente non ha una coscienza, il loro libro è sempre aperto a caso, il nostro è chiuso ma ogni pagina ci rappresenta come una canzone riuscita bene. Erano in sei, un bambino con un neo sulla guancia, un chitarrista giovane, un chitarrista vecchio, un bassista e un trombettista. Tutti cantavano e si scambiavano gli strumenti; il loro libro era così, aperto a pagine precise. Ecco cosa significava essere uno di loro. Il nero con gli occhiali gialli ballò il tip-­‐tap su una pedana rotonda che si portava addosso come il peso del suo vagabondare. Chissà da dove erano arrivati, mi chiedevo io che avevo il mio stupido ufficio su un tavolino della zozzona. A un tratto anche qualcuno che suonava il sax si unì a loro per un paio di pezzi. Non ho ma saputo se quel sassofonista fosse con loro o li avesse conosciuti quella sera. Non osai chiedere; come potevo! Io, che osservavo il mondo e mi rendevo conto che dopo un po’ di anni non sapevo fare altro.
Ognuno di loro portava con sé una vita piena di ricordi e di piazze, La mia piazza era soltanto l’ultima dov’erano capitati. Ma perché ero finito nel sottopassaggio di Nice Riquier?
C’era da diventare matti. Dei musicisti così, in piedi, ed io seduto! A quanto pare i più vecchi avevano suonato insieme qualche volta, si erano incontrati allo Shapko o in qualche altro jazz bar della vecchia città. I più giovani, quelli, chissà dove li avevano trovati! Il bambino col neo manteneva loro il microfono; avrei giurato che fosse lì apposta per mantenere il microfono agli altri, invece anche lui cantò un paio di canzoni. Aveva la voce sottile di una donna. Il vecchio trombettista era il più intrigante; vestiva di bianco, portava una bandana e una barba che da lontano lo facevano sembrare più vecchio. La sua tromba era ossidata.
Il sottopassaggio di Nice Riquier. Avevo accompagnato un amico, un pittore di Milano. Era stato lui a guardarmi con gli occhi giusti. Bastava trovare gli occhi giusti per sentire quello che ero in realtà. E tutto quello che accadde dopo assunse altri valori, la giusta essenza dell’essere artisti, noi che con un paio di monetine ci compravamo una bottiglia di vino e sapevamo come berla.
La tromba riprese a svegliarmi. I riflessi possono atrofizzarsi, se non c’è qualcuno che te li stimola. Avevo provato quella gioia molte altre volte, era la mia gioia, almeno era mia ed era pura, come quella di una donna e di uno specchio o di un anziano musicista alla sua ultima esibizione. E cosa stavo scrivendo io quella sera? Perché non applaudivo, non li ascoltavo come tutti gli altri, con le orecchie e con gli occhi, ma con le dita e con la carta?
Avevo raccontato al pittore di Milano che dopo tanti anni trascorsi ad osservare gli altri, tutti gli altri, dediti al loro mestiere, io, ormai, non avrei saputo fare molto di più. Non avrei saputo fare nulla. Capivo che potevo essere tutti loro oppure potevo non essere quasi nulla, ora che il libretto era più grasso e niente più nella mia testa. Intanto il ritmo del loro jazz mi teneva in vita; tutti avevano cantato un paio di pezzi e si erano scambiati gli strumenti come donne che non fossero gelose oppure bambini che non avessero più bisogno di un padre. Quanto tempo avevo passato io in quella piazza, allo stesso tavolino o allo stesso libretto, sempre con la carta troppo spessa, che pesava nella pancia ogni volta che giravo di fretta una pagina! Era stata l’orina di Nice Riquier a risvegliare i miei ricordi? O era stato il pittore di Milano col quale avevo potuto parlare senza che ci fosse bisogno di chiedere, e avevo potuto tacere senza temere giudizi? Era la gente normale ad amare il giudizio. Non eravamo gente normale? Che cosa ci facevo adesso a quel tavolino? E non avevo neanche una moneta da offrire ai migliori musicisti jazz mai visti in vita mia!
Avevo parlato col pittore, avevo trovato il mio tavolino occupato e adesso me ne andavo via senza soldi e senza gloria. Loro, i musicisti, avrebbero cenato in qualche brasserie del porto. Ed io, che avevo soltanto saputo osservarli, Dio solo sa se avrei mangiato quella sera. Nel naso continuava a rivoltarsi quel disgustoso odore di vino marcio; mi chiedevo chi in realtà fosse il vero artista. Parola come un’altra, parola vana, che poteva voler dire ogni cosa, infinite rivoltanti nausee di vino marcio, se eri tu a usarla. Mi rendevo conto che un tavolino era soltanto un tavolino e che una tromba era in fondo soltanto una tromba. Avrebbe potuto essere in una vetrina di rue Lepante, o nelle mani del vecchio musicista, o nelle mie, da buona puttana si sarebbe lasciata rigirare da chiunque, riempiendosi di saliva e di note. Che cos’era infine quella piazza? Ormai, dopo secoli di infinite generazioni, di verità già scoperte, ora che tutti sapevano cosa avrei scritto, io, su quella carta?

I musicisti erano una famiglia, io e il mio libretto eravamo una famiglia, io non ero nulla e non sapevo nulla. Se c’era qualcuno in quella piazza che non sapeva niente di niente, ero proprio io. Era chiaro a tutti in quell’epoca, tranne che a me. Descrivevo la loro musica, combattevo la nausea, gli odori disgustosi che sopravvivevano a qualunque forza, anche alle forze benefiche dell’amore. Avrei voluto parlare loro dell’amore, capire in quale forma si manifestasse tra le dita, come mosche che durante un’esecuzione solleticassero ogni cosa dentro e fuori degli strumenti.

Chiunque nel mondo aveva i propri strumenti, eroi e bastardi, non importava se alla fine avrebbero suonato la loro schifosa canzone. E ognuno ne aveva una già scritta ad arte per lui. Fortunati o inconsapevoli? Saperlo era per loro e per me talmente difficile che avrei cercato a lungo una risposta senza trovarla né comprenderla. Che cosa potevo fare io, in fondo, se non continuare a porre domande a quella maledetta piazza? Un bambino capriccioso dentro le mie mani, inascoltato il mio delirio? Chissà quando tutto sarebbe finito, come una magia che non avesse più ragioni, una donna divenuta vecchia, che non ti piacesse più, e tutte le tue avance scritte per anni e anni, il disgusto del vino marcio, dell’orina di Nice Riquier ancora nella pancia, quelle schifose carezze nei tavoli accanto, il rumore dei loro piatti pieni e vuoti, e le penne che ruotavano sempre nello stesso verso. Cosa sarebbe stato un giorno di tutto questo? Loro non se lo chiedevano mai, non se lo saranno mai chiesto, ne sono certo. E lampeggiava sulla mia testa il monitor coi treni in partenza. Il pittore di Milano era partito. Con chi altro avrei parlato adesso? Cos’altro avrei potuto fare, lagnarmi come un pagliaccio senza fiori nel mio stupido tavolino? Chi era davvero un artista? Che cos’era la felicità sotto le raffiche del vino che cadeva dagli alberi e marciva ai miei piedi? A lungo avrei sognato quell’odore. Alla gare di Nice Riquier c’era scritto sulle mura tutto ciò che sarebbe accaduto. Mi sarebbe bastato fermarmi per un momento e leggere. Quel tunnel puzzava di future verità; il mondo si riempiva di insulti, di urla dai toni ridicoli che la gente amava scambiarsi al posto dei fiori. L’odio che infestava le loro gole veniva soffocato dagli applausi, ma soltanto di rado.

Erano partiti; non sapevo neanche se la mia nausea sarebbe servita a qualcosa, forse qualcuno di loro avrebbe smesso di urlare, di parlare di sé, e avrebbe usato le mie parole per qualsiasi cosa. Non ci speravo, ero povero, e i poveri non hanno pretese, forse neanche ambizioni. Infine scrissi che qualsiasi cosa pensassero i poveri doveva essere per forza la verità.