Breve dialogo sulla felicità con José Pepe Mujica

Old man or lawyer

Il floricoltore era ritornato dopo molti anni di assenza, la qual cosa, durante le dittature militari sudamericane, era del tutto normale. Entrò in un bar alle spalle di Plaza Independencia, le case basse profumavano di piante e detersivi, s’intravedevano i cortili interni pieni della luce brillante degli azulejos. Era domenica, aveva percorso venti quadre lungo Avenida 18 de Julio dalla Biblioteca Nazionale fino alla piazza. Il grosso cancello della biblioteca era chiuso, c’era soltanto la statua di Socrate affacciata dall’ultimo scalino, ma lui lo aveva dimenticato.

Il bar era silenzioso quando il vecchio domandò: che!, non vi do fastidio se mi siedo qui solo per bere un bicchiere, vedo che avete già apparecchiato per la cena. Se ci dai fastidio te lo dico, rispose il ragazzo dietro al bancone. Era la maniera di essere cordiali di quelli del sud. Che, era la parola che tutti utilizzavano per attirare l’attenzione, una specie di codice per entrare in contatto gli uni con gli altri, e, ‘ta, rispondevano tutti con la stessa gioia povera negli occhi.

Non ci importa come si chiamava il floricoltore né quanti anni aveva, durante questa lettura non ci importerà di tante cose. Grapamiel, e un caffè grande, freddo se non ti disturba. Non ne abbiamo, gli fu risposto, allora il floricoltore chiese: portamelo caldo, aspetterò che si raffreddi.
Quel giorno le sue mani dimostravano una strana consapevolezza di sé, erano mani indipendenti e reazionarie. Si accorse, quando le tirò fuori dalle tasche strappate della giacca, che erano sottili e senza la pelle, avevano compiuto per anni lo stesso gesto e non c’era ragione per cui dovessero smettere adesso. Eppure, le vide immobili, poi muovendole di nuovo ne avvertì il sentimento di responsabilità con cui si avvicinavano al tavolino. Le sue mani non avevano età, erano invecchiate soltanto agli occhi degli altri, di tutti coloro che amano dare una fine a ogni cosa con la vana speranza di posticipare la propria.

Il ragazzo dietro al bancone cantava e fischiava, aveva riccioli piccoli che gli cadevano sul collo e davano l’impressione di essere bagnati, ma forse era soltanto il riflesso delle lampadine gialle. Le cameriere non lo guardavano come si guarda un uomo, il floricoltore era più simile a un bambino e ispirava loro voglie di maternità miste alle risate: una timida gioia al pensiero folle di averlo messo al mondo e allattato, stretto contro quel petto che quando lui era entrato aveva stranamente incominciato a palpitare. Il floricoltore non badava ai sorrisi di nessuno, era concentrato a guardarsi le mani. Le aveva appoggiate su un grosso quaderno che aveva portato con sé.
Era nato in quella città, ma nel corso della sua vita aveva lavorato in tanti posti, Salto, Artigas, persino Buenos Aires, e in nessuno di questi si era fermato per più di qualche anno, aveva servito diversi padroni, non si era mai lasciato sedurre dalle promozioni. Il lavoro era gratificante, ma vivere al costante inseguimento della propria passione per la vita stessa, come aveva fatto lui, lo era stato di più. Si era sempre accontentato del minimo di stipendio, qualcuno lo aveva definito un incosciente, lo avevano avvertito, vedrai, gli avevano detto in molti, vedrai. Il floricoltore, e continueremo a chiamarlo così perché ormai del suo nome non se ne faceva nulla, era stanco di sentirsi dire, vedrai, vedrai. Aveva almeno novant’anni e tutto ciò che aveva visto sembrava uno spettacolo che adesso si portava dentro; forse lo aveva descritto in quel quaderno, forse il suo nome era finito lì dentro.
Teneva lo sguardo basso. Per incrociare i suoi occhi dovremmo abbassarci e aspettare che li sollevi dal tavolino, ma sappiamo che quando qualcuno pensa alla propria vita potrebbero passare delle ore prima che raccolga gli occhi da dove li ha dimenticati, perciò continueremo a parlare di lui senza descrivere questa parte del suo volto, per il momento.

Il ragazzo dietro al bancone si stava dedicando al suo naso con la perizia degli innamorati o di quelle scimmie che, l’un l’altra, si spulciano e mangiano i parassiti scovati nei peli della testa. Il resto del corpo si può pulire da soli, ma per la testa c’è bisogno di qualcun altro. Il floricoltore gli sorrise, bevve un sorso del caffè che sapeva di acqua sporca del gabinetto – non perché questa l’avesse mai provata, ma perché così la immaginava – e restò zitto ancora per qualche minuto. Da quando era entrato, il ragazzo dietro al bancone lo aveva interrogato con lo sguardo per scoprire se, almeno lui, sapesse qualcosa riguardo alla felicità.

[Tratto dal Breve dialogo sulla felicità, un racconto distribuito gratuitamente nelle scuole italiane. La versione in spagnolo è stata pubblicata sulla rivista ufficiale della Biblioteca Nazionale di Montevideo, nel numero di maggio 2014]

[foto: Old man or lawyer, Francoforte]

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