Social network e letteratura

Felicia Olin
Illustrazione di Felicia Olin

“Solo fare bene il proprio lavoro, con tutto l’amore e la cura umanamente possibili, è la zattera cui aggrapparsi”.David Foster Wallace

A volte mi chiedo quale sia il nesso tra i social network e i libri di narrativa, considerando che, per me, si tratta di due mondi ben distinti, non tanto per i piani comunicativi su cui si muovono, quanto per la mortalità dei primi e l’immortalità degli altri. Lo scrivere letterario e lo scrivere sui social non hanno nulla in comune se non il mezzo, questo è evidente, ma uno che ama così tanto la prima forma riuscirà a dedicarsi alla seconda senza provare l’abietta sensazione del tradimento?

Vedo tanti autori promuovere se stessi senza usare accenti o senza rispettare le maiuscole. L’abilità di un buon autore o autrice sta anche nel ricreare un sistema di regole ortografiche, usando per esempio esclusivamente virgole o giocando con la struttura delle frasi, ma con coerenza applicata, stipulando un patto implicito con chi legge, per cui, non mi sembra questo il caso. Vedo tanti presentare i loro lavori, descriverli con perizia di venditori d’auto, invitare i lettori agli eventi che li vedono protagonisti, e li invidio perché davanti a quella finestrella blu, io, mi immobilizzo per scegliere le parole giuste. Qualsiasi scelta faccia, mi sembra sempre di vendermi come un tacchino a Natale. Scegliere parole, sceglierle per farle rivivere in corpo alla gente, è un’attività solitaria, non può essere sociale, a meno che non si scelgano a caso, e ciò costituirebbe la differenza maggiore tra i due mondi, quella di cui sto parlando.

Quando mi è stato suggerito di tenere una pagina Facebook o un account Twitter, perché pare che sia ormai l’unico modo per stare a questo mondo e non sparire nell’universo liquido in cui ci stiamo trasformando, ci ho provato per un po’ ma poi li ho cancellati. Io non cerco visibilità, ho spiegato a chi me l’ha offerta, desideravo solo che i miei libri esistessero, che fossero editi, ed è finita così. Non si tratta di snobbare chi possiede almeno un account, uno per la moglie, uno per l’amante; si tratta di letteratura. La letteratura e la scrittura hanno bisogno di silenzio, di concentrazione, lontananze, distanze, ciò che Facebook e gli altri social network hanno abbattuto, appiattendo tutte le forme letterarie, rendendole merce per falsi editori, bestie assetate di follower, o per narcisisti, falsi autori e false autrici che pubblicano (a volte pagando) libri con copertine a specchio.

A ciò si aggiunge un’angoscia costante all’idea di scrivere qualsiasi altra cosa che non sia un testo minimamente curato e di non poterci lavorare con calma prima di offrirlo ai lettori. Si tratta di concentrazione e di abnegazione nei confronti di qualcuno per il quale, a dirla con le parole di una brava editor con cui ho collaborato una volta, nutro una sacra venerazione. Questo qualcuno è la parola, una ricca signora malinconica che vive in un mare di sangue rosso vivo. La parola va rispettata, non ci si può giocare relegandola nello spazio di centoquaranta caratteri o alla mercé di chi, a sua volta, è in quel non-luogo, ormai cittadinanza delle civiltà di consumo, per gioco, per spiare la vita degli altri o per rimorchiare, e inciampa di tanto in tanto in un testo di valore letterario.

Ma chi sono io per decidere cosa sia letteratura e cosa no? Quest’attività mi ha trasmesso la consapevolezza di non essere nessuno per giudicare qualsiasi cosa ci sia dopo il punto. D’altronde, tutto ciò che si scrive, o, peggio, tutto ciò che viene pubblicato, può rappresentare la produzione letteraria di un paese. Oppure no? Non lo so. Se avessi delle certezze, non avrebbe alcun senso fare quello che faccio e che sopravvive proprio lungo la linea sottile del dubbio incostante tra sicurezza e indecisione, in nome di un amore così puro, impossibile da provare per qualcosa, o qualcuno, che non sia fatto di carta.

Secondo Álvaro Mutis, “gli elogi in bocca propria sono vilipendio”. Ecco il rischio che corri quando nella tua pagina Facebook promuovi i tuoi libri: una orribile, controproducente attività anti etica che sotto le lusinghe del successo riesce a farti perdere di vista anche gli obiettivi più chiari e i sentimenti più onesti con cui hai incominciato. Parlare di ciò che scrivi può essere pericoloso oltre che noioso. Amare o parlare d’amore: soltanto una cosa ti sarà concessa.

In altri termini, in quest’epoca di totale follia per la condivisione, per un insano apparire prima ancora di essere, e per tante altre perversioni che passano attraverso quegli schermetti liquidi, un povero stupido stanotte si prenderà la responsabilità di dirti che ciò che conta è la tua vita, quella reale, non la sua condivisione, né, forse – ma questo dovrei dirlo anche a quelli come me – la sua rappresentazione. E se è vero che tanti, forse tutti gli autori, hanno ormai un profilo o una pagina Facebook e stanno bene attenti a curarli perché per molti editori è così che funziona, è così che vieni pubblicato, o è così che ci si conforma alle regole di un mondo che, se fosse un posto giusto, non mi avrebbe neanche spronato a iniziare, io ho deciso ancora una volta di fare a modo mio, per la stessa ragione per cui ho sempre rinunciato a carriere allettanti continuando a lavorare come veilleur de nuit.

Perciò perdonami, caro lettore, cara lettrice, se non sono presente sui social network, ma ho bisogno di tempo per dedicarmi alle mie storie. Se vorrai leggerle, condivideremo quelle.