José Pepe Mujica: Discorso agli intellettuali

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José Mujica con sua moglie, Lucía Topolansky, e la cagnetta Manuela nel loro giardino.

[Fonte]

Cari amici, La vita è stata straordinariamente generosa con me. Mi ha dato infinite soddisfazioni, più di quante ne avrei osato immaginare. Quasi tutte immeritate. Ma nessuna più grande di quella di oggi: trovarmi qui, nel cuore della democrazia, circondato da centinaia di teste pensanti. Teste pensanti! Di destra e di sinistra. Teste pensanti a destra e a manca, teste pensanti per incominciare a coltivare…

Vi ricordate di zio paperone, quel milionario che nuotava in una piscina piena di soldi? Aveva sviluppato una sensualità fisica per il denaro. Mi piace immaginarmi come qualcuno che ami farsi il bagno in piscine piene di intelligenza, di cultura nuova, sapienza nuova. Quanto più sconosciuta, meglio. Quanto meno coincida con il mio piccolo sapere, meglio. Il settimanale Búsqueda esprime questo concetto con una bella frase: “Quello che dico, non lo dico come sapiente, ma cercandolo assieme a voi.” Per una volta sono d’accordo con lei! Quello che dico, non lo dico come contadino saccente, né come un menestrello saputello, lo dico cercandone con voi il senso. Lo dico, cercando un senso, perché solo gli ignoranti credono che la verità sia solida e definitiva, quando invece è appena provvisoria e gelatinosa. Bisogna cercarla, va rincorsa di nascondiglio in nascondiglio. E, povero colui che intraprenda da solo questa caccia! Bisogna farlo insieme a voi, a coloro che hanno fatto del lavoro intellettuale la ragione della propria vita. Con coloro che sono qui e con molti altri che non ci sono.

Se vi guardate intorno, troverete di sicuro delle facce conosciute, si tratta di gente che si occupa di discipline affini alle vostre. Troverete anche molte altre facce sconosciute, perché la regola della convocazione odierna è stata l’eterogeneità. Sono presenti oggi coloro che lavorano con atomi e molecole, o chi studia regole della produzione e dell’interscambio nella società. Ci sono esperti di scienze naturali e di scienze sociali, di biologia e di teatro, di musica, di educazione, di diritto e di carnevale! E, perché non mancasse nessuno, ci sono anche esperti di economia, macroeconomia, microeconomia, economia comparata e persino qualcuno di economia domestica. Tutte teste pensanti, ma che pensano a cose diverse e che possono contribuire attraverso le loro distinte discipline a migliorare il Paese.

Migliorare il Paese significa molte cose, però secondo il tono che daremo a questa giornata, migliorare significa impugnare i processi complessi che moltiplicano per mille la forza intellettuale che è qui riunita. Migliorare il Paese significa che fra vent’anni, un evento come quello di oggi potrebbe avere valore tale che all’Uruguay verranno fuori ingegneri, filosofi e artisti dalle orecchie. Non perché vogliamo un Paese che batta i record mondiali per il puro piacere di averlo, ma perché è dimostrato che, una volta che l’intelligenza acquisisce un certo grado di concentrazione in una società, diventa contagiosa.

Intelligenza contagiosa

Se un giorno riempiremo gli stadi di gente formata sarà perché fuori, nella società, ci saranno centinaia di migliaia di persone che avranno coltivato la propria capacità di pensare. L’intelligenza che disarma un Paese è l’intelligenza contagiosa. È quella che non è soltanto osservata nei laboratori o nelle università, bensì quella che si trova per strada. L’intelligenza che si usa per seminare, per modellare al tornio, per maneggiare un montacarichi, per programmare un computer, o per cucinare, per assistere un turista. È la stessa intelligenza. Alcuni salgono più scalini di altri, ma le scale sono le stesse. I primi gradini sono gli stessi sia per la fisica nucleare sia per lavorare la terra. Per ogni cosa c’è bisogno di uno sguardo curioso, affamato di conoscenza e molto anticonformista. Si finisce per conoscere qualcosa, perché prima stavamo scomodi senza saperla. Impariamo perché abbiamo prurito; ciò si acquisisce per contagio culturale, è come se aprissimo gli occhi al mondo.

Sogno un Paese in cui i padri mostrino il piatto ai propri figli e dicano loro: “Sai cos’è questo? è verdura che processava energia solare e minerali della terra.” O che mostrino loro lo spettacolo del cielo stellato per far loro pensare ai corpi celesti, alla velocità della luce e alla trasmissione delle onde. Ma non preoccupatevi, questi bambini continueranno a giocare al pallone. Solo che, una volta o l’altra, colpendo la palla penseranno all’elasticità dei materiali che la fanno rotolare.

Capacità di interrogarsi

C’è un proverbio che dice: “Non dare del pesce al bambino, insegnagli a pescare.” Oggi dovremmo dire: “Non dare dei dati al bambino, insegnagli a pensare!”

Se continuiamo così, le nostre conoscenze non saranno più conservate nella testa ma fuori, disponibili su Internet. Tutta l’informazione sarà lì, tutti i dati, tutto ciò che si conosce. In altre parole, ci saranno tutte le risposte. Quello che però non ci sarà saranno le domande… Il punto è la capacità di interrogarsi. La capacità di formulare domande feconde, che generino nuovi sforzi d’investigazione e apprendimento. E questo è qui dentro, forgiato nelle ossa della nostra testa, così profondo che quasi non ne abbiamo consapevolezza. Impariamo semplicemente a guardare il mondo con curiosità e questa si trasformerà nella maniera naturale di guardarlo. Si impara presto e ci accompagna per tutta la vita. E soprattutto, cari amici, è contagiosa.

In tutte le epoche siete stati voi a dedicarvi all’attività intellettuale, incaricati di spargerne il seme. Voi siete stati responsabili di accendere un allarme. Per favore, andate e contagiate. Non risparmiate nessuno! Abbiamo bisogno di un tipo di cultura che si propaghi nell’aria, tra le case, che si scoli nei lavandini e arrivi persino nel bagno. […] Si eliminerà l’ignoranza che indebolisce molte persone, una generazione dopo l’altra.

La conoscenza è piacere

Abbiamo bisogno di massificare l’intelligenza, prima di tutto per diventarne più potenti produttori. E questa è quasi una questione di sopravvivenza. Però in questa vita, non si tratta solo di produrre: bisogna anche godere dei profitti. Voi sapete meglio di tutti che nulla come la conoscenza e la cultura può unire sforzo e piacere insieme. Si dice che la gente che passeggia per la Rambla arrivi a un punto in cui entra in una specie di estasi nella quale non esiste più la stanchezza e resta solo il piacere. Credo che con la conoscenza e la cultura succeda lo stesso. Arriva un punto in cui studiare, o investigare, o imparare, non è più uno sforzo ma puro piacere. Che bello sarebbe, se questi manicaretti fossero a disposizione di molta gente! Se nel vassoio che contiene la qualità della vita che il Paese può offrire alla sua gente, ci fosse una buona quantità di beni intellettuali. Non perché sia elegante, ma perché è piacevole. Si gusterebbero con la stessa passione con cui si gusta un piatto di tagliolini. Non c’è una lista obbligatoria di cose che ci fanno felici!

C’è chi pensa che il mondo ideale sia un luogo pieno zeppo di centri commerciali, un mondo in cui la gente è felice perché esce piena di buste con i vestiti nuovi e scatole di elettrodomestici… Non ho nulla contro questa visione; dico soltanto che non è l’unica possibile. Dico che possiamo anche pensare a un Paese in cui la gente scelga di riparare le cose invece di buttarle, scelga un’automobile piccolina al posto di una grande, scelga di coprirsi invece di alzare i riscaldamenti. Sperperare non è ciò che rende matura una società. Andate in Olanda e guardate le città piene di biciclette. Lì vi renderete conto che il consumismo non è una scelta tanto aristocratica. È la scelta dei frivoli e dei novizi. Gli olandesi vanno in bicicletta, la usano per andare al lavoro, ma anche per andare ai concerti o nei parchi. Perché sono giunti a un livello in cui la loro felicità quotidiana si alimenta tanto del consumismo quanto delle materie intellettuali.

Così che, amici, andate e diffondete il piacere della conoscenza. Nello stesso tempo, il mio modesto contributo sarà di cercare di fare in modo che i cittadini vadano in bicicletta!

Anticonformismo

Prima vi ho chiesto di insegnare agli altri ad avere uno sguardo curioso sul mondo, che è nel DNA del lavoro intellettuale. Ora allargo la richiesta e vi prego di diffondere anche l’anticonformismo. Sono convinto che questo Paese necessiti di una nuova epidemia di anticonformismo come quella diffusa dagli intellettuali alcuni decenni fa. […] Dobbiamo recuperare quell’anticonformismo e cercare di piantarcelo sotto pelle!

Prima vi ho detto che l’intelligenza di cui ha bisogno un Paese è un’intelligenza contagiosa. Ebbene, ora vi dico che l’anticonformismo di cui un Paese ha bisogno è l’anticonformismo diffuso. Quello che ha contagiato la vita di tutti i giorni e ci spinge a chiederci se quello che stiamo facendo si possa fare meglio. L’anticonformismo sta nella natura stessa del lavoro che voi fate. La cultura dell’anticonformismo è quella che non ci fa fermare fin quando non abbiamo conseguito più chili per ogni ettaro di grano o più litri di latte per ogni mucca. Tutto, assolutamente tutto, si può fare oggi un po’ meglio di ieri.

Abbiamo bisogno di un’epidemia di anticonformismo. E anche questo è cultura, anche questo si irradia dal centro intellettuale della società fino alla sua periferia. L’anticonformismo è ciò che ha fatto meritare il rispetto a piccole società per quello che fanno. Per esempio gli svizzeri, quattro gatti pazzi come noi, i quali si prendono il lusso di andare in giro a vendere la qualità svizzera, la precisione svizzera. Io direi che ciò che realmente vendono è intelligenza e anticonformismo svizzeri, su cui hanno permeato tutta la loro società.

La strada giusta è l’educazione

Amici, il ponte tra quest’oggi e quel giorno che desideriamo che arrivi, ha un nome e si chiama Educazione.

Badate bene che è un ponte lungo e difficile da attraversare. Perché una cosa è la retorica dell’educazione e un’altra cosa è deciderci a fare dei sacrifici che implichino un grande sforzo educativo da sostenere nel tempo. Gli investimenti nell’educazione sono di lento rendimento, non alletta nessun governo, mobilitano resistenze e obbligano a posticipare altre domande. Ma bisogna farlo. Lo dobbiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti. E bisogna farlo adesso, che ancora è fresco il miracolo tecnologico di Internet e si aprono opportunità mai viste per l’accesso alla conoscenza. Io sono cresciuto con la radio, ho visto nascere la televisione, e dopo la televisione a colori, le trasmissioni via satellite. Poi è successo che nel mio televisore sono arrivati quaranta canali, compreso quelli che trasmettevano in diretta dagli Stati Uniti, Spagna e Italia. Poi i cellulari e poi i computer, che all’inizio servivano solo per processare numeri.

Ogni volta sono rimasto con la bocca aperta. E adesso con Internet la capacità di sorprendermi mi ha sfinito. Mi sento come quegli uomini che videro una ruota per la prima volta. O come quelli che videro il fuoco per la prima volta. Ci si deve sentire fortunati ad aver lasciato una pietra miliare nella storia.

Si stanno aprendo le porte di tutte le biblioteche e tutti i musei; saranno a disposizione tutte le riviste scientifiche e tutti i libri del mondo. E probabilmente tutti i film e le canzoni del mondo. È sconvolgente. Ma c’è bisogno che tutti, soprattutto i più piccoli, imparino a nuotare in questo torrente. Bisogna risalire questa corrente e navigarci come pesci. Ci riusciremo se sarà solida la matrice intellettuale della quale abbiamo parlato. Se i nostri ragazzi sapranno ragionare e porsi le domande che valga la pena porsi. È come una corsa su due piste, su una l’oceano di informazioni, e sull’altra preparandoci per la navigazione transatlantica. Scuole a tempo pieno, facoltà al coperto, insegnamenti terziari rinforzati. E probabilmente, l’inglese fin dal prescolare nell’insegnamento pubblico. Perché l’inglese non è la lingua che parlano gli yankees, è la lingua con cui i cinesi comunicano con il resto del mondo. Non possiamo rimanere fuori. Non possiamo lasciare fuori i nostri ragazzi. Queste sono le fondamenta che ci abilitano a interagire con l’esplosione universale della conoscenza.

Il fatto è che questo mondo non ci semplifica la vita, ce la complica. Ci obbliga ad andare più lontano ed entrare più in profondità nell’educazione. Non c’è materia più grande davanti a noi.

[…] La buona fede è la nostra unica intransigenza. Quasi tutto il resto è negoziabile.

Gracias por acompañarme.