Double espresso: Lettera ai giovani pensatori

Forse non siete responsabili della situazione in cui vi trovate,
ma, se non fate nulla per cambiarla, ne diventerete complici. (Martin Luther King)

Pierre-Adrien Sollier

Cari giovani pensatori,
Sento che è arrivato il momento di parlare del mio Paese d’origine, quello a forma di stivale, al sud della Francia, da cui, quando avevo la vostra età, sono partito in cerca di fotuna.
Sono figlio e nipote di emigranti. Mio nonno, Vito Gennaro Gallo, è stato tra i primi italiani a partire per il Venezuela, a bordo di una nave militare trasformata in cargo. Era conosciuto col soprannome di Scopritore d’America. Fu lui a trasmettermi la passione per la lettura e il coraggio della partenza.
Consapevole dei sacrifici della mia famiglia durante i duri anni del dopoguerra, prima di seguire il loro esempio ero un ragazzo convinto di poter cambiare il mondo intero. Cresciuto in una città, poi in un’altra e poi in un’altra ancora, avevo tutte le carte per continuare la tradizione familiare. Benché inizialmente abbia creduto che le motivazioni scatenanti della mia partenza fossero da ricercare all’esterno, nei problemi socio-culturali, nelle difficoltà lavorative, e quant’altro non si poteva evitare di notare, col tempo ho imparato a capire anche le cause interiori – e forse più forti delle prime – e ho concluso che, anche se fossi nato nella nazione col PIL più alto e la migliore qualità di vita, probabilmente sarei partito lo stesso.
A scuola, da bambino, mi battevo per l’uguaglianza e per il rispetto dei diritti umani, cantavo la Marsigliese e coinvolgevo i compagni di classe nelle piccole battaglie quotidiane contro ciò che ritenevamo ingiusto, voti comprati da genitori facoltosi, episodi di razzismo contro piccoli gruppi di studenti arrivati dalla periferia, o punizioni immeritate se non imparavi a memoria poesie e canzoni che contenevano espliciti messaggi politici: ricordo che si è scatenata una guerra quando l’insegnante di italiano ha provato a farmi cantare Bella ciao. Iodice!, fino a ieri gridavi Allons enfants de la Patrie e adesso ti rifiuti di cantare una canzone italiana?! L’Italia non esiste!, rispondevo, e comunque mi rifiuto perché me lo avete ordinato Voi – in Italia, al sud, forse tutt’oggi, per rivolgersi alle persone anziane o che ricoprono un certo ruolo si utilizza il Voi –.
Il primo sentimento che a quei tempi ho imparato a riconoscere grazie alle letture, ascoltate dai miei genitori e poi fatte in prima persona, è stato quello della libertà, sì, non lo definirei in altro modo, il sentimento della libertà, ed è forse per perseguire questo particolare stato dell’animo che più tardi ho sentito l’esigenza prepotente di scrivere nuove storie, quando quelle degli altri non mi sono più bastate.
Finito il liceo, avevo intenzione di partire, studiare negli Stati Uniti – che, agli occhi di un diciottenne ribelle, dovevano rappresentare il posto in cui realizzare i propri sogni – così appena ho potuto sono partito. Parte della mia famiglia è in Sud America, mi avrebbe aiutato nei primi tempi; all’inizio è stata dura ma il resto non è stato difficile, anzi, è stato talmente appassionante che è descritto qua e là dai miei personaggi, e, comunque, non era di questo che oggi volevo parlarvi, ma di ciò che viene prima, cioè le circostanze e i fattori socio-culturali che mi hanno spinto a emigrare.
Al mio ritorno a Salerno, cittadina tranquilla e ben curata, scenario di opere urbanistiche da miliardi di lire, a firme prestigiose, non è stato semplice trovare lavoro nonostante le esperienze già maturate all’estero a quell’età. Molti dipendenti venivano pagati la metà, vale a dire – e questo stupisce tutti nei diversi Paesi europei e americani in cui ho affrontato l’argomento – dichiarando un’attività a tempo completo e ricevendo uno stipendio da part-time. O, peggio, non firmando alcun contratto per avere pochi spiccioli in più. C’erano anche casi di amici e conoscenti che lavoravano e non ricevevano affatto uno stipendio! Siamo in attesa che l’impresa prenda piede, mi raccontavano, che vuoi farci, è già tanto se abbiamo trovato qualcosa.
Perché si accetta di lavorare quaranta ore la settimana e guadagnare poche centinaia di euro al mese?, o fare decine di ore extra senza essere pagati? Ancora oggi, dopo duemila anni dalla morte di Gesù, ci sono ancora soldati romani che frustano schiavi ricurvi sotto le pietre. E ciò che mi preoccupa di più è il fatto che chi è nato e cresciuto sotto il peso della pietra, non ha mai avuto la possibilità di alzare lo sguardo per vedere più in là, di conoscere altro, di scegliere, e se non sa che esiste un posto migliore, in cui lo aspetta una vita migliore, avrà dentro di sé la spinta, la forza talvolta, di andare a cercarselo? O si rassegnerà a vivere nel posto in cui è nato, senza neppure pensare che ha le risorse necessarie per cambiarlo? Risorse che sono in ognuno di noi.
Ci sono luoghi in cui, pur di mangiare, si è disposti a tutto, paesi poveri, ai limiti della miseria, dove milioni di persone vivono per strada e muoiono di fame, io ne ho visto qualcuno, ne vedrò altri perché ho in progetto di partire di nuovo, per un altro lungo viaggio in Africa; ci sono milioni di persone in tutto il mondo povere sul serio, ma non qui, mi dico, qui c’è qualcosa che decisamente non funziona. E perché lo si accetta? Chi vi dà lavoro, i soldi li ha, e se non li ha non dovrebbe darvelo!, non credete alle favole, all’amore e la dedizione per l’impresa, alle promesse di compensi e promozioni in cambio di lavoro straordinario o gratuito, no, cari ragazzi, ogni ora extra va pagata o recuperata, ogni giorno libero, rispettato. Non temete di far valere i vostri diritti. Diritto è una parola sacra, andrebbe fatta studiare a scuola al posto delle canzoni.
Ora, vedo tanti accettare passivamente ciò che non li rende felici: da cosa è causata questa diffusa incapacità di reagire?
Accettare è un verbo a doppia lama, serve a mettere fine a quella lotta sacrosanta per cui l’essere umano è stato creato, la lotta per il diritto alla libertà e alla felicità. E un altro verbo che si utilizza troppo spesso in tal senso è accontentarsi, perché così va la vita, si suol dire, questo è quanto ci viene offerto. Ma offerto da chi? Certo non dalle proprie mani, perché da quelle si può ottenere qualsiasi cosa.
Un paio di ipotesi sulle ragioni di questo atteggiamento, le avrei: il servilismo ha la sua radice da un lato nella storia del nostro Paese e, dall’altro, nella forte presenza della Chiesa nello Stato.
Penso a una parola scritta da Giuseppe Garibaldi in un telegramma nel 1866, “obbedisco”, e le attribuisco una simbolica maternità di tutto ciò che è accaduto dopo. Ci sono Stati nati dal sangue e dalla lotta per la libertà, dalle rivoluzioni e i ghigliottinamenti dei re e delle regine, ma – ahimè – ce ne sono altri, figli dell’obbedienza.
Creare uno Stato voleva dire unire culture diverse, lingue diverse, sotto un’unica bandiera, e, se da un lato ciò costituirebbe quanto c’è di più bello sulla carta, nella vita reale ha innescato problematiche tuttora irrisolte.
Tra queste, mi vorrei soffermare sulle diversità linguistiche interne che contraddistinguono noi italiani. Parlare di dialetti è superfluo, non mi riferisco a quelli, ne esistono dappertutto, benché i nostri dialetti, pure, meritino un encomio particolare in quanto veri e propri sistemi linguistici diversi tra loro, proprio a causa delle differenti origini cui accennavo. Il problema in questa faccenda è l’aver sviluppato intolleranza, talvolta pregiudizio, verso chi parla la stessa lingua, l’italiano, ma con una musicalità diversa a seconda della regione d’origine. C’è differenza di note, di toni – ed è meraviglioso, a pensarci bene – tra l’italiano parlato a Torino e quello di Reggio Calabria. Ma da dove nasce l’intolleranza? Può essere insegnata ai nostri figli? E, se la impariamo da bambini, è possibile capirlo una volta cresciuti e non commettere a nostra volta lo stesso errore? Insomma, a chi fa comodo tutto ciò?
Ricordo che una volta ero in vacanza in Trentino Alto Adige e stavo giocando con altri bambini nel giardino di un hotel. I figli dei clienti, tutti in vacanza, provenienti da diverse città. E una bella bambina si è avvicinata a me – già allora avevo un debole per le “belle bambine”, per cui ho giocato più forte per mettermi in mostra mentre la guardavo arrivare con la coda dell’occhio –. Ecco quello che ci siamo detti. Tu sei di Napoli? Ci sono solo nato, ma ogni anno cambiamo città per via del lavoro del mi babbo – come si dice in Toscana –. Sai che io ho un libro sui bambini napoletani?, è davvero divertente. No, non sapevo neanche che esistesse, ma me ne procurerò una copia.
Rievoco questi piccoli traumi d’infanzia perché racchiudono la chiave di lettura di questa questione: di chi era la colpa se due bimbetti nati per essere liberi ora vivevano sentimenti confusi da un odio riflesso del quale non comprendevano neanche il senso? Dell’autore di quel libro? O di chi lo aveva comprato e messo nelle mani di una bambina di dieci anni? L’odio, quindi, può essere insegnato, ma, per fortuna, ognuno è capace di imparare a riconoscerlo e di imparare anche l’amore, che è sempre più forte.
Mi chiedo perché, e a quale scopo, si insista tanto nel sottolineare le differenze anziché dare loro il valore inestimabile di cui sono testimoni. Dopotutto, dalle diversità nasce il confronto e da questo una migliore conoscenza anche di sé.
Nella mia famiglia non si è mai parlato il dialetto, forse grazie al lavoro di mio padre e alle montagne di libri, sia suoi che di mia madre, tra cui noialtri siamo cresciuti. Si è sempre conferito un valore sacro alla parola e all’estetica della parola. Nonostante ciò, la cultura degli italiani è testimone delle innumerevoli lingue parlate prima dell’italiano: quando un napoletano pensa una battuta, la pensa in napoletano, perché il background culturale che c’è dietro è intraducibile.
Ci sono persone che lo parlano più di altre, per alcuni è addirittura la lingua principale. Eppure, continuo a pensare che ciò sia un bene, un valore aggiunto, laddove si possa scegliere. La scelta è sempre sinonimo di crescita. Diverso è il caso delle famiglie in cui ancora oggi si parla soltanto dialetto e il livello di istruzione è ancora sotto la media. Famiglie tanto numerose in Campania quanto nel Veneto.
Eppure, mi sembra che alcuni Media tendano più spesso a parlare delle prime piuttosto che delle seconde. Altra incoerenza contro la quale sento costantemente il dovere di protestare, semplicemente perché, se continuiamo a perder tempo per farci la guerra tra di noi, non diventeremo mai un vero popolo, ma saremo sempre divisi. E chi ci guadagna – mi chiedo ancora – da questa divisione?
Non ho il televisore da almeno dieci anni. Non è stata una scelta, ma una conseguenza del mio stile di vita; col tempo ho capito di non credere nella televisione come mezzo utile per l’umanità, per dirla tutta, non riesco a trovare il suo senso. Ogni cosa, addirittura ogni persona, dovrebbe avere un senso. La radio per esempio ce l’ha; e il cinema anche. Ma della televisione, eccetto quelle sue caratteristiche simili alla radio e al cinema – informazione; film; reportage; programmi di approfondimento, fino a un ventennio fa ad alto contenuto culturale, andati via via sparendo nella maggior parte dei canali – che cosa rimane? Programmi spazzatura, fiere della vanità, ombretto, minigonne, e poco più. Leggo le notizie su giornali di differenti Paesi perché preferisco farmi un’opinione obiettiva di ciò che avviene nel mondo. Ma mi capita di accenderla ogni tanto, la TV, quando vado a Salerno a trovare la mia famiglia per esempio, e, purtroppo, devo constatare che la situazione in quindici anni non è affatto migliorata. Anzi!
Cito soltanto una frase che mi ha scioccato, pronunciata da una giornalista della Rai poco prima degli ultimi mondiali di calcio: “È incredibile ma vero, anche a Napoli sarà possibile acquistare biglietti ufficiali e non contraffatti per la partita dell’Italia!” Inutile commentare. Mi limiterò a dire che, finché da lassù continueranno a insegnarci l’odio, dovremo faticare, e non poco, per ristabilire l’amore.
Le mie sono riflessioni di chi non ha accettato ciò che non riteneva giusto ed è partito alla ricerca di una vita migliore: un posto in cui i miei figli non dovranno avere costantemente paura di perdere il lavoro ma sapranno farsi valere, grazie ai mezzi che un sistema più giusto avrà dato loro, per ottenere non uno ma tanti impieghi diversi, fino a trovare quello che più li soddisfi, scopo, tra l’altro, per cui l’uomo dovrebbe lavorare. Il diritto a essere felici è scritto in molte costituzioni, forse anche in quella italiana, tuttavia è certo che accontentandoci di ciò che altri decidono per noi non lo saremo mai. E neanche se continuiamo a non capire che il lavoro non serve soltanto a pagarsi l’affitto. Lavorare in un settore qualunque pur di lavorare – obietterete – è l’unica soluzione per chi non ha altra scelta. Sì, può essere, ma le scelte vanno costruite, non ci sono negozi di scelte sul lungomare.
Ho sempre creduto nella protesta, quella costruttiva, non fine a se stessa, utile come punto di partenza per migliorare e migliorarsi; per cui, non prendete queste mie parole come la solita canzone degli italiani all’estero, troppo spesso pronti a elencare – meglio di me e in maniera più dettagliata – tutti i difetti del Bel Paese, ma come il frutto di anni di riflessioni e di ricerche necessarie per scrivere libri quanto per farsi un’idea propria, il tentativo, quindi, di trovare soluzioni a ciò che non va come dovrebbe andare, piuttosto che il pianto di chi se ne lamenta ma non prova a cambiarlo.
Che diamine! Come è possibile non reagire se – nonostante sui miei documenti non ci sia più scritto Italia – so che pochi farabutti in parlamento si permettono di giocare con la buona fede del popolo! Ecco due parole che non si usano più come una volta: buona fede, ciò che dovrebbe dimostrare chiunque abbia un ruolo di responsabilità sociale, politica o semplicemente qualunque intellettuale capace di risvegliare il bisogno di cultura, cultura più temuta dei mitra da certi personaggi di attualità, e, la seconda parola, popolo, quell’espressione di unione tanto difficile da pronunciare nello stesso modo a Bari e a Trieste: forse perché ci sono troppe vocali.
Come posso restare in silenzio soltanto perché vivo in Francia e la mia serenità mi permette di avere il lusso di trascorrere un pomeriggio intero con queste mie carte! Davanti al mio schifoso double espresso, che, dopo tanti anni in questo posto, ancora non riesco a trovare buono come a Napoli. Come posso, se in questo momento so che il mio amico Antonio a Bologna lavora in uno studio contabile per dieci ore al giorno e guadagna seicento euro al mese; o che la mia anziana zia, che vive al quarto piano, senza l’ascensore, è costretta a tenere in casa l’immondizia con gli scarti del pesce perché una sola sera a settimana vengono raccolti i rifiuti organici e le è permesso di portarli giù, benché paghi tasse salate per lo smaltimento dei rifiuti; o, ancora, che la mia sorellina, Anna, si vergogna di tirar fuori i libri di scuola in un bar a Battipaglia perché gli altri clienti e i camerieri la guardano come se fosse pazza?!
Il posto in cui vivo, vicino al porto di Nizza, non è un paradiso terrestre, beninteso, ma ci sono una serie di vantaggi a lavorare da quest’altra parte del confine. Qui ti pagano ogni minuto di straordinario, per dirne una, e si lavora lo stretto necessario per avere più tempo libero e dedicarsi alle proprie passioni, trentacinque ore settimanali per uno stipendio base di 1.300 euro al mese. Riguardo ai caffè letterari, poi, direi che sono nella testa prima di essere luoghi fisici, per cui prima di ritornare a Salerno e aprirne uno, come mi piace progettare con il mio amico Alessandro della libreria Internazionale, occorrerebbe diffondere tra la gente l’amore per la lettura, la voglia di arricchirsi interiormente, confrontarsi attraverso lunghe conversazioni. Un mondo ideale, direbbe qualcuno. Può darsi, ma non mi vergogno a continuare a sognarlo. Confido nell’animo umano, che in duemila anni ne ha superate tante. Finirà anche questa epoca di anti cultura, ne sono certo, e le persone, stanche di rendersi schiave del progresso, riscopriranno il valore delle piccole cose.
Un concetto da tenere a mente quando si parla di rivoluzioni è quello del tempo. Il tempo è qualcosa di immateriale, come diceva Seneca, ti accorgi della sua importanza quando ti viene portato via. E come si può preferire trascorrerlo in casa a smistare l’immondizia anziché in un caffè con un buon libro, magari, o dei buoni amici?
Soltanto riscoprendo l’importanza del tempo della vostra vita per realizzare i sogni e dedicarvi alla vostra ricerca, troverete la strada per la libertà personale.
Questa faccenda, ogni volta che ci penso, risveglia in me un sentimento innanzitutto di reazione. Come potevo non reagire quando, a vent’anni, ho scoperto che alcune agenzie interinali, in cambio di un lavoro, avrebbero trattenuto il mio stipendio per i primi tre mesi! Eppure, lo si accetta, perché ci si è abituati a non prendersi il lusso di sognare. Sognare è per ragazzini, da grandi bisogna soffrire. E chi ce lo dice – durante le omelie magari – soffre oppure no? Quanto è importante l’ingerenza della religione (di Stato) nello Stato? Siccome ci viene imposto di studiarla anche a scuola – laddove sarebbe più costruttivo studiare tutte le religioni, come forma di fenomeni sociali o semplicemente testimonianze delle storie dei vari paesi e non soltanto del nostro – varrebbe la pena analizzarne i precetti, leggere la Bibbia da soli e interpretarla ognuno a modo suo, come qualsiasi altro libro.
Ma a me basta parlare di un messaggio in particolare, per rimanere in tema e non divagare troppo: secondo la religione cattolica, bisogna soffrire per espiare il peccato originale e essere felici nell’aldilà, in paradiso. Se penso a questo concetto, capisco tante circostanze che si sono insediate anche nel sistema sociale, vale a dire, nella testa della gente: accettare la sofferenza perché così è scritto, perché essere felici, qui e ora, godere, sembra quasi un peccato. Da questo punto di vista, sono molto più interessanti altre filosofie, o religioni se preferite, come quella buddista, secondo la quale bisogna perseguire la felicità in questa vita, non in un’altra immaginaria. Rinunciare a lottare per la propria felicità, comunque, è come smettere di sognare.
Smettere di sognare. È questo che mi sarebbe successo se fossi rimasto a Salerno, o a Napoli, o in qualche altra città al di là del confine? Non in tutte, spero… Esiste ancora chi accetta di pagare pur di avere un lavoro, oppure chi regala al direttore il cesto con i dolci di Natale perché spera che con la pancia piena il direttore si senta più generoso e gli aumenti lo stipendio?! Anche in questo caso, la mancanza di informazione gioca un ruolo fondamentale: per esempio, molti non sanno che in altri Paesi l’aumento di stipendio è obbligatorio ogni sei mesi.
Una volta, mio zio mi ha detto che puoi criticare un sistema soltanto se lo conosci bene, se descrivi le ragioni per cui lo critichi, e, soprattutto, se hai delle soluzioni alternative da proporre. Alla luce di questo principio, spero di aver adempiuto a tutti e tre i punti. Per quel che riguarda il terzo, direi che la parola chiave per proporre alternative valide è reagire. Reagire a ciò che si ritiene ingiusto è il primo passo per una possibile rivoluzione culturale, una rivoluzione che incominci nella nostra testa, nel nostro sistema di pensiero. Non può esserci rivoluzione se prima non c’è una reazione.
È vero – obietterete ancora – un uomo, una donna, da soli sono ben poco, due granelli di sabbia in una spiaggia immensa, ma, se ognuno di noi, umilmente, ammettesse di essere soltanto un granello, una piccola pietra apparentemente insignificante, anziché sentirsi la spiaggia intera, la più bella e perfetta spiaggia del mondo, e si tuffasse, fiducioso negli altri, in questo torbido mare che abbiamo davanti, le onde piccolissime che produrrebbe si allargherebbero pian piano, lente e regolari, e una nuova corrente spazzerebbe via tutto il lerciume. Se ognuno di noi, quindi, si convincesse che bisogna accettare i propri limiti, saremmo tutti persone migliori. Perché, dietro la grande maggioranza delle tragedie umane c’è sempre una mancanza di rispetto per l’essere umano, per la propria vita innanzitutto e quindi anche per quella degli altri.
Anche i problemi della mia città natale – cui finora ho solo accennato – nascono dalla mancanza di rispetto per se stessi: imparare ad amarsi, quindi, serve anche ad amare gli altri. L’amore, quello per la famiglia, per i propri figli, per le cose semplici, ha il potere di conferire alla nostra vita la serenità che altri – per sporchi interessi commerciali o che in un modo o nell’altro ruotano attorno al concetto di potere – cercano ogni giorno di farci dimenticare.
Se non impariamo a ragionare come una specie, una specie animale che potrebbe estinguersi come qualsiasi altra, e non da italiani, francesi, cristiani, musulmani, eccetera, non vinceremo mai la prima grande battaglia della nostra epoca: la lotta contro la politica dell’odio.
Una nota, infine, riguardo all’espressione “giovani pensatori”, coniata dalla filosofa Ada Fiore, una delle tante persone che mi stanno sostenendo nel mio progetto itinerante nelle scuole italiane in cui porto il Breve dialogo sulla felicità, il libro che oggi regalo anche a voi:
Tutti voi giovani siete dei pensatori, nati liberi, con la capacità di porvi delle domande e il potere di cambiare il futuro dell’Italia. L’unica cosa di cui avete bisogno è che qualcuno vi dica che ciò è possibile.

[illustrazione: Pierre-Adrien Sollier]