Sui cantegriles uruguaiani

parque Rivera

Ho visto bambini fare colazione con mate e zucchero, dormire nei letti inumiditi dalle gocce che cadevano dai soffitti in lamiera, svegliarsi indolenziti e non avere la forza di muoversi per andare a scuola, cucinavamo la lasagna e la pechuga rellena, giocavamo a baseball nel parque Rivera, insieme a Henry Ortega, anche lui fuggito dal suo paese, come me, ho regalato ai ragazzi dei cantegriles tutto quello che avevo, giravo anche io per strada senza le scarpe perché scrivere di loro seduto dietro a una scrivania sarebbe stato ignobile, dovevo vivere come loro e offrire un po’ della mia anima se volevo rubare la loro e metterla nel mio stupido libro. E ancora sento la puzza della plastica sciolta al sole, dell’immondizia lanciata dalle auto dei ricchi sui nostri marciapiedi, un’opera di carità o di disprezzo?, la puzza della miseria è uguale in ogni angolo del mondo, non esiste soltanto la miseria africana, di cui si parla in tutti i telegiornali, esiste quella dei cantegriles uruguaiani, micro città nella città, un fenomeno sociale, oserei dire, voluto da chi ha i suoi interessi, dai politici locali che promettono sussidi e televisori al plasma in cambio di voti, dai paesi più ricchi che si divertono a centellinare le esportazioni. La solita vecchia storia.

[Note di viaggio dall’Uruguay, Montevideo 2014, pp. 156]

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