Johnsmith Esposito e l’Ispirazione

Ricardo SallesJohnsmith Esposito era appena arrivato nella Contea più strana degli degli Stati Uniti, il paese di Twenty Miles, al confine sud dell’Illinois. La gente entrava e usciva dai supermercati, si riparava da una pioggia gentile, quasi tutti avevano lo stesso volto innervosito. Johnsmith Esposito stava aspettando qualcuno davanti all’ingresso di un centro commerciale che era il fiore all’occhiello del paese. Una rampa che veniva dall’autostrada gli passava proprio sotto il naso, si respirava aria di bufere lontane che si ostinavano a farsi sentire vicine; era l’anniversario della fine del mondo, nel pieno di una catastrofe culturale, ma i passanti non sembravano neanche preoccupati.

Nel parcheggio rovinato da una disperata ombra fatta di cemento e pioggia camminavano gli schivi abitanti del paese; Johnsmith Esposito pareva il più triste, visto così, da lontano. Indossava una giacca sottile che metteva in risalto l’eleganza dei suoi lineamenti e l’onesta corpulenza della figura, umana oltre ragione. Era stato altre volte in quel posto, ogni tanto desiderava tornare indietro e per tornare indietro doveva guidare verso Twenty Miles, dove ritrovava gli antichi abitanti, sempre gli stessi, i quali uscendo e entrando dai supermercati gli ricordavano le sue origini del sud.

Quella sera Johnsmith entrò nello studio di un medico con la speranza di farsi rimettere a posto il cervello; doveva sposarsi dopo una settimana… Ed ebbe con lui pressappoco la seguente conversazione:

«Lei è un ribelle dottor Esposito?» «Certo, fin da piccolo. Quando avevo cinque anni mi svegliavo sempre con il pistolino eretto e una ciocca di capelli all’insù. Mia madre usava l’acqua gelata per attenuare entrambe le cose». «Non capisco perché si è rivolto a me». Il medico era vecchio e non aveva i capelli, Johnsmith Esposito era più o meno giovane e aveva ancora molti capelli. «Voglio parlarle della felicità!» «La felicità, dice?» «Sì, la felicità per un artista». «Lei è un artista?» «Certo, quando ero al liceo non parlavo con nessuno e avevo sempre il torcicollo!» «Che cosa c’entra il torcicollo?» «Tutti gli artisti soffrono di torcicollo perché passano le ore a guardare fuori dalla finestra». «Ebbene, veniamo a noi. E alla sua felicità…» «Io non so più cosa sia la felicità, dottore». «Perché mai?» Il medico si tolse gli occhiali, Johnsmith si grattò la testa e rispose: «Vede, ogni volta che sono felice, la mia Ispirazione, forse perché crede di non essere più utile, mi abbandona». «È una tipa gelosa questa Ispirazione». «Troppo. Vorrei tanto non averla mai incontrata». «E adesso che cosa farà Johnsmith? Le partecipazioni sono già pronte. Ho parlato con il tipografo del centro commerciale, ed era tutto eccitato perché gli sono venute benissimo!» «Lo so, lo so…»

Johnsmith Esposito era un giovane ribelle che stava per sposarsi. Se avesse deciso di seguire la sua Ispirazione e fuggire con lei, le partecipazioni sarebbero andate tutte sprecate e sarebbero finite nel bidone dell’immondizia del centro commerciale, che era già pieno zeppo di partecipazioni e regali di nozze. Quel bidone era il luogo dove si erano celebrati tanti matrimoni.

«Per capire che cos’è la felicità c’è un solo modo». «E quale?» gli chiese il medico, che stava già dimenticando di essere un medico. «Rivelare il mio segreto a lei!» «Alla tua Ispirazione?» «No. Alla donna con cui mi devo sposare la settimana prossima». «E perché mai, Johnsmith?» «È l’unica maniera per stare in pace con entrambe. Devo fare in modo che si conoscano, per andare avanti senza tornare indietro». «Buona fortuna allora… Se vuoi dei calmanti, o vuoi portarne qualcuno con te, serviti pure. Sono nel centrotavola all’ingresso; ho acquistato quell’oggetto nel centro commerciale quando c’erano i saldi, è vero vetro di Murano!»

Quando tornò nell’Illinois, il suo telefono incominciò a squillare come se fosse caduto un fulmine dritto nell’antenna. Johnsmith Esposito avrebbe voluto organizzare bene i suoi pensieri, invece dovette rispondere perché era la sua futura moglie e, a quanto pare, anche lei era molto gelosa.

«Dov’eri? Ti ho chiamato a lungo, caro». «Ero oltre il confine, al sud, nei luoghi della mia infanzia, il telefonino non ama il passato, è un oggetto futuristico, lo sai, cara». «Quando torni? Mi manchi!» Era il momento giusto, doveva parlarle della felicità: «Devo parlarti della felicità,» le disse. «Amore mio, la felicità è qualcosa che non puoi descrivere». «Ma io non voglio descriverla, voglio solo parlarne…»

La conversazione tenuta col medico di Twenty Miles gli ritornava in mente come una palla di cannone al contrario, era la guerra dei ricordi recenti, sempre più forte di quella dei ricordi antichi. Johnsmith Esposito tirò un altro respiro. Dopotutto, una settimana era un tempo molto breve; non sembrava facile l’impresa di trasformarlo in un tempo lungo, e neanche in un pensiero semplice. Gli uomini come lui avevano solo due alternative: cercare la felicità o cercare l’Ispirazione. L’una si nutriva dell’altra e, come gli aveva appena dimostrato la sua futura moglie, erano entrambe molto gelose.

Nel frattempo, ai tavolini dei bar non si smetteva di chiacchierare dei festival e delle borsette di Louis Vuitton; le signore sole si toglievano le scarpe e appoggiavano i piedi sulle morbide sedie; e le penne degli altri continuavano a scivolare come pennelli bagnati di olio e fiori, mentre lui, poveretto, si ostinava a spiegare alla sua felicità che amava entrambe in egual misura. Forse avrebbe fatto meglio a rimanere a Twenty Miles, ma per il momento era ritornato. La sua casa nell’Illinois profumava di gerani e gelsomini, i vicini stavano giocando con il loro bambino piccolo.

«Che cos’è infine la felicità?» chiese Johnsmith Esposito alla sua futura moglie. «Te lo dirò tra una settimana, caro. Adesso accarezzami, fammi sentire che hai preferito me alla tua Ispirazione». Lei prese la sua mano, se l’avvicinò al petto e Johnsmith Esposito sentì il frivolo profumo dell’amore invadergli i sensi. La sua Ispirazione uscì lentamente dalla stanza; sulla strada per Twenty Miles un uomo migliore l’avrebbe meritata…

[Tratto da La Catedral del tango e altre storie, Montevideo 2014]

[illustrazione di Ricardo Salles]