Buffet di mezzanotte

Ieri sera a Monaco mi hanno invitato a una specie di buffet. Monaco non è un posto per gente vera né per chi sente di avere fuoco zampillante nelle vene. In tutti i negozi c’è la fotografia del principe e di sua moglie, un’usanza che non ho mai capito; le auto non hanno un graffio neanche se lo cerchi con la lente d’ingrandimento; le strade sono perfette; c’è qualcosa di innaturale in quel posto, è una città dipinta a misura dei miliardari, un esempio di natura che si adatta all’uomo; io ero un esempio di uomo che si adatta alla natura, per cui, alla fine, bisognava trovare un compromesso.
Quando ci sono queste serate tra ricconi – mi pare di aver capito – c’è sempre bisogno di un pretesto. Ieri il pretesto era una raccolta di libri in lingua italiana perché l’associazione che ha organizzato il buffet terrà dei corsi per francesi e monegaschi. Io sono un italiano che vive a Nizza e che scrive romanzi ambientati in Francia, per questo una cara amica di Roma ha pensato di invitarmi a passare e a lasciarne qualcuno in regalo. Quando ho accettato, appena ho messo giù la cornetta, ho capito che era una stupidaggine: non si mischiano due mondi diversi fuori della carta.

Se ci accorgiamo in tempo che stiamo per fare qualcosa che non ci rende felici – mi sono detto – non dovremmo farlo. Invece tutti i giorni ricadiamo nello stesso errore, in ufficio, a scuola, nei negozi a comprare cianfrusaglie, e così via, fino a faccende più serie come la scelta dell’anima gemella o della città in cui vivere per tutta la vita.

L’acqua del bagno di casa mia era ghiacciata, pizzicava come un ago nella punta delle dita, mi sono lavato in fretta e ho indossato gli stessi jeans del giorno prima: dopo una settimana i jeans si tengono dritti da soli, ma non era ancora il caso. Oggi forse li laverò, non sono ancora sicuro.
Alla fine del Boulevard, accanto a un elegante negozio di fiori in cui tagliavano le rose con i guanti neri da gioielliere, ho incontrato la cara amica di Roma e una combriccola di signore che si cedevano il passo a vicenda. Se continuano così – ho pensato – non entreremo mai, così mi sono infilato dentro e ho tenuto aperto il grosso e pesante portone di ferro. Mai visto uno così pesante. Prego, prego, salite pure, noi prendiamo il prossimo.
Devi sapere, caro Frank, che questa è un’associazione sovvenzionata direttamente dall’Ambasciata. Ah davvero! La mia risposta da quel momento in poi è stata sempre: ah davvero! Non so se vi è mai capitato di sentirvi talmente fuori luogo che qualsiasi cosa diciate vi sembra inutile perché, in fondo, non dovreste essere affatto lì. E allora la mia soluzione era ripetere ah davvero!, ah davvero!, e cercare di non sudare troppo prima di fuggire verso la libertà.
Secondo piano, appartamento di tre vani al centro di Monaco, vista sul traffico congestionato, luci di Natale ad alto consumo, sono entrato e mi sono rifiutato di mollare il cappotto. Sono solo di passaggio, vado via subito. Quelli sono per noi? Sì, questo l’ho scritto io e questo è un classico, Il Gattopardo. Ho dato i libri a una ragazza vestita di blu, un bel sorriso, l’aria di chi è in un modo ma vorrebbe essere in un altro. La ragazza li ha infilati tra gli altri volumi, in una stanza che è rimasta sempre chiusa, una stanza segreta, e si è dimenticata all’istante dei titoli e della mia faccia. Ci sono abituato.
Quando metti un leone in una gabbia, per prima cosa corre in un angolo in cui arriva poca luce e poco rumore, ha bisogno di perlustrare l’ambiente, capire che non lo faranno fuori. I leoni mi hanno sempre fatto pena: mentre mi rifugiavo nella terza stanza, quella con meno gente, mi rivedevo bambino e ripensavo a quelle grosse zampe che penzolavano in attesa di qualcosa. Dopo tanti anni rinchiusi in uno zoo, quegli animali così perfetti non dovevano neanche più sapere che cosa stavano aspettando, ma erano riusciti a insegnare a un bambino come me che, quando occorre, bisogna rilassare un po’ le zampe e aspettare.
Bevi, è champagne. Ti ringrazio, bevo solo birra a buon mercato. Allora prendi un po’ di succo di mirtilli! Sul tavolo c’erano due vassoi, uno con lo champagne e l’altro con quel succo rosso di mirtilli. Ho finto di bere, ho finto di parlare, la gente si moltiplicava e si sorrideva senza conoscersi, parlava a un tono finto, né alto, come fanno in quelle ricche tavolate tra amici, né basso, come in una filiale della loro banca preferita. Tutti in quell’appartamento dovevano averne una. Gli amici delle banche si riconoscono subito perché tengono una mano in tasca e un bicchiere nell’altra, anche senza bere. Nessuno ascoltava realmente quello che gli si raccontava, si aspettava soltanto il proprio turno per ripartire con una nuova frase che incominciava sempre con io. Doveva essere il buffet dell’io onnipotente, creatore del cielo e delle banche. Ma perché diavolo ci ero finito, io, laggiù!
Per fortuna, una persona mi ha salvato dall’imbarazzo e si è presentata porgendomi un sorriso, un sorriso che veniva da tutto il corpo, non soltanto dalla bocca: una donna interessante, con una storia da raccontare, e un uomo che si adatta alla natura, anche alla natura umana, felice di ascoltarla. La mia amica si è unita a noi mentre riscoprivamo le nostre comuni origini e i nostri sorrisi diventavano più onesti. Di cosa ti occupi?, le ho chiesto. Sono un agente artistico. Ah, davvero?! Le stanze d’un tratto mi sembravano molto meno piccole, la gente più simpatica e vivace, i miei jeans rigidi pronti per la lavatrice. Ho ventimila lire in tasca, sono appena rientrato dal Sud America dove ho scritto storie di uruguaiani liberi, e non ho idea di cosa si occupi quest’associazione, non ho visto la pubblicità, non ho il televisore da quindici anni, l’ho gettato in una discarica. Ecco come si capisce con chi hai a che fare, che personaggio sei, uno che si presenta così non ha bisogno di agenti artistici. Invece ne avrei, e adesso ti spiego il perché.
Dopo aver chiacchierato del mio lavoro, ci siamo scambiati i biglietti da visita: il suo era grigio e rosso, molto sobrio e molto elegante, il mio è quadrato, c’è l’immagine di un gufetto con gli occhiali e una frase del dottor Fontaine. La mia amica voleva che lo dessi a tutti, ma tutti è una parola troppo grande, in tutti non c’è nulla. Nonostante ciò, sono sicuro che il suo entusiasmo mi facesse bene perché scoprire una persona che ti ama come un figlio o un fratello o come se stessa e vuole presentarti agli amici delle banche per trovarti uno sponsor, fa piacere a chiunque. Io però non sono mai stato bravo a vendermi, forse sono nato per offrirmi gratuitamente. A vendere ci pensano gli altri, l’altra metà della società, non quella della quale faccio parte io.
A un certo punto, comunque, proprio mentre pensavo di sparire, è successa una cosa strana perché una bellissima ragazza rumena si è avvicinata a me e mi ha detto: tu sei lo scritore (la ragazza rumena aveva una maniera dolce di non pronunciare le doppie). A me piace parlare con le belle ragazze rumene, così sono rimasto ancora un po’. Non era il caso di raccontare a tutti delle ventimila lire e del televisore, mi sono limitato a dire qualche altro ah davvero!, e scambiare due parole anche con il presidente dell’associazione. Almeno prima di andare via avrei capito a chi avevo regalato i miei libri! Abbiamo parlato di navi e di mare. Poi gli ho raccontato che, a differenza loro, io ho sempre rinunciato agli stipendi fissi e all’accumulo di soldi e oggetti; il disprezzo per i beni materiali è stata la mia salvezza perché, senza saperlo, sono diventato più ricco di loro. Il presidente, naturalmente, mi ha assecondato, anche la simpatica ragazza in blu, tutto il gruppetto di gente che faceva finta di conversare in un corridoio da due o tre milioni al mese: uno che arriva e racconta loro che si può essere felici con molto meno, persino senza acqua calda, va assecondato come un povero pazzo.
Mi facevano male le guance perché quando si ride per finta è peggio che darsi a pugni, i muscoli tesi della faccia ti tirano verso l’uscita, ti senti trascinare via dal tuo stesso corpo. Le uniche risate vere erano state quelle scambiate con l’agente artistico, la mia salvatrice, il segnale che era valsa la pena accettare un invito a Monaco – città in cui non metto mai piede salvo grosse disgrazie –.
Regalare mi fa sempre piacere. Anche se qualcuno dei presenti non leggerà i testi che ho lasciato in quell’appartamentino, qualcun altro li amerà e li farà leggere a chi gli sta accanto, di sera, prima di spegnere la luce del comodino. Perché, una volta spente le luci della camera da letto, in quel momento in cui non si vede più di cosa siamo circondati, se da marmi o da faggio, siamo tutti uguali e restiamo tutti soli a fare i conti con l’amore che abbiamo dato o che abbiamo preso.
Quando sono rientrato a casa era molto tardi, l’acqua calda non era ancora ritornata, non potevo lavare i jeans e neanche farmi una doccia per lavarmi bene e sentirmi di nuovo libero dai compromessi e dai sorrisi finti, solo in pace con la mia acqua. Pazienza, prima o poi ritornerà – mi sono detto – e mi sono infilato nel frigorifero per tirare fuori quello che c’era e prepararmi un bel buffet di mezzanotte. Mentre mangiavo, ho preso il biglietto da visita dell’agente artistico, una donna davvero interessante, e ho pensato di scriverle per chiederle di trovarmi un editore, poi però ho cambiato idea e ho deciso di spedirle questo racconto e vedere come va a finire.