Montevideo: Per chi ama la verità

barrio del cerro

Recentemente è stato realizzato un reportage di quarantotto minuti sull’Uruguay. Un giornalista italiano è venuto qui e ha intervistato alcuni imprenditori locali, titolari di aziende vinicole e agrarie, nonché il Presidente Mujica nella sua chacra.

Il reportage della televisione italiana è molto interessante, descrive la vita di chi in Uruguay ha investito soldi e fatica e ne sta raccogliendo i frutti. Il giornalista, inoltre, portava una bella cravatta gialla e arancione e aveva noleggiato una macchina veloce all’aeroporto di Carrasco, con la quale si è potuto spostare anche verso l’interno, e verso le mete turistiche della costa. Per migliorare l’economia di un paese bisogna parlare degli investimenti possibili in modo da invogliare gli imprenditori stranieri a venire qui e spendere i loro soldi. Questo ci è chiaro. Ma ci sono tante altre cose di cui parlare, che non hanno nulla a che fare con l’economia, sono cose di cui nessuno parla. E adesso ve ne parlo io.

La scorsa settimana, per esempio, sono stato nel lato povero della città, nella zona dell’Ippodromo, dove la gente vive in case di mattoni e lamiere, strade intere fatte di mattoni e lamiere, che d’estate ardono come padelle sul fuoco e d’inverno si congelano. I bambini che vivono in questi quartieri, di mattina, non riescono ad alzarsi perché si svegliano congelati, e quando verso le undici il sole incomincia a riscaldarli, finalmente escono a giocare. Non tutti sanno scrivere, molti sanno a stento parlare, per far rispettare i loro spazi usano pugni e morsi. L’umidità raccolta sotto i bassi soffitti durante la notte si trasforma in gocce ghiacciate che cadono sui loro letti per tutto il giorno, e di sera sono costretti a coricarsi nelle lenzuola umide. D’estate, invece, quando le temperature qui raggiungono quaranta gradi all’ombra, le lamiere scottano e in quegli stessi letti ci si scioglie in una pozza di sudore.

Quando un giornalista deve parlare di economia, nel quartiere dell’Ippodromo non ci mette piede altrimenti i turisti e gli imprenditori stranieri non si convincono a venire in Uruguay. Ma io non sono un giornalista, sono uno che sta vivendo questa città con il corpo e con l’anima. Può darsi che a voi non importi nulla delle bidon-ville e della povera gente che va in giro con gli asini e i carri di legno per raccogliere plastica e carta dal fondo dei bidoni dell’immondizia; vederli mentre si tuffano nei bidoni non è bello come vedere i ricchi turisti argentini e brasiliani che si tuffano in acqua a pochi chilometri da qui, sulla spiaggia di Punta del Este.

Mi dispiace per gli imprenditori e per i laureati in economia, ma quando fai lo scrittore come lo faccio io te ne freghi degli investimenti possibili e ti occupi della miseria, perché la maggior parte degli uruguaiani vive nella miseria, vale a dire in condizioni che noi in Europa non siamo in grado di immaginare.

Nel reportage della televisione italiana non hanno neanche parlato del sistema legislativo di questo Paese, e in particolare di una legge che vieta di arrestare i minori di diciotto anni. Ci sono istituti di recupero per i minori, dove per un omicidio si prevedono tre anni, che diventano due se ci si comporta bene, e ancora meno se ci si comporta benissimo. Questi istituti si chiamano INAU, ce ne sono tre a Montevideo, ognuno funziona in una maniera diversa. Quello che ho visitato io è una specie di carcere, ci sono le sbarre alle finestre e si devono dividere i ragazzi per non farli sbranare a vicenda. I cinque impiegati che ci lavorano hanno dovuto frequentare persino un corso di autodifesa prima di essere assunti. In altri istituti per minori – mi hanno raccontato – si usano le droghe, e i ragazzi passano il giorno a letto.

A causa di questa legge a favore dei minori, a Montevideo c’è un tasso di criminalità giovanile molto alto, soprattutto perché gli adulti che vogliono rapinare un negozio o commettere reati anche peggiori, usano i ragazzini, per cui si creano piccole bande di un adulto e tre ragazzi per esempio, in quartieri pericolosi come Marconi o Casavalle. Il mio amico Pablo, che ci lavora, dice che non è facile resistere a lungo nell’INAU, gli impiegati restano al massimo un paio d’anni là dentro; lo stesso vale per le impiegate, se non subiscono prima violenze gravi.

viejo en san carlosCi sarebbero tante cose di cui parlare, basta sedersi al bar e osservare le persone, e le loro storie ti arrivano nelle mani senza che tu faccia alcuno sforzo. Questa è una città piena di storie, c’è molto di più che uno sparuto gruppetto di imprenditori che hanno fiutato affari d’oro e si sono fatti intervistare dalla televisione italiana; l’Uruguay è un paese di gente libera, che non accetta compromessi, ma è anche un paese di donne sole che si realizzano soltanto rimanendo incinta, gravidanza dopo gravidanza dopo gravidanza, talvolta con uomini diversi, e a vent’anni già hanno tre figli; appena il più grande incomincia a camminare ne vogliono un altro, e poi un altro ancora, perché, senza, non sarebbero nulla, soltanto povere e anonime passanti.

[foto 1: Montevideo, Barrio del Cerro; foto 2: stazione di San Carlos]

[Leggi tutte le mie note di viaggio dall’Uruguay, pubblicate sul blog della Lupo Editore]