Tango per strada

mauro y ceciliaMentre bevevo un caffè con leche in compagnia di Pablo Lopez, un amico di un’amica che mi mostrerà una zona in cui è meglio non andare da soli, la musica ha iniziato a diffondersi lungo il marciapiede, attorno alle porte di vetro del bar, come vento che entrava dappertutto. Alle nostre spalle, l’acqua continuava a cadere sui lucchetti arrugginiti della fontana, la moda del ponte vecchio di Firenze, la moda degli innamorati, uguale in ogni angolo del mondo. Sull’Avenida passavano gli ominibus e qualche automobile vecchia, ancora qualche goccia superstite dell’immensità di acqua caduta per tutta la notte, rumore di secchi sbattuti sulla porta di casa e sui soffitti di vetro a campana. I due ballerini si sono esibiti sulla terrazza, il pavimento di legno avrebbe cigolato senza il tango, ma il tango, si sa, cancella tutti i rumori, è prepotente e ti obbliga a smettere qualsiasi attività. Lei si chiamava Cecilia Varela, indossava una gonna di raso rosso che non era capace di nascondere le forme perfette delle donne di qui, tutte perfette anche nella umana imperfezione, capelli neri, legati allo stile flamenco spagnolo – guai se mi sentisse! – e una camicetta verde che teneva stretti due seni piccoli e duri, per non farli volare via come colombe, lei, quindi, era una ammaestratrice di colombe; lui aveva gli occhi delle persone buone, portava un cappello francese e, giacché non troviamo gusto a descrivere gli uomini, su di lui non diremo altro. I passanti si sono fermati e i camerieri vestiti da donna, con gonne verdi e attillate, hanno smesso di servire, immobili con i vassoi in mano, mentre la coppia si toccava per finta ripetendo i movimenti precisi studiati negli anni di strada: si guardavano senza gli occhi e si toccavano senza mani, o almeno, questa era la mia impressione mentre il mio stupido sandwich dolce con jamon y manzana diventava duro. Lo stupore è come lo zucchero caldo: quando si indurisce non può più ritornare liquido.

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