Follia e pazzia di André Colbert

van gogh a metàdi Andrea Sartori

Nel capitolo sesto del celebre L’io diviso (Londra, 1959), intitolato Il sistema del falso io, lo psichiatra scozzese Ronald D. Laing scriveva che «l’ “io interiore” fantastica e osserva: osserva i processi della percezione e dell’azione. L’esperienza non tocca direttamente questo io». L’io interiore, responsabile tanto d’una produzione immaginaria sana, quanto delle possibili derive psicotiche del pensiero, ha la caratteristica di soffermarsi, di indugiare, sui processi della percezione. Da un simile interrogarsi, da una simile riflessività, non scaturisce sempre, tuttavia, un’esperienza lineare, identica per ogni donna e ogni uomo.

André Colbert, il pittore protagonista del romanzo di Frank Iodice Anne et Anne, ad esempio, è incline a trasfigurare il percepito e il ricordo in oggetti pronti a essere incorniciati in un quadro. Pensando alla moglie – in uno dei tanti documenti che destrutturano la trama dell’anomalo romanzo di Iodice – egli dice: «Rivedo il suo volto riflesso nei vetri del mio studio; è un ritratto già pronto nella mia testa». Nella qualità di questa percezione, anzi, di questa sua rielaborazione, v’è non poco dell’inquietudine e dell’incongruità proprie dell’allucinazione, dell’innaturale fissità assunta dalle immagini ingannevoli, illusorie. Questa è la tonalità di un altro lacerto del sistema percettivo di Colbert: «ho visto passare un vecchietto dall’aria pulita con un cappotto chiaro e un berretto come quello che indossava (…) papà. Io non ho visto i suoi occhi perché li teneva nascosti, ho solo visto lo strano modo di scavalcare la siepe e avvicinarsi continuando a tenere immobili le spalle». È la sensibilità fenomenologico-esistenziale dello psichiatra Marcel Fontaine, d’altra parte, a liberare André da una contenzione manicomiale non priva d’intenzioni criminali e a illustrare la distinzione tra la follia (sostanzialmente sana) dell’artista e la pazzia patologica del malato. Sottile è la linea di confine che separa la prima dalla seconda, e che presidia la fondamentale fragilità dell’esperienza umana.

A questa linea di confine, pensava Laing quando nel capitolo de L’io diviso intitolato Le basi fenomenologico-esistenziali di una scienza delle persone, scriveva che esiste «un modo particolare di impazzire (…), una transizione (…) da un modo schizoide (ma sano) a un modo psicotico di essere nel mondo».

Non mancano, nel libro di Iodice, altri impliciti riferimenti alla teoria e alla pratica d’una psichiatria riformata, in cui l’esperienza della follia è collocata in un contesto di vita che contribuisce, almeno in parte, a renderla comprensibile. Il ripetuto comparire del nome di Van Gogh, ad esempio, è anche un obliquo rinvio a quanto Karl Jaspers scrisse del pittore olandese, nel suo libro seminale sul rapporto tra disagio mentale e creatività, Genio e follia. Strindberg e Van Gogh (1922).

In conclusione, però, più delle doppie identità, delle coincidenze, delle disturbanti improbabilità che affliggono l’esistenza di André Colbert, a inquietare davvero – nel racconto lungo, o romanzo breve di Iodice – è lo sguardo collaterale lanciato sulla società in cui si svolge la vicenda narrata. Una società attraversata dagli interessi pervasivi – a loro modo patologici e derealizzanti – di una multinazionale dell’entertainment, del marketing, dello show business.

Come definire, se non in termini maniacali e paranoidei, un’Impresa che inventa professioni assurde e new jobs del tutto parassitari? Memorabile il tizio inviato nei cinema a luci rosse con l’incarico di scrutare in volto la reazione degli spettatori, e di inviare report dettagliati sulla product experience all’ufficio del corporate marketing (per una panoramica sulle professioni di nuovo conio, a volte tanto improbabili da sortire involontari effetti farseschi, mi permetto di ricordare uno smilzo librino che il sottoscritto ha curato non molto tempo fa, L’inventalavoro. Guida alle professioni creative e innovative, 2012).