Come affrontare un colloquio di lavoro

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«Allora. Perché si vuole imbarcare? Mi dica.»

Mi ero pettinato tutti i capelli in avanti per sembrare più serio e mi ero messo la stessa camicia del giorno prima per non sembrare uno che non vedeva l’ora di essere comandato a bacchetta. Insomma, erano fatti miei perché volevo imbarcarmi, non mi andava di raccontarlo a lui. Mi facevano male anche le dita. Erano congelate.

Avevo raccontato i fatti miei a un medico lì a Barcellona, un andrologo, una settimana prima, perché mi serviva un suo parere…

Avevo anche un po’ di barba, tutto sommato facevo schifo, così a guardarmi superficialmente. Quella città intanto, nonostante mi stesse ammazzando, mi faceva sentire bene, qualunque fosse il risultato di quell’incontro. Mi chiedevo se partendo a bordo di una nave, tutto si sarebbe ridotto a una scia di schiuma lasciata a poppa. Poi tornai in me e risposi all’incirca così:

«Ascolti, signor selezionatore americano. In vita mia, come può vedere da questi documenti, ho fatto un migliaio di lavori.»

Sbuffando aprì la seconda pagina del mio résumé e lesse: cartello umano, domatore di leoni, astronauta, venditore ambulante di caramelle veneziane, taglialegna, pescatore, contadino, scienziato, massaggiatore di una squadra di volley femminile, lustrascarpe, ingrassatore di saracinesche, gobbo di teatro, paracadutista, assaggiatore, agente segreto, flautista dell’orchestra di Vienna…»

«Quello l’ho fatto solo per un mese.»

«… Stalliere, scalatore, spazzacamino, pugile, burattinaio, mimo, pilota, sommozzatore, speleologo, maestro profumiere, paracadutista. Questo lo ha scritto due volte,» sospirò. «Torero, ragioniere, cuoco…»

Lo interruppi sennò non ce ne saremmo più andati. «Ho bisogno di imbarcarmi sulla sua nave perché devo finire un libro.»

«Un cosa?»

«Sì, un libro, con la copertina, tante pagine e tutto il resto…»

«So che cos’è un libro. Mi prende per un cretino? Crede che io sia venuto qua per perdere tempo!»

«Mi scusi,» finsi di scusarmi, sono sempre stato bravo a fingere di scusarmi, «ma si tratta della storia di un marinaio. Se non salgo su una nave, non saprò mai quello che si prova. Mi capisce?»

«No. Se è uno scrittore, perché non fa lo scrittore? Perché diavolo vuole fare il marinaio?»

«Gliel’ho detto, proprio per fare lo scrittore.»

«Comunque non posso dire alla mia Compagnia che sono venuto fino a qui per perdere tempo.»

«Non lo ha perso! Glielo assicuro. Sono uno che lavora sodo, vedrà. Non me ne starò a bordo con i pollici in mano aspettando la paga.»

«Lei è matto. Spero che ne sia consapevole. Ne ho conosciuta di gente strana, navigo da vent’anni, sono prossimo alla pensione, ma le assicuro che strana come lei non ne ho mai incontrata.»

«Allora, mi darete l’imbarco?» Lo fissai nelle palle degli occhi.

«Abbiamo bisogno di dieci persone sulla Lucky Lady of the Oceans. Spedirò il suo résumé a Genova. Lei è di Nizza, deve passare attraverso il loro dipartimento. Se supererà delle selezioni psico-attitudinali e, naturalmente, dure selezioni fisiche, avrà l’imbarco e scriverà tutti i libri che vuole. Ma si ricordi che a bordo ci sono soltanto uomini e che il lavoro è molto duro.»

Quando disse “molto duro”, mi vennero in mente le gambe della segretaria dello studio medico dove ero stato la settimana prima. Era una bella brunetta con il viso arrossato non so se per l’imbarazzo o per la pressione sanguigna. Ma che ci faceva una così bella in un centro andrologico, a guardare quei vecchi peni malati? Lo sapevo, avevo pensato, questa adesso mi prende per un maniaco sessuale.

Aveva i capelli ricci, un paio di occhialetti molto eccitanti e un camice bianco col quale doveva giocare a fare la dottoressa.

«Lei è qui per vedere il professore? Ha un appuntamento, vero? Rossignol, vediamo…» tic tic tic

«Sì. Mi scusi, forse sono arrivato troppo presto.»

«Non si preoccupi,» sorrise, pensando che la mia fosse una battuta.

«No, guardi. Non volevo fare dell’ironia. Non è per quel tipo di problema che sono qui.»

«Sì, sì, non si preoccupi. Dicono tutti così.» Intanto ridacchiava. Doveva essere molto eccitante avere il controllo delle cartelle cliniche di tutti, su quel monitor riflesso negli occhiali. A quel punto era una questione di principio.

«Le assicuro che il mio problema è un altro. Beh, anche quello mi è capitato in passato. Ma a chi non capita?!»

«Ha visto? Allora è venuto nel posto giusto.»

«Ma no! Il fatto è che da un po’ di tempo ho un fastidio proprio qui, proprio sulla punta. Credo che sia una malattia del Puerto Rico.»

«Ma che diavolo fa? Lo rimetta dentro!»

Intanto si guardava in giro, terrorizzata all’idea che il professore, come lo chiamava lei, uscisse proprio in quel momento e la trovasse in quella situazione, come se l’effetto sorpresa non la eccitasse a morte, ma se lo era cercato lei, non ero entrato in quello studio con intenzioni maniacali, ero lì solo per farmi prescrivere qualche medicina che mi facesse sparire quel maledetto formicolio!

«Lei è completamente matto! È matto da legare!»

«Sì, sì, lo so, lo so. Me lo dicono tutti.»

Gli diede un’altra occhiata veloce e mi disse: «Ecco, prenda questa crema e se ne vada! È soltanto un’irritazione, sparirà in una settimana.»

«Grazie signorina. A buon rendere!» Sollevai il vasetto come un trofeo.

Mentre mi voltavo, mi accorsi con la coda dell’occhio che stava ridacchiando di nuovo. Il suo sorriso fu uno dei più sinceri che abbia mai ricevuto da una donna. Era davvero carina la segretaria del centro andrologico.

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