L’impiegato dello studio contabile di Monaco

mercado belemUna volta un amico, del quale non mi è permesso dire il nome, ha lavorato come segretario in uno studio contabile a Monaco. In principio il lavoro è sempre facile; non esistono lavori difficili ma un sacco di gente che li complica. Quando il mio amico, un bravissimo ragazzo che sorrideva sempre, è arrivato allo studio Marchetti & Co, si è ricreduto e adesso vi racconto il perché.

Il mio amico è arrivato alla Marchetti & Co, gli hanno mostrato il suo posto di lavoro, la scrivania, gli indirizzi dei clienti, la lista degli appuntamenti, persino il cassetto segreto con le biro di riserva. Il collega che gli ha fatto quella difficile formazione professionale era un ex soldato senza molti capelli, il quale trattava la spillatrice come il suo fucile; il rumore delle graffette che passavano nella canna lo eccitava e lo faceva sentire un vero uomo.

Dopo tre ore e quarantacinque minuti era arrivato il momento della pausa caffè; forse era anche il momento di orinare. Il mio amico si è alzato dalla sedia che gli era stata predestinata fin dalla sua nascita − nascita in una famiglia povera, la quale non gli ha potuto permettere di realizzare gli studi − e si è preparato un bel caffè americano con quattro zollette di zucchero e un po’ di panna. La panna era quella del Carrefour, non è la migliore ma ricorda le panne della tua infanzia e il seno della mamma se chiudi bene gli occhi. Così, col suo caffè in mano e un occhio all’orologio sulla parete pelosa, si godeva la sua pausa e aspettava che qualche cliente entrasse e gli procurasse lavoro. Nel frattempo lo studio restava vuoto come una scatoletta di alici sarde passata sotto la lingua ruvida di un gatto randagio.

− Lei è quello nuovo?

− Sì, dottor Marchetti; sono quello del quale non si può dire il nome!

− E cosa ci fa con un caffè americano in mano invece di lavorare?

− Aspetto che i clienti entrino per indicare loro la sua porta; consiste in questo il mio lavoro, sempre che non abbia mal interpretato la formazione che mi ha impartito il soldato pelato stamattina alle otto.

− Ecco, guardi che cosa ho trovato: una pila di documenti dell’anno scorso che aspetta di essere catalogati.

− Non si confonda con i verbi: se il soggetto è al singolare, deve coniugare anche il verbo in maniera appropriata. Lei ha detto “la pila aspetta di essere catalogati”. Si dice “catalogata”. Sempre che non voglia trasformare il soggetto usando il “che” come pronome al plurale e cambiando anche il resto in “aspettano di essere catalogati”, riferendosi ai documenti e non più alla pila. Anche se la pila non è altro che l’insieme dei documenti, una specie di sinestesia contabile, quindi se lei fosse un poeta, forse potrebbe dire come ha detto. Lei è un poeta, dottor Marchetti?

− No, io sono il direttore dello studio e lei è qui per lavorare, non per bere caffè e giocare all’abbecedario.

− Esiste ancora la parola abbecedario… Lei è davvero un poeta.

− Guardi, ragazzo del quale non si può dire il nome: ecco un’altra pila di documenti da catalogare. Lasci tutto sulla mia scrivania per le quattro.

− Senz’altro dottor Marchetti! Consideri il mio lavoro come pura devozione alla poesia e alla giustizia. E l’energia dell’amore assoluto continuerà a toccare i nostri crani con le sue mani ossute, benedicendo l’unione dell’anima con il denaro.

[continua]