Qualcosa sulle religioni

Charlie HebdoLe mie recenti ricerche mi hanno fatto riflettere su una cosa: che influenza ha la chiesa in questa faccenda della felicità? Alla luce degli attuali avvenimenti qui in Francia e nel resto del mondo, mi chiedo, a cosa servono queste religioni se devono separare anziché unire?

Prima di parlare di religioni, però, occorre fare una breve digressione su cosa rappresenta per ognuno di noi, esseri umani, il conseguimento della felicità personale – perché lo scopo di chi prega, in una maniera o in un’altra, è, o dovrebbe essere, la propria e l’altrui felicità – e poi trovare – se c’è – un nesso tra le due cose.

Mi piace iniziare dai pensatori più antichi, Epicuro, Seneca, o i popoli sudamericani che tutt’oggi conservano nelle loro lingue una forte spiritualità, o dai moderni filosofi come Fromm, o ancora dai tanti romanzieri che attraverso le loro storie finiscono sempre per anteporre la felicità dei personaggi alla propria. Perché questa ricerca, in fin dei conti, è alla base di gran parte delle psicologie dei personaggi, giacché quelli negativi ne soffrono e quelli positivi, gli eroi, compiono sempre una sorta di percorso alla ricerca della felicità. Diderot afferma che non esistono altre ricerche possibili.

Molti di questi autori parlano di distacco dai beni materiali, di una ricerca fatta di coerenza applicata alla vita reale, quella presente, e in armonia con la propria natura. Per essere felici occorre innanzitutto essere liberi. E fare ciò che amiamo, scoprirlo, fregarcene di ciò che ci viene imposto, vuol dire essere liberi. La dittatura è sempre dietro l’angolo, non occorre un esercito per strada e una prigione sempre piena, si può vivere in dittatura anche quando l’oppressore non ti mette le manette ai polsi ma a qualcosa cui dovresti tenere di più: la tua testa.

Secondo le religioni orientali, la sofferenza è causata dal desiderio. Il distacco dai beni materiali costituirebbe, pertanto, il raggiungimento di uno stato di benessere, altrimenti detto felicità. Ma il distacco dal desiderio non è tutto. Un’altra componente importante è la conoscenza di se stessi.

Molti parlano di pensieri ottimisti, dello sviluppo di una visione positiva degli avvenimenti e, infine, della capacità di non provare odio. Se stai bene con te stesso – si suol dire – non hai motivo di odiare. Anzi, l’unica cosa che avrai a cuore sarà eliminare le sofferenze altrui.

Alcune ricerche delle solite accademie mediche inglesi o statunitensi, invece, parlano di una forte componente genetica: la predisposizione a voler essere felici è già dentro di noi sin dalla nascita, per qualcuno è più forte, per qualcun altro meno. A questa predisposizione si accompagnano gli altri fattori attorno ai quali ruota la nostra esistenza: l’arricchimento, il conseguimento di una buona posizione, poi i fattori socio-culturali, l’entourage familiare, e, infine, qualcosa di diverso per ognuno di noi.

Nessuno può realmente sapere cosa ti rende felice, eccetto te. Lo puoi scoprire dopo un’analisi profonda e talvolta dolorosa. Occorre coraggio; non è detto che tu voglia farlo. La fuga dalla felicità è molto più comoda.

Anche nella filosofia buddista comunque si parla di quattro fattori dell’appagamento o felicità: la ricchezza, la soddisfazione terrena, la spiritualità e l’illuminazione. Io credo che esista un’illuminazione diversa per ogni individuo, che si tratti di qualcosa di innato, come diceva Epicuro, già dentro di noi senza il bisogno di altri che diano loro un ordine o un regolamento scritto.

L’empatia è un’ottima chiave per la felicità: se sei empatico, riesci a entrare e uscire dal mondo degli altri apportando talvolta dei miglioramenti al loro e al tuo, e non provi quella frustrazione tipica dell’incomunicabilità.

Ma riuscire a dissociarsi dal proprio io e appassionarsi agli altri non è semplice. La capacità di estraniarmi dalla mia stessa vita e vivere costantemente in quella degli altri – che è quello che faccio costantemente quando scrivo una storia – mi ha aiutato a sviluppare la concentrazione necessaria. La meditazione è un’altra chiave possibile.

Negli anni, è stata la carta a farmi da amica e confidente, si è sostituita a tutto il resto ed è diventata la mia personale religione.

Ciò che mi ha più appassionato in questa mia inconscia ricerca – che stasera sto malamente ricostruendo – è che il raggiungimento della felicità, facendo ciò che amo e facendolo nel rispetto della mia natura, è qualcosa di tangibile, in questa vita, non in terre promesse, paradisi terrestri o nuove esistenze reincarnate in corpi diversi dal mio. Appassionandomi alla lettura, e alla letteratura più in generale, dedicando tutto me stesso a questa attività così solitaria eppure così ricca di vite, ho imparato a trovare tutte le sicurezze dentro di me, senza il bisogno di alcun dio e alcuna lista di regole da seguire o recitare a memoria.

Da ragazzo, mi sono costruito la mia felicità attraverso i libri. Da questi ho imparato a conoscere e a conoscermi, e ho scoperto che ciò in cui io credo è l’inarrestabile forza dell’amore, prima di ogni cosa al mondo, perché, senza, tutto il resto non ha alcun senso.

Qualcosa riguardo alle religioni che mi ha sempre spaventato è quell’atteggiamento di alcuni fedeli tanto convinti delle proprie idee – o sarebbe più corretto dire, delle idee di qualcun altro, che, a loro volta, hanno condiviso – da non tollerare le mie. Ma non essere credente non vuol dire negare l’esistenza di Dio! Ben più grave è sentirsi dire: se non credi sei un peccatore, un’anima dannata, bisogna essere timorati di Dio, e così via. Come se non credere in Dio volesse dire non credere in nulla. Queste accuse che ascoltavo con curiosità ogni domenica mattina, nel paese dei miei nonni, in cui trascorrevo l’estate da ragazzino, oggi mi fanno paura quanto gli atti di estremismo che separano popoli interi o, peggio, fanno sì che questi si sterminino. Perché il sentimento che c’è dietro, forse, è esattamente lo stesso.