Clarissa che mangiava i tortellini

Ina HattemhauerPubblicato su Egregio Editore.

Mentre giocavo a creare le forme con la schiuma, mi sono accorto che una bambina con il faccino triste mi guardava dall’interno del bar. Mi è sembrato ingiusto che stesse seduta lì, dietro a un vetro, e fosse costretta ad ascoltare le conversazioni dei genitori e degli amici dei genitori, mentre io giocavo a fare le facce con la schiuma e mi godevo la frescura nell’ombra gialla degli alberi del viale. Mi sono chiesto cosa fare: se continuavo, potevo farla sentire ancora più triste, ma, se smettevo, non le restava che ascoltare i grandi parlare di politica – eravamo vicini alle elezioni e tutti parlavano di politica, era uno strazio. – Ci ho pensato un attimo sopra, poi mi è venuta in mente una nuova forma divertente e ho ordinato un altro cappuccino.
A Colonia non si può cambiare il colore delle case; sono considerate patrimonio dell’umanità, e questa umanità dev’essere una coi gusti orrendi perché tutte le case erano grige e fatte di pietra. La facciata del palazzo del bar mi sembrava simpatica, era l’unica colorata, arancione e gialla, ma poi l’hanno fatta ridipingere.
Clarissa che mangiava i tortellini mi ha chiamato da un tavolino della trattoria con le frasi d’amore, mi ha offerto un bicchiere di whisky, ma io il whisky non lo potevo bere perché era vietato quando non ero con mia moglie, la quale mi diceva sempre: il whisky è vietato! E io le rispondevo: ok. Ma quando Clarissa che mangiava i tortellini mi ha chiamato dalla trattoria con le frasi d’amore scritte dappertutto, mi sono detto: un solo bicchiere non mi farà male.
E quello è stato un giorno strano perché ho scoperto che Clarissa prima di mangiare i tortellini ne aveva bevuti altri due, di whisky, e quello che ha offerto a me era il fondo del terzo bicchiere. La cameriera della trattoria, quando mi sono avvicinato, era seduta allo stesso tavolo di Clarissa, sembrava che fosse una sua amica e stessero mangiando insieme, aveva degli occhiali grandi e, di conseguenza, anche gli occhi erano grandi. Mi ha guardato e mi ha sorriso, e quando qualcuno ti guarda e ti sorride vuol dire che ha già capito come andranno le cose. Infatti, dopo avermi sorriso, mi ha detto: lei non è mai stata in Europa, aspetta che qualcuno la inviti. Era una di quelle frasi che una donna usa per lanciare un segnale a un’altra donna, ma io sono uno sveglio e i segnali li afferro al volo! Anche se in effetti non c’era bisogno di essere tanto svegli per capire quello che voleva Clarissa mentre bagnava i tortellini nella panna e poi diceva mmmm ogni volta che ingoiava il boccone. Ogni tanto mi guardava fisso negli occhi e io pensavo subito a mia moglie per non dimenticarmi di un’altra cosa che mi diceva sempre: non guardare le altre donne negli occhi o mi arrabbio! E io le rispondevo: ok. Dopotutto, non stavo facendo nulla di male, non mi ero seduto neanche tanto vicino a lei, anzi, ero nel lato opposto della trattoria e tra di noi c’erano dieci sedie vuote e due tavoli. Inoltre quel whisky a Clarissa non serviva per ubriacarsi, ma per il raffreddore, aveva preso freddo perché a Montevideo l’avevano portata in un locale notturno, dove si balla solo di notte, lei aveva ballato per tutta la notte, quando si balla si suda molto e quando si suda molto si rischia di prendere un colpo di freddo e, infine, il raffreddore come era successo a lei.
C’erano anche altri camerieri e tutti sembravano amici di Clarissa. La guardavano e le sorridevano mentre ascoltavano distrattamente i suoi racconti. Clarissa ha parlato a lungo del suo lavoro in Brasile, – era brasiliana – si occupava di un parco di ventiseimila ettari insieme a altre quindici guardie forestali. A me sembrava un lavoro davvero interessante, più del cameriere e del disegnatore di facce sui cappuccini, e non ci trovavo nulla di divertente nelle sue parole. Le ho chiesto un sacco di cose sui parchi e sugli incendi e lei è stata così felice di parlarmene che si è dimenticata anche del raffreddore. Mi piaceva vedere i suoi occhi illuminarsi mentre mi parlava dei boschi. Intanto la cameriera con gli occhiali grandi ha approfittato della mia presenza per sparire in un’altra sala e ha lasciato Clarissa da sola, se non ci fossi stato io di fronte a lei ad ascoltare il seguito del racconto.
In Brasile ci sono due tipi di parchi, quelli nazionali e quelli statali; il parco di Clarissa – che nel frattempo aveva finito i tortellini e ripulito il suo piatto talmente bene che io non avrei mai indovinato che contenesse tanti tortellini fino a cinque minuti prima – era statale, vale a dire, apparteneva allo stato in cui lei viveva. Nello stesso stato ce n’erano altri quaranta. Non mi ricordo il nome dello stato, ma potete scoprirlo da soli, basta cercare lo stato del Brasile in cui ci sono quarantuno parchi, né uno di più né uno di meno. Mi piacevano molto i capelli di Clarissa, erano luccicanti, ma cercavo di non guardarli, sempre per le stesse ragioni di cui vi ho già parlato, anche se, adesso che ci pensavo, mia moglie non aveva mai parlato dei capelli ma di altre parti del corpo, era sempre stata molto dettagliata per cui, se le avesse dato fastidio, avrebbe inserito anche i capelli nella lista di cose che non mi era permesso guardare. Così ho fatto un complimento a Clarissa, la quale era rimasta in silenzio perché credeva che a nessuno interessasse il suo racconto, e le ho detto: sono molto luccicanti i tuoi capelli, sembrano auto illuminati, non hanno bisogno che tu accenda la luce di sera. Lei ha posato la forchetta che brillava più dei capelli e mi ha guardato. Non doveva avere un marito che le faceva la lista delle cose proibite perché mi ha guardato dalla testa ai piedi e poi di nuovo dai piedi alla testa. Quando passava per il petto, a causa del mio ego maschile e degli insegnamenti di mio padre – che però ha divorziato tre volte e quindi non è quel che si dice un buon esempio – lo gonfiavo un po’.
Un paio di volte Clarissa si è alzata per andare a parlare con il barman, lo trattava come un suo amico, ma lui le dava le spalle e continuava a sistemare le bottiglie, per cui alle domande che Clarissa poneva a lui finivo per rispondere io. Abbiamo parlato di tante cose, anche della felicità, e di una scrittrice che si chiamava come lei, ma della quale non ricordo il cognome. Per scoprire di chi si tratta, basta che cerchiate le scrittrici donne di nome Clarissa, che hanno parlato una volta o l’altra, della felicità. Più precisamente, l’altra Clarissa, la scrittrice, aveva parlato del giorno dopo la felicità e aveva detto: da tutta la vita desidero essere felice, ma che succederà dopo esserci riuscita? Mentre citava questa frase, la prima Clarissa ha sospirato talmente forte che il suo profumo è arrivato fino a me, nonostante le dieci sedie e i due tavoli vuoti. Saremo felici?, mi ha chiesto. Certo!, ho risposto, lo saremo perché la felicità è qui dentro, non dobbiamo cercarla da nessuna parte. Un altro sorriso le ha acceso il volto senza che nessuno lo vedesse; erano tutti occupati a lavare i bicchieri dietro al bancone.
Dopo avermi chiesto tre volte dov’era il mio hotel, ho deciso di usare una tecnica che mi ha insegnato mia moglie, la quale mi ha sempre detto: quando sei in viaggio e un’altra donna ti chiede dov’è il tuo hotel, tu dille una bugia! Così ho risposto: alloggio vicino alla stazione degli autobus, che era la parte del paese opposta a dove alloggiavo in realtà. La bugia mi era riuscita bene perché ci aveva creduto, aveva detto: ok. Ma subito dopo ha aggiunto: la mia valigia è proprio nella stazione degli autobus! La ragazza con gli occhiali grandi si è messa a ridere e questa volta, pur essendo molto sveglio, non ho capito la ragione della sua improvvisa risata. La mia valigia era tanto grande, ha detto Clarissa, che ho dovuto lasciarla lì perché domani mattina parto per Buenos Aires e non sapevo ancora dove avrei dormito; il tuo albergo è caro?… A questo punto non sapevo cosa rispondere perché, se le avessi detto la tariffa del mio vero albergo, poi si sarebbe accorta che era una bugia, così le ho detto che il prezzo di una camera nel mio albergo era un prezzo medio, e non potevo lamentarmi.
Ci siamo avviati insieme mentre io mi chiedevo come fare una volta arrivati al finto albergo e lei si chiedeva qualcos’altro che non sono riuscito a indovinare. La ragione per cui non ho potuto indovinare i suoi pensieri è strana da spiegare. Clarissa si era alzata un paio di volte, avrei potuto accorgermi prima della cosa strana da spiegare, ma mi ero distratto a leggere le frasi d’amore, c’era scritto per esempio: la vita non va compresa ma vissuta, oppure: oggi è un buon giorno per diventare un giorno magnifico, e altre simili romanticherie che la ragazza con gli occhiali e i suoi amici dovevano aver copiato da Internet.
Ho lasciato trecento pesos per i miei cappuccini, li ho infilati sotto il piatto per non farli portare via dal vento, e ho detto a Clarissa che l’avrei aiutata con la sua valigia, si trattava di galanteria, quando mi sono accorto di questa cosa strana da spiegare: Clarissa, a guardarla bene, era davvero piccola e non potevo guardarla negli occhi per capire quello che pensava! Quando eravamo tutti e due in piedi, io le vedevo solo i capelli. Avevo già visto le scarpe, che erano rosse e molto piccole, ma non avevo immaginato che fossero proporzionate al corpo perché a volte ci sono persone che hanno i piedi piccoli e il corpo grande, come i calciatori o i ballerini. Clarissa si è alzata e si è messa la giacca, che, alla luce di quanto vi ho appena detto, non mi sembrava proprio la giacca adatta a una persona piccola perché era molto lunga e la accorciava ancora di più.
Ci siamo avviati lungo il viale giallo, attraverso la città vecchia; io che avevo bevuto due cappuccini non ricordavo come ci ero arrivato nella città vecchia, ma lei che aveva bevuto tre whisky lisci, sì. Mi sembra di ricordare che, oltre ai capelli, e forse agli occhi se li avessi guardati un po’ meglio, di Clarissa a me non piaceva proprio niente e mentre camminavamo sulla stradina irregolare che prendeva la forma delle radici degli alberi, mi chiedevo perché diavolo mi fossi cacciato in quella situazione. Soltanto perché avevo sentito il bisogno di essere gentile con una ragazza?! Ma Clarissa non era esattamente una ragazza, mi aveva raccontato che nel 1991, quando lei aveva ventidue anni, nel suo parco c’era stato un avvistamento UFO, e uno dei suoi quindici colleghi era stato sequestrato dagli alieni; quando lo avevano ritrovato, aveva un tatuaggio sul fianco con delle scritte aliene; pare che la lingua degli alieni fosse il sanscrito. Ma non vi racconto questo per parlare degli alieni, bensì per farvi notare un altro segnale che una donna è capace di lanciare mentre sta parlando degli alieni. Se nel 1991 Clarissa aveva ventidue anni… oggi dovrebbe averne… Mi sforzavo di fare il calcolo senza farglielo notare; non serviva a nulla aiutarla con le valige e poi offenderla per l’età. Meglio una ragazza che si trascina la valigia da sola piuttosto che una signora aiutata da uno che non sa fare i calcoli. Per distrarmi dalla sottrazione degli anni, perché quando penso ai numeri mi viene il mal di mare, Clarissa mi ha guardato per un momento e io me ne sono accorto perché è stato uno dei brevi attimi in cui ha smesso di parlare. Mi ha guardato tacendo in quel modo in cui solo una donna sa tacere, parlandomi e dicendomi tante cose sconce pur tenendo la bocca chiusa e le labbra le brillavano più dei capelli e delle posate. Dobbiamo andare di qua, le ho detto. A me sembrava che la stazione dei bus fosse da tutt’altra parte. Anche a me, ma quando ho visto la rosticceria ho riconosciuto la svolta.
Siamo arrivati al deposito bagagli, mi sentivo un facchino perché non avevo nessuna intenzione di andare a letto con Clarissa quindi non avevo nessuna ragione di essere lì ad aspettare che mi caricassero una borsa da campeggio più alta di lei sulle spalle. La storia della galanteria non se la sarebbe bevuta nessuno e io non avrei saputo cosa raccontare. Per cui c’erano solo due soluzioni: la prima era sparire mentre lei entrava nell’ufficio del deposito, e la seconda era andare nel finto albergo e fare l’amore con la piccola Clarissa soltanto perché dopo avrei potuto raccontare qualcosa che avesse un senso. Ero in una situazione strana, come avevo intuito dopo aver finito il secondo cappuccino, quello, è stato davvero uno strano giorno. Avrei voluto telefonare a mia moglie per chiederle come uscire da quell’impiccio, ma poi avrei dovuto spiegarle come ci ero finito e non mi è sembrata una buona idea; non sono bravo a raccontare come finisco negli impicci e avrei finito per farla ingelosire. Penso che tutte le sue raccomandazioni siano dettate dalla gelosia, ma la gelosia, quella, io non la capisco; a cosa serve avere paura di soffrire? Se sei sicuro che a letto con una che porta le scarpe rosse e l’impermeabile fino alle caviglie non ci andresti neanche se fosse cosparsa di panna e di tortellini, è inutile che tua moglie sia gelosa! Eppure, tutte le mogli lo sono, e io, che mi credevo tanto sveglio, non riuscivo proprio a capire il perché!

[Pubblicato su Egregio Editore, agenda culturale della Lupo Editore, all’interno delle Note di viaggio dall’Uruguay, maggio 2014]

[illustrazione: Ina Hattemhauer]