Gli eteronimi di Fernando Pessoa

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Il libro dell’inquietudine… I critici scrissero di questo testo: è la storia di un libro che non c’è, che proprio per non essere esistito è esistito fin troppo. Fernando Pessoa dedicò almeno vent’anni alla composizione del libro dell’inquietudine. Si tratta di una raccolta di centinaia di frammenti dalla forma diaristica; le note dell’aiuto contabile Bernando Soares, rassegnato al suo destino algebrico, alla mediocrità che la vita da impiegato gli ha preservato. Ogni lettore sensibile proverà l’angoscia, il tedio del personaggio che è in lui, comprendendo quanto ognuno di noi interpreti anonimamente un ruolo nel grande romanzo quotidiano.

Le edizioni sono numerose, ognuna ha seguito una propria logica nell’ordinare gli stralci, eppure v’è un’incompletezza voluta dallo stesso autore? Pessoa non avrebbe mai potuto completare questo libro, poiché non si tratta della storia di un personaggio fittizio, ma di un cosiddetto eteronimo, col quale firmava spesso i suoi scritti, un complesso miscuglio tra un uomo e il suo altro. Ho creato in me varie personalità, diceva l’autore, salvato o condannato dalla letteratura. E da cosa ci lasceremo salvare noi, uomini comuni? Noi dovremmo chiederci innanzitutto a quale categoria di persone apparteniamo. Ogni anima degna di se stessa desidera vivere veramente, scriveva Pessoa in uno dei frammenti, giocando con le lingue che conosceva e le filosofie che accompagneranno la sua intera opera narrativa. Siamo schiavi se ci accontentiamo di ciò che riceviamo; o siamo bambini, se chiediamo sempre di più; oppure folli, se lo conquistiamo. Numerosi passaggi ci faranno riflettere su cosa realmente siamo e che cosa ci renderà davvero felici; siamo protagonisti o spettatori della nostra vita? Il contabile Soares, alter ego di tanti contabili, comprese di essere irrimediabilmente spettatore.

Il libro dell’inquietudine è una di quelle opere capaci di leggerci; un’opera imperfetta, incompleta, eppure unica, come qualcuno che ameremo e riameremo senza mai comprendere. Perché potremo morire se soltanto abbiamo amato.