La Catedral del Tango

MilongaPubblicato su Egregio Editore

Da giovane facevo il rappresentante di prodotti per la scuola, un mestiere divertente perché avevo sempre a che fare con i bambini e non avevo alcun bisogno di trattenere le risate, potevo ridere tutte le volte che mi pareva. Ma non voglio parlarvi del mio lavoro, né dei bambini che a quest’ora saranno già a letto. Vorrei parlarvi, invece, di una donna che conosco e, più precisamente, del giorno in cui ci siamo incontrati. Eravamo a Buenos Aires, io avevo quattro penne blu nella tasca interna della giacca, lei stava cucinando la carne; ascoltò per gran parte del pomeriggio le mie storie da cartoleria, e, se ne avete voglia, adesso ne racconto una anche a voi.

Se ci riuscissi, vi parlerei di quella capacità che ha una donna di guardarti solo per un secondo e dirti, in quel secondo: sì, tutto quello di cui stai parlando da un’ora è certo, ma avresti potuto evitarlo, avresti potuto guardarmi così! Soltanto che, così, un uomo non è capace di guardare nulla. Che cosa è capace di fare, allora? Il mondo è nelle loro mani, mani sempre piccole come quelle dei bambini, mani leggere quando le prendi per tenerle strette e dimostrare quanto sei macho stasera; ti accorgi del freddo soltanto quando le sue carezze sono finite.

Lei profumava di tartufo e aveva quella grazia speciale delle donne di una volta, una maniera tutta sua di parlare e muovere la lingua; la lingua è ciò che muove le parole! Nomi antichi e bocche rosa, senza i tremiti tipici delle ragazze del sud. La sua pelle era rossa perché quel pomeriggio era stata nel Botanico e si era addormentata sul prato, sotto il cartello che diceva: per favore, non calpestate l’erba. I cartelli non sono mai convincenti perché la gente a volte si comporta come i criceti, non legge le scritte e guarda soltanto i disegni. Aveva ricevuto sole e carezze, entrambe le cose facevano arrossire le brave ragazze. La sera in cui ci eravamo incontrati era fine maggio, l’inverno era alle porte e il cielo pieno di luci senza teste. La terrazza della pensione era sommersa dall’aura serale di Buenos Aires, quella dei palazzi che ci circondavano e facevano da spettatori silenziosi alla nostra commedia. Lei era più giovane di me, aveva iniziato un viaggio per scoprire il mondo e mi guardava come se il mondo lo avessi io! Lavorava in un Caffè colombiano di calle Thames, Palermo Soho, il quartiere dei locali notturni e dei balconi fioriti. La prima volta che andai a trovarla mi sorrise e non disse nulla perché anche io, a pensarci bene, dovetti fare lo stesso. Ci eravamo incontrati in quella pensione, dunque, e avevamo mangiato la parrilla con le mani e bevuto vino rosso che macchiava come sangue; nel petto dovevamo averne ancora un po’ perché dopo essere entrato lo sentii bruciare, era caldo e bruciava come una vendemmia fatta male, con l’uva acerba che punge i piedi. Il giorno prima portava gli occhiali, erano occhiali piccoli da giornalista o da lettrice, mi avevano fatto pensare a quelli di qualcuno dei miei ricordi d’infanzia, ero cresciuto nelle redazioni dei giornali, con mio padre, e avevo incontrato numerose persone che portavano occhiali simili. I ricordi funzionano così, vedi qualcosa che hai già visto e ti illudi di conoscere già una persona, di averla incontrata in un’altra vita, o simili idee folli che ti aiutano a non ammettere la componente meccanica della tua testa.
Quel posto comunque era caldo. Il calore non si sente subito, è come un cattivo pensiero che sceglie il modo migliore per insinuarsi tra quelli buoni. Le pareti illuminate da lampadine costose quanto invisibili, alcuni libri pessimamente selezionati prendevano polvere in un angolo; io mi sedetti in quello opposto. Lei si avvicinò subito, proprio come un’amica che ti accoglie in casa, ma alle sue spalle c’era il proprietario del bar, seduto nella posizione dei proprietari dei bar, che pensano di essere i proprietari di tutto, il quale la guardava come se gli appartenesse e ci potesse giocare soltanto lui. Forse io non ero autorizzato a giocare. I suoi occhi, senza gli occhiali da giornalista, erano più belli. Solitamente quegli aggeggi valorizzano lo sguardo perché ti obbligano a cercarlo dietro al vetro e si sa che una cosa che cerchi, poi, una volta trovata, ti sembra persino più bella. Lei però, nel suo Caffè, e senza gli aggeggi di cui sto parlando, aveva occhi più sorridenti e più azzurri. Le variazioni di colore sono soggettive, i colori stessi lo sono, dipende da chi li guarda e da chi è il proprietario degli occhi. Non vi dirò il suo nome, non serve a nulla, né il mio, che non vi importerà tanto perché sono solo il narratore di questa storia che potrebbe anche non essere capitata a me, e, se così fosse, sarebbe almeno più interessante perché il protagonista potrebbe anche essere morto oppure in un ospedale con una gamba e la testa rotte. A me, comunque, piaceva tanto il suo viso mentre leggeva gli ordini nel computer portatile sul bancone, era una maniera per mostrare altri colori che normalmente non si vedono, come tutti quelli che ci interessano.

Prima di partire, avevo cenato un’ultima volta con mia moglie nel nostro bar preferito, quello nel parco, con le tende e le sedie blu, dove i colombi e i gabbiani litigavano per il pane. Vincevano sempre i gabbiani! Avevamo parlato del tempo e dei chilometri, gli argomenti più prostituiti su tutti i tavolini dei bar di mezzo mondo, e mia moglie mi aveva detto: se torni, non ci lasciamo più. Che cosa significava, non ci lasciamo più? Era un messaggio che racchiudeva altri messaggi, le donne sono brave a mettere un messaggio dentro l’altro, matriosche della comunicazione, scatole cinesi francesi, mescolatrici di paesi, allora. E io ero rimasto per un’ora a pensare a quella frase, prima di partire per il Sud America. Avevo comprato un volo, mia moglie non sapeva che il volo era di sola andata. E, se lo sapeva, era bravissima a fingere di non saperlo, soprattutto quando mi aveva detto: se torni, non ci lasciamo più.

Nel Caffè di calle Thames, comunque, capii che potevo fare due cose: tornare in Europa e non lasciare più mia moglie, oppure rimanere lì per capire di che colore fossero quegli occhi davanti al computer. Nella vita di uno che non sa neanche come si chiama, prendere una decisione così importante non doveva essere semplice. Nessuna decisione lo è, altrimenti non si chiamerebbero così; le decisioni sono roba per persone decise. Lei intanto mi guardava, mi sorrideva e io non sapevo perché fossi in quel bar. Non sapevo neanche perché stessimo parlando del tempo e dei chilometri, ma non come l’avevo fatto con mia moglie. Si può parlare della stessa cosa in tanti modi diversi, questo lo sanno anche i bambini, anche quelli che si sentono bambini per tutta la vita.

Eravamo stati con il naso all’insù tutti e due, su quella terrazza senza il pavimento. Le luci dei palazzi più alti erano bianche e azzurre, ma ormai mi è chiaro che per quanto riguarda i colori è meglio non ostinarsi con i dettagli; dirò d’ora in poi che le luci erano forti o che gli occhi erano accesi, così eviterò di cadere nel tranello che io stesso mi tendo ogni volta che ripenso a quella sera. Il palazzo della pensione era molto antico, risaliva al secolo scorso, una di quelle case coloniali con il patio al centro, sviluppate in maniera simmetrica e così naturale che mi veniva da chiedermi perché tutte le case non fossero così; eravamo tra le piante di bambù, si sentiva la puzza della ruggine di cui era ricoperta la parrilla, la arrostivano su quei ferri che da anni dovevano stare sotto la pioggia, avevamo mangiato carne e ruggine e il sapore era persino migliore di quella uruguaiana. Gli uruguaiani e gli argentini erano in continua competizione, la gente litigava per qualsiasi cosa, per la parrilla, per il tango, o per la maniera di servire il mate e di berlo. Erano tutti dei succhiatori d’erba, ma per i primi si trattava di erba fina, selezionata minuziosamente, la mettevano solo su un lato del mate e ne lasciavano sempre una parte asciutta per recuperare il sapore con la bombilla; per gli altri, invece, l’erba doveva essere completamente sommersa dall’acqua e non si doveva mai muovere la bombilla. Erano dei pazzi, a me il mate piaceva ma lo prendevo da solo, a modo mio, soltanto di rado mi univo a un gruppo. Quella sera, per esempio, lo avevo condiviso con lei, glielo avevo servito bollente e le era piaciuto molto.

Di fronte alla pensione, all’angolo della strada, c’era una lavanderia cinese, sembrava una gabbia, era sempre chiusa con le sbarre, ma ci andavo spesso perché la proprietaria era una donna simpatica, rideva con la facilità degli orientali, i quali pare che lo facciano per nascondere le loro vere emozioni, e, a pensarci bene, è quello che facciamo anche noi. Ogni volta che le lasciavo i miei vestiti, me li lavava e stirava in poche ore e, essendo da sola in quella gabbia, mi domandavo come facesse perché un’intera parete era piena di sacchetti pronti come il mio, ordinati per numero. La cinese della lavanderia era la mia migliore amica, con lei mi divertivo quasi come con i bambini nelle cartolerie, le davo sempre la mia penna per riempire il foglietto con il mio nome e, sotto il nome: deve ventotto pesos. Le due parti del testo insieme diventavano una frase sensata e portarla con me nella tasca mi inorgogliva perché era il risultato di due mani diverse che avevano riempito un foglietto così piccolo mentre ridevamo come matti.

Nel Caffè di calle Thames, comunque, parlammo anche di letteratura, c’era una fotografia di Borges che ce ne diede il pretesto; era una foto che lo ritraeva fiero, sicuro di quello che aveva in mente prima ancora di prendere la penna in mano, e accanto alla sua faccia c’era una frase che doveva aver scritto poco prima di morire. Parlava di possibilità e di nuove vite. Quell’uomo aveva avuto la fortuna di finire su una parete di un Caffè del barrio Palermo, ritratto poco prima di morire, a ottantacinque anni, assieme al suo desiderio di rinascere e amare tutto ciò che non aveva potuto amare nella sua prima vita!

Il proprietario la mandò fuori a occuparsi di due signore appena arrivate, che sedevano da sole e guardavano il menù senza leggerlo; è facile capire se qualcuno guarda un menù senza leggerlo, perché non muove gli occhi, fissa una pagina e pensa ai fatti suoi, oppure fa finta e in realtà sta guardando altrove con la parte viva delle pupille. Mi piaceva come lei teneva la voce bassa e dava all’ambiente il calore di cui mi ero accorto entrando; era merito suo, io lo capii più tardi. La voce bassa delle ragazze mi ricorda i racconti che mi leggeva mia madre quando non conoscevo ancora la corrispondenza tra le parole e le immagini. Rimasi per un po’ a chiacchierare con il ritratto di Borges mentre si occupava dei clienti e mi sorrideva ogni volta che mi voltavo verso di lei. Erano le sette e mezza passate, il locale chiudeva alle otto, di fronte a me c’era una ragazza di Buenos Aires che aveva ordinato un caffè-latte con più latte e meno caffè. Le rioplatensi erano meravigliose, possedevano il portamento elegante di una ballerina russa e il corpo eccitante delle latine, che in altre epoche mi sarebbe senz’altro parso perfetto. Quel pomeriggio, però, mi venne l’idea che la perfezione non fosse affatto interessante. Nel frattempo, il ricordo della sera precedente sulla terrazza della pensione continuava a mescolarsi con ciò che avevo davanti. Era come se tutti i discorsi in sospeso stessero riprendendo forma, anzi, si trattava di occhi e di lingue, non soltanto di discorsi!

Oltre a farle pulire il bagno e gettare l’immondizia, il proprietario non trovò più nulla da ordinarle. Mi guardò nel riflesso della vetrina mentre lavava qualcosa in fondo al locale. Alle otto, finito il suo turno al Caffè, sarebbe andata in calle Sarmiento, nella Catedral, un ristorante all’interno di una vecchia chiesa, dove si pagavano trenta pesos per mangiare vegetariano e ballare il tango. Io non lo so ballare, mi disse, ho preso soltanto una lezione mesi fa. Da quanto tempo sei in Argentina?, le domandai in francese. Da qualche anno, disse, da quando ho lasciato Lyon. E la tua prima vita? E la mia prima vita… Quando parlammo di prime vite, mi ritornarono in mente Borges e mia moglie, entrambi abili manipolatori di parole. Se torni, non ci lasciamo più. Un caffè-latte con più latte e meno caffè. Lezioni di tango in una chiesa trasformata in ristorante. Nella mia testa, in tutte le sue parti, meccaniche e animali, c’era senz’altro una gran confusione.

Erano tempi difficili per le teste di chi viveva lontano da casa; si sfioravano peccati come fiori di lavanda a primavera, potevi camminare nei prati viola e tenere le mani alte fino a quando non ti facevano male e eri costretto a rimetterle giù, o potevi anche restartene a casa, nessuno ti obbligava a partire. Ma partire, si sa, sembra sempre una specie di obbligo da assolvere quando, da solo, nel tuo letto, nessuno te ne assegna. È strano, mi dissi, in questo posto mi sembra di esserci già stato; doveva trattarsi di un’altra falsa immagine che si sostituiva ai ricordi. Mi sentivo, a tratti, di nuovo bambino nelle braccia di una donna che poteva essere mia madre o qualsiasi altra, importava soltanto il suono di quella voce, così leggero da sentirlo già dentro la testa senza passare per le orecchie. Così doveva sentirsi Borges quando aveva scritto: sono una di quelle persone che vivono la propria vita proficuamente e in maniera sensata. Il rumore della penna di Borges – che doveva essere di sicuro una penna blu, con la punta a sfera, leggera e sottile, e che doveva tenere molto vicino al naso mentre scriveva quella frase – si sentiva di nuovo insediarsi nella sua voce bassa, che portava con sé molte cose di cui lei era ignara.

Aveva un corpo che la sera prima mi era sembrato fatto in un modo e, adesso, in un altro, come se si trattasse di due donne simili ma diverse, due sorelle, due bambine che giocavano a trasformarsi agli occhi di un altro bambino. Portava i capelli legati, una treccia piccola le accarezzava il viso, gliela guardavo e mi piaceva, e a lei, a sua volta, piaceva che sorridessi alla sua treccia. Mentre saliva al piano di sopra, la spiai senza che se ne accorgesse, s’intravedevano le mutandine sotto i pantaloni corti. Vieni alla Catedral?, mi chiese prima di andare su. Il proprietario aspettava che si muovesse; lei aspettava la mia risposta. Ma non potevo correrle dietro come un fidanzatino, così le dissi che ci sarei andato dopo il tango, solo per bere qualcosa con un collega di Cordoba che vendeva le enciclopedie. Ok, rispose, ci vediamo lì. Tu balli il tango? Non posso, avrò da lavorare. Sarà una buona scusa per non ballare con nessuno, perché io conosco solo te. Ma la Catedral è piena di belle ragazze che aspettano qualcuno con cui ballare!, mi disse. Meglio stare attenti allora, il tango è pericoloso. Pericoloso?!, mi chiese, non capiva. Le accarezzai una mano, non so perché lo feci, e risposi: ti racconto più tardi. E aggiunsi un’ultima cosa prima che sparisse con il secchio e la scopa: ti ho portato questo, dagli un’occhiata. Lo prese e lo guardò per un po’, in quel momento ebbi l’impressione che stesse decidendo qualcosa, non sapevo esattamente cosa, ma ne ero sicuro. Se lo infilò nella tasca del grembiule, che diventò più stretto. I pantaloni corti, dei quali si vedeva solo la parte posteriore, diventarono più belli. Fu allora che capii un’altra cosa riguardo alla perfezione dei corpi: appena succedeva qualcosa tra la mia testa e quella di una donna, il suo corpo si trasformava e diventava irresistibile. Deve succedere qualcosa di simile con i clienti di un bar: quando li vedi entrare ti sembrano tutti uguali, ma dopo aver parlato con uno di loro ti accorgi che ognuno porta storie diverse nelle tasche e, se sei bravo a svuotargliele, diventi ladro del passato della gente. A pensarci bene, essere ladro di passati è deplorevole! Lei si accorse che stavo pensando alle differenze tra i corpi e mi fece l’occhiolino. Quel gesto poteva significare che era d’accordo con me, oppure che mi compativa. La differenza che intercorre tra questi due stati è molto sottile. Passò una mano sulla tasca del grembiule, che era proprio sul ventre, mi diede l’impressione di accarezzare l’idea di avere un figlio, invece stava soltanto accarezzando il mio regalo. Non le dissi che ero stato io a mettere insieme quelle pagine; erano sette fogli pieni di indirizzi e dati di contatto degli alberghi di Palermo-Soho. Mi aveva raccontato che stava per rimanere senza soldi. I suoi due lavori le bastavano a stento, venti pesos l’ora non servivano a diventare ricchi, erano più utili per diventare poveri. E per una che, oltre al francese, parlava anche inglese e spagnolo, e con un sorriso che riscaldava un locale meglio dei termosifoni, mi ero detto, era meglio cercare un posto fisso alla reception di un hotel. Sapevo che per tirare giù una lista dettagliata occorreva pazienza e un certo amore per le liste, e sapevo anche che con due lavori non le rimaneva tanto tempo libero. Alla fine non seppi spiegarmi perché lo feci; era la stessa storia della carezza! A lei, comunque, erano piaciute entrambe le cose.

Le scale ripide del Caffè di calle Thames erano di legno; anche quelle della pensione lo erano, scricchiolavano quando ci camminavi e ti facevano avvertire la precarietà dell’antichità, qualcosa che esiste e che potrebbe sparire da un momento all’altro, come la bellezza o la felicità. In quella pensione tutto era vecchio e odorava di detersivi scadenti, il cui profumo è sempre inversamente proporzionale al prezzo. A me, mentre alzavo gli occhi e spiavo sotto i suoi pantaloncini, vennero in mente i colombi che camminano su una tettoia trasparente e fanno con le unghie lo stesso rumore di una grossa grandine, e quando tu guardi su, invece dell’acqua, vedi quelle zampette che fanno tic tic tic. Ecco, mentre lei saliva su per le scale, io pensai ai colombi e alla grandine sui tetti.

Bisogna parlare di un altro incontro per capire fino in fondo questa storia del tango, vale a dire, il mio incontro con un ragazzo del quale non ricordo il nome, e che risultò essere suo marito; più precisamente, il suo ex marito; ancora più precisamente, secondo quanto mi disse lei, l’ex, e secondo quanto mi disse lui, il marito. A occhio e croce, mi sembrava una situazione complicata, ma, detto da uno che stava ancora cercando di capire il significato di tre parole della moglie, suonava divertente.

Quando arrivai a Buenos Aires, questo ex o attuale marito mi accolse e mi mostrò la vecchia casa coloniale, quindi, lui fu il primo che incontrai. Era un ragazzetto magro, con la voce simpatica dei sudamericani, quella parlata particolare che sembra sempre la cattiva imitazione di una salsa lagnosa di innamorati che parlano di cuori infranti e vite sospese; le canzoni in quel paese erano tutte uguali, lamenti di animali feriti che parlavano la stessa lingua. Lo definirò ex marito e dirò di lui in realtà molto poco, quanto basta per facilitare la comprensione di questa storia; era magrolino, quindi, e mi guardò con l’invidia tipica degli uomini piccoli quando mi disse: mia moglie è francese, è di Parigi. Mi fa piacere per tua moglie. E la tua?, mi chiese poi. Mi trovavo davanti a un’altra domanda che non capivo. Perché ci aveva tenuto a chiarirmi le origini parigine di sua moglie e poi mi aveva chiesto quelle della mia? Inoltre, c’era qualcosa che non avrei capito neanche se fossi stato davanti a un televisore e lui fosse stato in un film: lei non era di Parigi, mi aveva detto di essere nata e cresciuta a Lyon. Che succedeva in Argentina? Un uomo non sapeva neanche di dove fosse sua moglie? Era una canzone mal riuscita? Una frase d’amore che terminava con un punto interrogativo e dava all’ultima strofa il fascino dell’ignoto e la sicurezza di una punteggiatura precisa e senza equivoci; una domanda era una domanda, non ci si poteva sbagliare. Se lei era sua moglie e era di Parigi, voleva dire che era sua moglie e che era di Parigi. Perché avrebbe dovuto raccontare la verità a me e una bugia a lui! Così, dopo aver chiarito quanto gli premeva, il ragazzo mi lasciò lì seduto e corse giù dimostrandomi che, a essere leggeri, si scendevano più facilmente le scale. Lo guardai sui gradini vecchi e cigolanti con l’invidia tipica degli uomini grossi.

Quando lasciai il Caffè di calle Thames, e mi guardai un po’ intorno alla ricerca di qualche bambino a cui regalare le penne che mi rimanevano nella tasca, mi accorsi che non avevo avuto il coraggio di chiedere a lei quale fosse la versione giusta; era una questione di curiosità, non c’entrava nulla il mio lavoro, né quello strano calore che si sente alla bocca dello stomaco e che nessuno sa definire in maniera precisa. In una di quelle odiose canzoni d’amore lo avrebbero definito almeno con due o tre parole o con qualche rima. I cantanti latini non conoscevano definizioni semplici, oh, mi amor, no puedo vivir sin ti, o qualcosa del genere. Stavo divagando; la verità era che mi stavo comportando da perfetto codardo! Camminai fino alle nove lungo i viali alberati di Soho, mi accorgevo che, di bambini, da quando questa storia del tango era iniziata, non se ne vedevano affatto. Un vecchio affacciato sulla mia testa fece uno starnuto talmente forte che mi sembrò di rimanere sotto una valanga di macerie che cadevano dal tetto; a Buenos Aires i vecchi e i tetti avevano in comune gli anni di resistenza sotto le intemperie, come i campi aperti di San Luis o la griglia arrugginita della terrazza. Il mondo delle penne e delle cartolerie era molto più semplice e non si rischiava di confondere un uomo con un tetto né Parigi con Lyon, né tantomeno un marito con un ex marito. Camminavo e schivavo starnuti e mattoni, dunque, mentre prendevo una decisione, finalmente, da quando ero partito e avevo parlato con mia moglie di qualcosa che non capivo ancora fino in fondo, sarebbe stata la prima! Riflettendo le strade si fanno più corte. Arrivai in plaza Serrano, i locali stavano aprendo, erano ancora semi vuoti, anche io ero semi vuoto ma non si vedeva perché dall’esterno la gente sembra sempre diversa da quello che è. Funziona come per i palazzi, non si sa quello che c’è dentro finché non entri; qualche volta blocchi di cemento orribili nascondono patios fioriti con le fontane, altre volte antichi edifici con facciate in stile Liberty, raffinate e colorate, sono stati restaurati e all’interno sembrano ospedali sterili con le luci bianche. Il mio collega, del quale è inutile dirvi il nome perché sarebbe l’unico che vi rivelerei e non avrebbe senso ormai, mi stava aspettando davanti al Maleva, dove una cameriera peruviana con gli occhi da indiana gli stava spiegando come arrivare alla Catedral. Ma alla Catedral, io, non ero sicuro di volerci andare. Sei in vacanza!, disse il mio collega, ormai hai dato via tutto il materiale! E in effetti lo avevo fatto, mi rimanevano soltanto quelle quattro penne nella tasca della giacca. Inoltre, il lavoro di rappresentante era solo una copertura, nessuno sapeva in realtà che stavo dubitando se ritornare o meno in Francia da mia moglie.

Nel bar della peruviana bevemmo due birre da un litro, che messe insieme diventarono due litri, e due liquori estratti da qualche tubero. Due, vale a dire, due ciascuno. Sulla terrazza del locale accanto, tutti ridevano perché facevano Stand Up, improvvisazioni umoristiche di chiunque avesse bevuto più liquori estratti da tuberi. Non mi andava di trasformarmi in un pagliaccio, mi bastava essere stato preso per il culo da un ragazzino magro e da sua moglie o dalla sua ex moglie. Raccontai al mio collega quello che era successo e lui rise di me, era naturale. Cosa mi aspettavo che facesse! L’idea di aspettare e di non andarle dietro come un cagnolino o un fidanzato a San Valentino, era stata una buona idea perché riguardo a quella il mio collega di Cordoba non ebbe nulla da ridire!

Le penne che mi erano rimaste erano quattro modelli diversi. Una era stilografica, la proponevo ai professori, quelli all’antica, aveva le decorazioni in oro e un doppio serbatoio. Poi ne avevo una al gel da ventotto pesos, durava pochi giorni ma non lo dicevo a quelli che la compravano, lo avevo detto soltanto alla ditta, questa penna non vale nulla, avevo detto al capo, dobbiamo inserirne un’altra nel catalogo, non la vendere allora, mi avevano risposto, ci costa di più ristampare il catalogo! Avevo anche un modello a scatto, quello piaceva alle ragazze perché erano più nervose quando scrivevano anche se, a giudicare da quello che scrivevano, a me sembravano narratrici serene e piene di grazia. La maniera di usare le mie penne pertanto non aveva nulla a che vedere con il risultato finale. Avevo avuto clienti donne che con le mie penne avevano scritto interi romanzi, altre che le usavano per lavori più seri, e ci fu una signora che ne comprò dieci perché aveva dieci relazioni extraconiugali con dieci professori della scuola di suo figlio e, a ognuno di loro, regalava la stessa cosa. La trovavo un’ottima tecnica per non confondersi, come quella più nota di usare lo stesso nomignolo per tutti. Questo, al figlio, non lo raccontai. E, infine, avevo portato con me la migliore penna mai messa in commercio da quando ero in quel campo. Non posso dirvi il nome perché non mi va di fare la pubblicità a una ditta che non mi pagò neanche il viaggio di ritorno in Europa; ma sappiate che, se un giorno vi dovesse capitare tra le dita, ripenserete a questa storia del tango e capirete che si tratta di quella della quale vi ho parlato; il ricordo scivolerà sulla carta assieme all’inchiostro blu, senza alcuno sforzo e in maniera precisa e corposa allo stesso tempo.

La Catedral era all’angolo tra Sarmiento e Medrano, era un posto pieno di gente folle, che si comportava da adolescente, e, per questo, piuttosto che delle cartolerie e dei bambini, ho deciso di parlarvi di loro; sebbene un inevitabile confronto tra il mondo dei bambini e quello degli adolescenti mi avesse spinto a tenermi in disparte per un po’, in un angolo, a pensare all’enorme differenza che corre tra le due epoche della nostra vita. Gli adolescenti sono persone orribili, pensano soltanto al sesso e alle feste, oppure, se proprio vogliono spremersi le meningi, al sesso durante una festa. I bambini, invece, sono persone serie, consapevoli della loro condizione, sanno persino giocare col fatto stesso di essere bambini. Nel mio angolo, sotto una leggera luce rossa che veniva da un punto imprecisato del soffitto altissimo, speravo con tutte le mie forze di non diventare mai adolescente e di rimanere sempre bambino. L’età adulta, infine, secondo un venditore di penne e accessori per cartoleria, era un’invenzione in cui si poteva anche non credere.

Il pavimento di legno luccicava sotto i tacchi delle ragazze, le quali facevano più rumore del solito quando ballavano il tango, perché il tango, si sa, non si poteva accompagnare con nessun’altra attività, era infinito nella sua circolarità, un esercizio perfetto di stile e di amore per la raffinatezza dei movimenti. Gli uomini cercavano di dimostrare la loro virilità decidendo la direzione del ballo, ma, proprio come succedeva nei letti che li aspettavano, colui che dirigeva con il corpo in realtà era diretto dalla mente. L’ambiente era così grande da perdere l’orientamento quando si chiudevano gli occhi per seguire il ritmo della musica, se giravi un paio di volte su te stesso non trovavi più l’uscita. Forse era per questo che fino alle cinque del mattino la Catedral era piena di gente, oppure perché quel maledetto tango era realmente coinvolgente. Avrei voluto che lei mi insegnasse tutto quello che le avevano spiegato in quella prima lezione; il mondo è pieno di corsi incominciati e lasciati a metà, o dopo un paio di lezioni, oppure, come era successo a lei, dopo la prima. Anche io, che ero un semplice venditore di penne, avevo dovuto seguire dei corsi per fare quel mestiere; erano stati corsi terribili, in cui non si poteva ridere, lunghe ore trascorse in silenzio mentre venivano esposti tutti i modelli che noialtri, giovani e volenterosi appena assunti, avremmo portato addosso per il resto della nostra vita. Da quel giorno il mio destino e quello di questi oggetti si sono scambiati l’identità, come succede quando in una coppia si confonde quello che riguarda una persona con quello che riguarda l’altra. Le mie penne e io stavamo diventando una coppia.

Non sei mai stato qui!, chiese il mio collega che vendeva enciclopedie. Ogni volta che mi chiedeva qualcosa sembrava che mi desse degli ordini. Forse era a causa della sua specializzazione, mi sembra che ne avesse più di una, era stato anche segretario del segretario del presidente. Prima di conoscere lui, io non sapevo neanche che un segretario avesse bisogno di un segretario. Per il prodotto di cui si occupava lui, comunque, non lo invidiavo affatto; io, le mie penne, le portavo sempre in tasca e potevo mostrarle a chiunque in qualunque momento. Lui, al contrario, era costretto a parlare con un potenziale cliente e poi chiedergli di aspettare mentre tornava in macchina a prendere l’enorme contenitore di pelle rossa in cui custodiva – neanche fosse una fisarmonica firmata da Astor Piazzolla – la sua pesante e ingombrante enciclopedia. Eravamo due rappresentanti per cartolerie seduti in un angolo del locale più caratteristico in cui avessi messo piede; il mio collega fumava un sigaro che non avevo visto entrare con noi e leggeva le etichette delle bottiglie di vino che, di volta in volta, un cameriere con la passione per i clienti gli mostrava. Secco o fruttato?, di quale annata?, e di quale azienda? Ogni volta che parlava con il cameriere, questo non capiva le sue battute e lo guardava interdetto, gli succedeva la stessa cosa che succedeva a me, ma al mio collega non importava, lui continuò a ridere da solo alle sue battute senza chiedersi perché nessuno le capisse.

Lei era l’unica cameriera straniera, si vedeva subito che le altre erano di Buenos Aires perché chi non ha mai lasciato la sua città ostenta una sicurezza fittizia che in realtà nasconde molteplici vuoti da colmare nei momenti di solitudine che presto o tardi arriveranno, per fortuna. Lei invece si muoveva con tutti i dubbi che la rendevano fragile nella moltitudine di donne rumorose di quella città. Ce ne sono cinque milioni, di donne, disse il mio collega. E, se lo diceva lui che vendeva enciclopedie, mi dissi, voleva dire che era vero. Ma se erano cinque milioni, allora perché io stavo guardando una che mi aveva raccontato di essere divorziata e forse mi aveva raccontato una balla? Non mi importava delle balle perché lavorando con i bambini ci ero abituato, sebbene quelle di un bambino fossero un po’ diverse, meno balle di quelle degli adulti. La guardai per un po’ mentre mi sorrideva proprio come aveva fatto nel Caffè di calle Thames. Era una che sorrideva nei locali, di cameriere sorridenti come lei ce n’erano a milioni, anche più di cinque, ma in questa storia del tango io vi sto parlando di lei e non degli altri cinque milioni; è così che funzionano certe cose, si decide di sorridere a una persona e si continua a farlo senza chiedersi se su cinque milioni di possibilità lei sia stata la scelta giusta. Da giovane ero poco incline alle scelte giuste, mi veniva sempre voglia di prendere nota con la prima penna che trovavo. Vendere penne è un’attività per smemorati che si ricordano di tutto tranne di quello di cui hanno bisogno. Le luci rosse del locale evidenziavano lo sguardo gonfio delle miopi; era vero che quegli occhiali accentuavano gli occhi azzurri che c’erano dietro, ma era altrettanto vero che tutte le donne miopi incontrate prima di allora avevano qualcosa in comune. E quella sua maniera di guardarmi senza le lenti era tenera; assomigliava a una bambina di Lyon che comprava sempre le mie penne in cartoleria e mi guardava così, mi chiedeva di non ridere di lei soltanto perché portava gli occhiali. Quello che un giorno si sarebbe trasformato in un mezzo per valorizzare la femminilità di cui sto cercando di parlare da un’ora, per una bambina era motivo di scherno, barriera tra lei e il mondo, un fastidio, infine, di cui avrebbe fatto a meno. L’imbarazzo di una bambina miope adesso si nascondeva agli occhi dei clienti meno svegli. Il suo corpo era duro. Quando lo avevo toccato – per salutarci le avevo accarezzato la schiena – mi era sembrato di toccare una torta al cioccolato appena uscita dal forno; le torte sono così provocanti che invece di mangiarle ti viene voglia di farci l’amore! E quel suo profumo di tartufo… Lo sentivo anche mentre lo immaginavo.

Ritornando a noi, ricordo che i rumori delle scarpe su quel vecchio parquet mi incominciarono a infastidire. Ogni colpo mi entrava dentro. Il mio collega di Cordoba doveva avere senz’altro una spiegazione scientifica, ma non gliela chiesi.

Suonavano strumenti da collezione, oggetti che in Europa nessuno possedeva, eccetto pochi fortunati che li avevano ereditati da antichi nonni emigranti, e che laggiù si trovavano dappertutto. Guardavo le fisarmoniche che facevano lo stesso ballo dei corpi rioplatensi, potevi stringere entrambi e aspettare che la musica ti entrasse dentro o che ti parlasse in altre lingue che non avresti mai capito prima. Bevemmo Sangre de Toro. Il mio collega risultò odioso, finsi di non conoscerlo e di essermi seduto al suo tavolo perché non ce n’erano altri liberi; le penne mi sbattevano sul cuore ogni volta che le chitarre scendevano di tono. Non ricordo se avevo mangiato; il bruciore al petto era simile a quello avvertito sulla terrazza della pensione ma di minore intensità. Io odiavo la gente che conosceva i vini e ostentava quella scienza ogni volta che poteva. Se io avessi conosciuto la differenza tra un Sangre de Toro vecchio e uno giovane, me lo sarei tenuto per me, avrei lasciato scegliere agli altri. La mia amica della lavanderia cinese, per esempio, era capace di lavare, stirare e impacchettare tutti i miei vestiti in neanche mezza giornata – quella sì che era una scienza! – e nella sua gabbietta c’erano decine e decine di pacchetti come il mio. Ogni volta che ci andavo, non credevo ai miei occhi. Come faceva una persona così piccola a trovare la forza di sorridermi nonostante il vapore e le montagne di panni sporchi! Era così sola, sempre sommersa dalle lenzuola enormi degli alberghi, con una pompa riempiva le grosse lavatrici industriali. E mi porgeva umilmente quel sacchetto perfetto, con i miei vestiti piegati e ancora caldi, per la misera somma di ventotto pesos. Toccare il mio sacchetto così morbido mi soddisfaceva quasi come se stessi toccando mia moglie, in Francia.

Adesso che ci penso, nella lavanderia c’era qualcuno che aiutava la mia amica; forse era suo marito, era sempre a torso nudo, aveva un grosso tatuaggio sulla schiena, un’aquila orrenda, eppure era cinese e laggiù, che io sappia, i tatuaggi sono pieni di colori! Ma forse se l’era fatto a Buenos Aires; non ci fu occasione di chiederglielo perché non parlava mai con i clienti. Quando qualcuno entrava e lui, per caso, si trovava nella parte anteriore della piccola sala, si voltava verso il fondo e la mia amica appariva dal vapore con il suo sorriso talmente grande da dare l’impressione di essere l’unica che sapesse ridere in tutto il quartiere. Tuttavia, mi sono sempre chiesto se ridesse perché era felice o perché era triste. Una sola volta la sentii dire qualcosa all’uomo che doveva essere suo marito, mentre lui usciva per una commissione; parlavano in cinese, non si capiva niente, ma poi riflettendoci bene arrivai alla conclusione che doveva significare più o meno: se torni, non ci lasciamo più.

Nella Catedral avevano appena concluso una lezione di milonga; già si notava chi si era innamorato di chi. La milonga è un tango unificatore. Le ragazze vestivano come ballerine, le gambe scoperte e le scollature delle donne generose, cui gli uomini di buona fede dedicano le proprie preghiere ogni sera prima di andare a letto. Il mio collega e io seguimmo la musica e provammo a ballare con due ragazze americane, erano pazze, dopo averci spremuto salirono su un palco improvvisato e dimostrarono doti da cubista, si muovevano in maniera talmente naturale che sospettammo di aver rimorchiato le ballerine del locale, invece tutte le clienti, a osservarle bene, sapevano muovere il corpo come se fosse una penna che scorreva sul parquet. Quelle ragazze scrivevano la loro felicità sul pavimento.

Quando parlai finalmente con lei, non mi accorsi che erano già le due passate e che il suo turno era finito. Mi prese per mano e mi portò al centro della sala, enorme adesso, e piena di occhi che prima non c’erano. Allora, ti sei divertito con loro? Loro – risposi – sembrano divertirsi abbastanza anche da sole. E allora perché ci hai ballato per tutto questo tempo?, non avevi detto che il tango era pericoloso? Mentre me lo chiedeva si lasciava portare da un lato all’altro della pista. Avevo imparato molto di più in quella sera che in dieci lezioni a pagamento. Quando le tenevo la schiena e lei si lasciava andare, la sentivo completamente abbandonata nelle mie mani. E quando mi accarezzava con la parte scoperta delle cosce, ero io a essere nelle sue.

Il mio collega sparì tra le turiste alla ricerca di avventure facili; quel posto mi sembrava un macello in cui chiunque potesse tagliarsi il pezzo di carne che preferiva e portarselo a casa per cucinarlo e mangiarlo. Quello che stava succedendo a noi era diverso? Gli altri pensavano di noi ciò che io pensavo di loro? A tratti lei chiudeva gli occhi e ascoltava la musica, avevo voglia di baciarla ma non mi azzardai perché prima dovevo chiarire un po’ di cose… Allora, perché non mi hai detto di essere sposata? Che cosa?! La musica si fermò proprio mentre glielo chiedevo; ebbi l’impressione che il deejay si fosse accorto di come la stavo guardando, ero un vampiro che fissava un collo bianco e vergine, volevo morderlo, ma con tutta quella luce e quel rumore non riuscivo a concentrarmi. Nel silenzio generale e il defluire dei ballerini verso le loro notti appena iniziate, dunque, lei mi guardò bene per capire se dicessi sul serio; aveva labbra gonfie e carnose, che di notte sembravano più gonfie e più carnose. Chi te lo ha detto?, mi chiese. Il diretto interessato!, risposi, ci ha tenuto a mettere le cose in chiaro prima che mi facessi venire strane idee; ma io non avevo nessuna strana idea, ho soltanto bevuto un caffè nel tuo bar. Lei mi si avvicinò di più, giusto per accorgersi che di idee strane ne avevo eccome, e mi disse: ti ha detto lui che siamo ancora sposati?, lo hai incontrato nella pensione?, o sei stato tu a chiederglielo? Io?!, non crederai che vada in giro a far divorziare la gente!, la tua dolce metà ha fatto tutto da solo. Smettila di chiamarlo così!, non è più mio marito, non capisco perché ti abbia detto il contrario. Me lo chiedevo anche io; uno dei due era un bugiardo. E cos’altro ti ha raccontato? La guardai bene, adesso che le luci stavano ritrovando il loro equilibrio, e le raccontai anche la storia delle città: lui dice che sua moglie è parigina, e tu mi hai detto che vieni da Lyon. A quel punto sorrise, non era più tesa, come se quello che temeva che io sapessi non avesse a che fare con le città. La sua attuale compagna è di Parigi, mi disse, quindi non stava parlando di me!

Adesso mi era tutto chiaro… La strinsi più forte e uscimmo dal locale. Era buio, la strada era piena di taxi e carretti che vendevano panchos e caramelle. Palermo era il quartiere dei locali notturni, alle due di notte c’era più gente che di giorno. Il mio collega si era trattenuto all’interno per spiegare il funzionamento della prostata a due ragazzini ansiosi di conoscere i segreti di una vita felice; era stato inutile cercare di persuadere lui e i suoi adepti del fatto che la prostata non c’entrasse nulla con la felicità. Li guardai da lontano mentre lei mi tirava verso la strada e decideva cosa fare di me. Mi guardava con quegli occhi azzurri e stupiti – non troverei migliore definizione – mentre mi portava e si faceva portare; la strada buia stava diventando una pista. Stavamo continuando a ballare il tango? Dagli angoli che svoltavamo senza rallentare, come se entrambi conoscessimo quel posto come le nostre tasche, arrivavano gli odori della notte porteña; panchos e palo di San Antonio che qualcuno stava facendo bruciare senza alcuna voglia di tenere per sé il prodotto di quella piccola combustione. Ogni volta che sentivi quell’odore, capivi che, come il fumo di San Antonio, la gente laggiù non era capace di trattenere alcun segreto; i segreti di Buenos Aires appartenevano a Buenos Aires. Noi eravamo soltanto gente che dava fuoco a un pezzo di legno cosparso di resina. Lei mi guardava, allora, e spalancava gli occhi. Di cosa si stava stupendo? Perché non avevo avuto il dono di capire una donna come capivo una penna?! Con il mio mestiere era facile; un tratto è fino o grosso, una tinta è blu o nera o rossa. Con le donne non funziona così. Non potevo decidere il loro colore! E, nel frattempo, lei continuava a stupirsi. Ma di cosa? Che cosa avevo, io, di tanto speciale da far sbalordire un essere così precario, una foglia che non sapevo da dove cadesse né dove andasse a finire, adesso, insieme a me, alla fine di quel ballo in strada?

Era la legge del tango e della città, che si potevano ballare o guardare. Potevo restarmene seduto per tutta la notte in quell’angolino a osservare gli altri ballare, oppure fare ciò che stavo facendo, fuori dal locale, dove ogni cosa assumeva un significato, e trovare un senso nel vendere le penne ai bambini. Era forse ciò di cui avevo bisogno?! Lei mi osservò ancora per un po’, poi disse: avevi ragione! Su cosa?, le chiesi. Su quello che dicevi riguardo agli occhi della gente, che qui sono pieni di vite antiche. Dicevo così?, chiesi ancora. La verità era che, a quell’ora e con tutto quello che il collega mi aveva fatto bere, non ricordavo molto bene le mie teorie sugli occhi e sulla gente. Ma era vero, a Buenos Aires potevi guardare le persone meglio che altrove e ritrovare nel loro sguardo tante vite differenti, piene di imprevisti. Non puoi mai prevedere con precisione il momento in cui la penna smette di funzionare; è lei a deciderlo. Con la gente di quella città mi sembrava che succedesse lo stesso. In quell’epoca imparai anche a guardare le persone più in là dei loro occhi; mi sembrava che, dopo un po’ di anni trascorsi a rappresentare i prodotti degli altri, riuscissi a capire meglio ciò che piaceva a me!

Le ragazze camminavano sulle punte, i loro corpi non potevano essere reali, erano alte, esili, portavano i capelli raccolti come le hostess di un volo che stava per partire, i fianchi larghi, promesse di fertilità, di anni felici tra i bambini. In quel paese, pertanto, mi sarei sentito come nelle cartolerie, sempre circondato dai bimbi e allora, ecco, avrei certamente dato un significato al mio lavoro! Le guardai i fianchi mentre li muoveva un po’ ostentatamente – in quel caso, lo ammetto, ostentare era bello, non aveva nulla a che vedere con le marche dei vini – e se ne accorse, si accorgeva di tutto, credo che fosse la sua dote più grande, le bastava spiarmi con la coda degli occhi mentre pensavo a tutto ciò e con un cenno del naso pizzicato dal pepe che cadeva da un punto imprecisato sopra di noi, mi faceva capire che aveva capito.

Era stata una giornata dura perché avevo dovuto cambiare opinione più volte e, secondo la mia maniera di vivere e per via del lavoro che facevo, cambiare idea era una cosa che detestavo. Per vendere un prodotto, la prima regola è essere sicuri delle proprie idee. Ma se l’attuale compagna di quel ragazzino magro era la parigina della quale parlava, effettivamente, lui era il suo ex, e allora avevo dovuto per forza ricredermi e seguirla. Ma dove mi stava portando? La pensione era nella direzione opposta, e ne ero certo perché il bello di viaggiare in metropolitana è proprio che le due estremità di una linea sono inequivocabilmente due direzioni opposte, non ci si può sbagliare come quando si gira in macchina o si cammina senza guardare i cartelli per strada. La pensione era alle spalle di plaza Italia, direzione Congreso de Tucumán, e noi stavamo scendendo verso 9 de Julio, dove c’erano le coincidenze per Retiro, la stazione ferroviaria. Dove andiamo?, le chiesi. Ma sapevo che a Buenos Aires non c’era bisogno di parlare, le risposte erano negli occhi della gente, contenevano storie, erano occhi pieni di strada, mucha calle, le dissi in spagnolo. Ancora una volta ebbi la sensazione che il mondo del quale pareva innamorata fosse finito nei miei occhi perché li stava fissando con quella incredulità dei bambini che non hanno idea dell’immondizia che c’è in giro.

Salimmo sul regionale diretto a Tigre, una delle zone residenziali alle porte della città; dai finestrini si vedeva la notte argentina, le villassi alternavano ai quartieri ricchi senza alcun criterio, la gente fuori da quei finestrini stava morendo di fame oppure mangiando parrilla e pastafrolas. E tutto succedeva sotto gli occhi di uno che vendeva penne a scatto e che non avrebbe mai voluto trovarsi a osservare tante contraddizioni. Anche lei guardò fuori per un po’, ma da come riportò gli occhi sulle mie mani – che intanto avevano iniziato a muoversi su di lei – capii che quello spettacolo, lei lo aveva già visto. Stavamo andando a casa sua? Ma allora perché alloggiava nella pensione? Forse perché, se era vero che stava divorziando, non aveva ancora una casa sua. E dove aveva vissuto insieme al ragazzetto magro? Il suo ex era di Buenos Aires, me lo aveva detto lui quando aveva specificato che gli piacevano tanto le parigine. Forse stavo incominciando a capire dove sarebbe finita la nostra corsa; il treno fischiò e si fermò su una piattaforma illuminata, non potevamo evitare di vedere in tutti i suoi dettagli il nostro riflesso nelle porte automatiche che ci scaraventarono fuori. Era una serata tiepida di fine stagione, l’inverno sudamericano era alle porte, il calore che ci portavamo dietro dalla milonga era sufficiente a non avvertire il vento fresco che veniva verso di noi mentre imboccavamo il viale dietro alla stazione. Nella mia testa c’erano un sacco di cose, parole e domande irrisolte, questioni che avrei voluto chiarire con mia moglie, e una nebbia fitta come quella della lavanderia della mia amica cinese. Mi sembrava di essere avvolto da un vapore del quale non si poteva vedere la fonte.

A pochi metri dalla stazione, in un viale alberato, ci fermammo e mi disse: questa non è casa mia, ma di mio marito, ho ancora le chiavi. E perché vuoi fargli quello che stai per fargli? Io non sto per fare nulla!, mi disse. Ma mentre me lo diceva, le avevo già preso un braccio e la stavo trascinando dentro delicatamente, persuaso che in realtà fosse lei a trascinare me fin da quando ci eravamo incontrati sulla terrazza della pensione. In quella zona di Buenos Aires – doveva trattarsi di uno di quei quartieri residenziali sulla via per Tigre – c’erano portieri notturni che ti chiedevano il numero del tuo appartamento e ti aiutavano a aprire i cancelli. Aveva in mano tre chiavi, ma non sembrava impacciata, non lo era affatto, e non era neanche timida. Capire le donne non era mai stato il mio forte; meglio occuparsi di prodotti di cartoleria, meno sorprese e meno problemi. Che ci facevo nell’ascensore di quel residence tanto sofisticato?! Mi mancavano le scale di legno marcio della pensione! L’appartamento era nuovo di zecca, era beige e panna, sembrava una camera d’albergo quattro stelle. Alle porte erano appesi quadri dell’Italia degli Anni Quaranta, in cui la gente aveva capelli corti e scarpe pulite; il mobilio era abbinato ai colori delle pareti, persino i soprammobili scelti apposta per i loro colori, sabbia, bronzo, oro, bianco; il parquet nuovo e pulito, non cigolava neanche se ci passavi con un paio di pattini per il ghiaccio; e, infine, la vista sul fiume, che di giorno avrei riconosciuto senz’altro ma che, a quell’ora e con la nebbia che avevo in testa, mi sembrò soltanto una macchia nera tra i palazzi.

Ora è inutile che vi racconti quello che successe dopo, si sa come vanno certe cose; tutto dipende dalla vostra coscienza. Qualsiasi cosa racconti adesso su quanto accadde quella notte nel residence con tanti cancelli, sarete voi a vederci del marcio oppure no.

La mattina seguente uscii senza svegliarla, mi ero già accorto che i suoi occhi non cercavano più nulla nei miei e quando ti accorgi di questo, se te ne accorgi in tempo, è sempre meglio uscire senza svegliare nessuno. Con la mia penna preferita le scrissi qualcosa in un quaderno che teneva sul tavolo della sala; raccolsi i miei vestiti che erano rimasti uniti, come se mi fossi tolto di dosso un intero strato di pelle. Me li infilai di nuovo e scappai via. Tutto quel beige mi stava rendendo cieco. Camminai per un po’ senza una meta precisa. Me la immaginavo ancora sveglia, con il suo foulard attorno al collo – aveva un collo fine e chiaro – e con una di quelle acconciature da hostess che andavano di moda a quel tempo. Profumava di creme costose; la sua pelle dura era anche una pelle onesta. Sembrava una sudamericana; le ragazze sudamericane non avevano nulla da nascondere, a loro piaceva essere desiderate, parlare con le labbra sempre umide, toccarsi i capelli lentamente e guardare sempre da qualche altra parte mentre gli occhi di qualunque uomo le spogliavano con la sete di un paese caldo e l’avidità di uno agli estremi della terra. Potevi morire congelato mentre quei corpi perfetti ti ballavano negli occhi. Avrei potuto parlare con lei di quello che era successo o non successo. Ma non c’era bisogno di dire nulla, certe cose si dicono da sole, acqua che ti esce dagli occhi e dalla pelle, non puoi trattenerla perché l’acqua, per definizione, è un liquido incontenibile. Entrando nell’appartamento all’ultimo piano di quel residence ci eravamo abbracciati, avevo visto il mio riflesso nella vasta vetrata della sala che dava sul fiume. E quando avevo riaperto la porta, si era svegliata e mi aveva chiamato. Era seria. Vai via?, mi aveva chiesto. Sì, è meglio che vada, avevo detto. Poi mi aveva fatto una domanda che mi aveva dimostrato ancora una volta la sua capacità di leggere nella testa: quando ti sarebbe piaciuto che ci conoscessimo? In un altro momento. Passato o futuro? Passato, le avevo risposto, prima che ci capitassero matrimoni sbagliati e che perdessimo il coraggio. Ma io il coraggio non l’ho mai perso!, aveva risposto. Quella risposta voleva dire, per i lettori meno perspicaci: stupido, chiama tua moglie in Francia e dille che resti a Buenos Aires, le lenzuola hanno già il tuo odore.

Preferii restare fedele, almeno alla mia idea di felicità, quella che stavo inseguendo da quando avevo iniziato quel lavoro che mi permetteva di viaggiare e di non diventare mai grande.

Il sole non era ancora alto; anche lui si comportava come gli pareva, se aveva fatto tardi la sera prima tardava a sorgere e a mettersi al suo posto di lavoro. Le piante lungo il fiume erano umide, non c’era nessuno nella stradina in cui mi ero infilato. Sul fondo s’intravedeva una tenda da campeggio e delle sedie di plastica, segni che qualcuno stesse dormendo lì, un fortunato clochard aveva la vista sul fiume senza pagare una lira, uomo libero il clochard! Se non fosse stato per il freddo e la fame, che mi facevano paura, avrei montato anche io una tenda in quell’angolo di paradiso. Che prezzo aveva il sorgere del sole ogni mattina, proprio sotto agli occhi, mentre noialtri ci contendevamo buchi nel cemento con la vista sui parcheggi?!

A qualche centinaio di metri c’era un bar che aveva una terrazza sull’acqua; la gente sedeva lì e si illudeva di avere la stessa libertà di quel mendicante del quale vidi soltanto i piedi uscire dalla tenda. Dormiva e sognava di essere in gabbia, come noi? Forse i sogni funzionano così, sogniamo sempre il contrario di quello che abbiamo. Mi sedetti per sistemare tutto quello che avevo sparso nella testa, mi sembrava di raccogliere i cocci di un vaso che mi era caduto mentre scappavo da quel residence. Pezzo per pezzo avrei ritrovato me stesso. Due tizi, che avevo già visto in treno la sera prima, si stavano spartendo la refurtiva, in altri termini, il prodotto del loro duro lavoro. Sembrava, a occhio e croce, che il lavoro gli fosse andato bene; avevano due buste da lettera piene di biglietti da cento pesos e di gioielli. Anche io ero in quel quartiere residenziale per rubare? La solitudine di quella donna? La fiducia di mia moglie, che mi aspettava per non lasciarmi mai più? O qualcosa di più importante, che avrei riconosciuto soltanto una volta rientrato in Europa? Non ero sicuro di molte cose in quei giorni; non era decisamente come vendere alle cartolerie; non c’erano conti dettagliati, né alcuna sicurezza che fossi io a tenerli. I conti, quelli veri, non sei mai tu a farli, ma sempre qualcuno che è più bravo di te e che tirerà le somme al posto tuo. Quella notte, quel qualcuno era stata lei. In Francia, mia moglie. Nel mio viaggio in Sud America, il mio capo. E io ero solo quello che vendeva le penne.

E c’è un’altra cosa che mi fece sentire soltanto una piccola ruota di un ingranaggio molto più complesso e del quale non avrei mai avuto alcun controllo; erano quelle ragazze, quelle lingue che gli brillavano in bocca, mentre ti chiamavano mi amor e ti eccitavano soltanto se parlavi con loro; ti parlavano con una passione tale da illuderti che ti stessero amando lì e subito, per strada, nella vecchia pensione, nella Catedral! Lei lo sapeva, ormai faceva parte di quel mondo, non avevo valutato neanche per un attimo l’ipotesi che volesse ritornare in Francia, e, un’altra cosa ancora, ebbi la sensazione, quella sera, prima di entrare dietro di lei, che fare l’amore sarebbe stato più bello del solito, forse perché in un paese così rischiavi di immaginare che nel tuo letto ci fossero tutte quelle di cui, a tua volta, ti eri innamorato. Eravamo tutti innamorati, infine, di qualcosa che in genere chiamiamo vita, per semplificare i discorsi, oppure in tanti altri modi. Non ho più il coraggio, le avevo detto. Ma io ne ho, mi aveva risposto lei. Credo che furono le ultime parole che quella donna mi disse prima che uscissi. E adesso l’unica cosa che posso fare è ricordarle in queste pagine.

Ricordo anche altre cose che, se fossi capace, vi descriverei adesso. Ripenso, per esempio, a quel momento in cui stai per andare a letto con qualcuno; a tutto ciò che succede prima. Come il rumore delle sue scarpe, che cadono dietro di lei, e che porta con sé tutti i tacchi sbattuti sul pavimento della Catedral. Buenos Aires era più di una città, era una Catedral, la Catedral del tango.

Mi piace sentirli cadere, quei tacchi, e poi sentirli tacere per il resto della notte; può significare che nelle tue braccia non ci sarà una sola donna, ma tante, un’intera sala che ti ha corteggiato, chiamato mi amor, e che finalmente è tua! Lei getta via le scarpe coi tacchi alti che sono serviti a provocarti e farsi inseguire per mezza città, e diventa più piccola, la vedi nella sua vera dimensione e la prendi in braccio come una bambina che esce da scuola. Ecco, tutto quello che viene dopo, senza questo momento che ho provato a descrivervi adesso, non avrebbe senso.

Ordinai un piatto di uova strapazzate per fare compagnia alla mia vita strapazzata. Nel tavolo accanto ai ladri c’erano tre vecchietti e un canarino nella sua gabbietta; il fumo dell’arrosto, panchos e asados de tira, si spargeva nei bar sul porto e la gente era più tranquilla, parlava con più calma perché non c’era il rumore del traffico che copriva le sue parole, e non era costretta a urlare per farsi capire. In riva al fiume è come essere allo sportello di una banca, in attesa di ritirare tanti soldi, chiacchierando a bassa voce con i tuoi compagni di fila. La cameriera si mise talmente vicino a me che si sentiva il rumore della saliva che defluiva nella sua gola. Anche lei aveva il corpo perfetto delle porteñe, di tutte, anche quelle imperfette, ma forse era la mia condizione di emarginato a influire nei giudizi sulle ragazze. Sentii rumore di gabbiani e colombi. Forse questa volta vinceranno i colombi, mi dissi, ma i colombi non hanno mai vinto nulla. Se nasci colombo, devi solo sperare che qualcuno ti dia il grano e che non ti taglino le zampe, o, peggio ancora, che qualche gabbiano affamato non ti spenni, piuma dopo piuma, dopo piuma, dopo piuma… La cameriera mi disse che avevo qualcosa sulla testa, era un po’ di polline che si confondeva con i capelli grigi sulle tempie, mi chiamò signore, non più mi amor, e mi fece pensare che ero più vecchio di lei e che era ora di ritornare a casa, da mia moglie, per non lasciarla mai più. L’acqua del fiume era grigia; vi si rifletteva un cielo privo di emozioni, poche famiglie passeggiavano lungo la riva, qualcuno pescava e bestemmiava. Sembrava che tutti si conoscessero e che la domenica mattina si dessero appuntamento lungo il fiume. Era una bella impressione quella che davano. Se così fosse, avevo trovato l’unico posto al mondo in cui la gente non si odiava.

Di ritorno a casa, a Lyon, ritornai nel bar con le tende e le sedie blu, il nostro preferito, quello nel parco, quello in cui lei mi aveva detto: se torni, non ci lasciamo più. E la aspettai. Eravamo una coppia strana, ci prendevamo sempre in giro perché non volevamo ammettere di dipendere l’uno dall’altra. Ma eravamo sicuri di poche cose che contavano; tra queste c’era il nostro bar con le sedie blu. Ed era lì che dovevamo incontrarci al mio ritorno. Ero ritornato e la stavo aspettando, nessuno sapeva quello che avevo rischiato a Buenos Aires, quanto vicino fossi andato a quello che la gente per bene chiama peccato.

Mia moglie si presentò all’ora stabilita, il nostro appuntamento ora aveva un significato preciso: ero tornato e non ci saremmo più lasciati. Le guardai gli occhi, azzurri, sotto gli occhiali che portava di tanto in tanto, non sempre, soltanto quando voleva mettere una barriera tra lei e il mondo. Portava i capelli sciolti, mi sembrava che, da quando ero partito, non fossero cresciuti di un centimetro. Forse tutto si era fermato! Era perfetta, la sua pelle chiara mi parlava in francese e mi diceva di non partire mai più; ebbi per la prima volta in vita mia la sensazione che in quel parco, sempre pieno di gente, non ci fosse nessuno, come si legge nei romanzi d’amore, quelli di chi è capace di raccontare la vita e la morte come se non ci fossero confini tra i due mondi e soltanto nei loro libri noi riuscissimo a comprendere fino in fondo il significato di entrambe. Mia moglie piangeva, mi baciava il collo e piangeva; io non ero molto bravo a abbracciare le persone, lo facevo sempre con un certo imbarazzo, non importava se si trattasse di estranei o parenti con cui condividevo una vita intera. Era una questione di contatti, di falsi contatti nel mio circuito sbagliato. Le accarezzai a lungo i capelli e non le dissi quasi nulla, perché ogni volta che partivo per un viaggio imparavo a parlare un po’ di meno. Le parole non servono a nulla, ci sono cose che si parlano da sole… Mi sembra che le dissi: ho le scarpe sporche di vomito. Non fa niente, rispose lei. E poi le dissi anche: per non sentire la tua mancanza ti ho messa in una storia. Lo sapevo, lo fai ogni volta, rispose ancora mia moglie, che sapeva sempre tutto prima che io glielo dicessi e che per questo era diventata mia moglie. Era la sua dote, leggere nella mia testa e farmi capire quando era il momento di smetterla con le storie sulla felicità perché, quella, non l’avrei trovata da nessuna parte. La mia felicità aveva il profumo prezioso del tartufo e finalmente era tra le mie braccia.