Social network e letteratura

Felicia OlinSolo fare bene il proprio lavoro, con tutto l’amore e la cura umanamente possibili, è la zattera cui aggrapparsi. (David Foster Wallace)

A volte mi chiedo quale sia il nesso tra i social network e i libri di narrativa, considerando che, per me, si tratta di due mondi ben distinti, non tanto per i piani comunicativi su cui si muovono, quanto per la mortalità dei primi e l’immortalità degli altri, e se io sia capace di fondere queste meravigliose creature dell’intelletto senza correre il rischio di confonderle. Le mie dita e la tastiera del computer hanno vissuto una relazione conflittuale ogni volta che ho provato, senza successo, ad aprire un account, e ho dovuto ricorrere all’aiuto di persone che si sono offerte di gestirlo a mio nome, e, poi, l’ho cancellato appena mi ci sono ritrovato faccia a faccia e avrei dovuto continuare a giocarci da solo, bambino irrequieto con la sua bicicletta, vecchio abbandonato nella brasserie, immobile davanti all’idea che, dall’altra parte di uno schermo, ci fossero anime vive in attesa di risposte.

Lo scrivere letterario e lo scrivere sui social network non hanno nulla in comune se non il mezzo, questo è evidente, ma uno che ama così tanto la prima forma, forse, non riuscirà a dedicarsi alla seconda senza provare l’abietta sensazione del tradimento. Vedo tanti riuscirci, chiacchierare, chattare, senza usare gli accenti o senza rispettare le maiuscole*, e presentare i loro lavori, descriverli con perizia di venditori d’auto, invitare i lettori agli eventi che li vedono protagonisti, e li invidio perché davanti a quella finestrella blu, io, mi immobilizzo per scegliere le parole giuste. Qualsiasi scelta faccia, mi sembra sempre di vendermi come un tacchino a Natale. Scegliere parole, sceglierle per farle rivivere in corpo alla gente, è un’attività solitaria, non può essere sociale, a meno che non si scelgano a caso, e ciò costituirebbe la differenza maggiore tra i due mondi, quella di cui sto parlando.

Quando mi è stato suggerito di tenere una pagina Facebook o un account Twitter, perché pare che sia ormai l’unico modo per diffondere qualcosa, ci ho provato per qualche mese ma poi li ho cancellati: io non cerco visibilità, ho spiegato a chi me l’ha offerta, ed è finita così. Non si tratta di snobbare tutti quelli che posseggono almeno un account, uno per la moglie, uno per l’amante, o ergermi a un livello superiore rifiutandomi di scendere in piazza e ballare insieme a loro. Non si tratta di questo; provo realmente un senso di angoscia costante all’idea di scrivere qualsiasi altra cosa che non sia un testo minimamente curato e di non poterci lavorare con calma. Si tratta di concentrazione e di abnegazione nei confronti di qualcuno per il quale, a dirla con le parole di un gatto con cui ho parlato una volta, nutro una sacra venerazione. Questo qualcuno è la parola, una ricca signora malinconica che vive in un mare di sangue rosso vivo: secondo la mia visione, va rispettata, non ci si può giocare relegandola nello spazio di centoquaranta caratteri o alla mercé – mi tocca dirlo – di chi, a sua volta, è in quel non-luogo, ormai cittadinanza delle civiltà di consumo, per giocare, per spiare la vita degli altri o per rimorchiare le belle ragazze (in quelle finestrelle blu sono tutte belle) e inciampa di tanto in tanto in un testo di valore letterario.

Ma chi sono io per decidere cosa sia letteratura e cosa no? Questa attività mi ha insegnato la consapevolezza di non essere nessuno per giudicare qualsiasi cosa ci sia dopo il punto. D’altronde, tutto ciò che si scrive, o, peggio, tutto ciò che è in libreria, può rappresentare la produzione letteraria di un paese. Oppure no? Non lo so. Come potrei! Se avessi delle certezze, non avrebbe alcun senso fare quello che faccio e che sopravvive proprio lungo la linea sottile del dubbio incostante tra sicurezza e indecisione, in nome di un amore così puro, impossibile da provare per qualcosa, o qualcuno, che non sia fatto di carta, con la convinzione, come diceva David Foster Wallace, che l’unica zattera cui aggrapparsi è fare bene il proprio lavoro, con tutto l’amore e la cura umanamente possibili.

Secondo Álvaro Mutis, gli elogi in bocca propria sono vilipendio… E cosa c’è, infine, dietro una pagina Facebook in cui parli dei tuoi libri e ti vendi come un bel tacchino infiocchettato, se non una orribile, controproducente attività anti etica, la quale, sotto le lusinghe del successo, allettante per i vanitosi o per chi non è cosciente che si tratti di un subdolo pericolo, riesce a farti perdere di vista anche gli obiettivi più chiari e i sentimenti più onesti con cui hai incominciato? Parlare di ciò che scrivi può essere pericoloso oltre che noioso. Amare o parlare d’amore: soltanto una cosa ti sarà concessa.

In altri termini, in quest’epoca di totale follia per la condivisione, per un insano apparire prima ancora di essere, e per tante altre perversioni che passano attraverso quegli schermetti liquidi, un povero stupido stanotte si prenderà la responsabilità di dirvi che ciò che conta è la vostra vita, quella reale, non la sua condivisione, né, forse – ma questo dovrei dirlo a quelli come me – la sua rappresentazione. E se è vero che tanti, forse tutti gli autori, hanno ormai un profilo o una pagina Facebook e stanno bene attenti a curarli perché è così che funziona (?!), perché è così che vanno le cose (???) o perché è così che ci si conforma alle regole di un mondo che, se fosse un posto giusto, non mi avrebbe neanche spronato a iniziare, io, in una parola, ho deciso di fottermene, per la stessa ragione per cui ho sempre rinunciato a carriere allettanti continuando a fare il veilleur de nuit, per dedicarmi indisturbato alle mie storie, in nome dell’unica cosa che realmente conta: la libertà personale.

* Nota: L’abilità di un buon autore o autrice sta anche nel ricreare un sistema di regole ortografiche, usando per esempio esclusivamente virgole o giocando con la struttura delle frasi, o ancora reinventando il vocabolario, ma con coerenza applicata, stipulando patti impliciti con chi legge, per cui, non mi sembra questo il caso.

[illustrazione: Felicia Olin]