José Mujica e le cravatte

MujicaTratto da un’intervista di Jude Webber (Financial Times, 16 maggio 2013)

José Mujica ha una visione sobria della vita, ne parliamo con rispetto per la sua età e la sua storia personale – 14 anni in carcere negli anni ’70 e ’80 per essere stato leader del gruppo armato Tupamaro; fughe coraggiose; condizioni brutali di prigionia perché era uno dei nove leader ribelli tenuti in ostaggio con la minaccia di essere uccisi se le azioni di rivolta fossero ricominciate. Ha trascorso più di una decade in isolamento, talvolta rinchiuso in un pozzo con la sola compagnia di una rana e dei topi.

Farebbe a meno degli “accessori feudali” che deve indossare, si lamenta perché costretto a sopportarli. Una fotografia incorniciata che lo ritrae in veste presidenziale, tuttavia, spicca su una mensola strapiena di oggetti nella sua casa col tetto in lamiera. Preferisce non parlare degli anni di rivolta. «Il passato», dice, «è importante perché ci insegna ad affrontare il futuro; adesso ciò che mi preoccupa è il domani».

Mujica, un animo pacifico, conduce uno stile di vita casalingo. La casa in cui vive con Lucía Topolansky, sua moglie, anche lei giovane prigioniera tupamaro oggi senatrice, è molto modesta. Piena di libri, le pareti decorate con quadri colorati. «Non voglio fare un’apologia della povertà», dice il leader di sinistra, «ma non sopporto lo spreco, le spese inutili, l’abuso di elettricità o vivere sperperando. Le persone dovrebbero lavorare per vivere e non il contrario».

«Credo di essere felice perché faccio ciò che mi piace», dice. Questo include coltivare fiori nella sua piccola tenuta in cui lavora ogni mattina, e esprimersi liberamente. «Per tutta la mia vita ho litigato con la cravatta. Che posso farci?! Sono fatto così. Dopotutto, se non puoi cambiare qualcosa, puoi almeno dirlo».