L’ultima partita

Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta nel 1999, a Salerno, da un editore che si chiamava Sergio Capozzoli.

Non ci eravamo mai visti prima e non immaginavamo cosa ci aspettasse al di là di quel saluto, contratto semplicemente, senza pensare a ciò che c’era dietro quegli occhi, stranamente immobili gli uni negli altri.

David era giovane, non si sarebbe mai aspettato di avere una collega della mia età, era come se fossi una sorta di donna dei sogni, la femme fatale. Era una specie di poeta, un sognatore di quelli che si trovano nei film d’amore e nei romanzi epistolari. Io ero la sua nuova collega, avevo trentadue anni e un corpo perfetto.

Il ragazzo mi piaceva, era più giovane di me, giocava interbase, batteva forte, ma era solo un ragazzo. Ero andata a vederlo un paio di volte, mi aveva salutata prima di entrare nel box, mi aveva fatto sentire la sua emozione, la sua voglia di battere, e mi era piaciuto, mi era bastato.

La prima volta che ci incontrammo, di nascosto, sulla baia, lui zoppicava perché qualcuno gli era entrato con i tacchetti su una rubata in seconda base. Mi piaceva il modo in cui mi raccontava delle sue partite, gli si riempivano gli occhi di follia buona e mi piaceva essere guardata con quegli occhi pazzi. Mi disse che preferiva la spiaggia in inverno, me lo disse in una maniera strana, era come dire che gli piaceva la spiaggia vuota o che lui si sentiva vuoto e con me si sarebbe sentito pieno, qualcosa del genere.

Quel giorno sulla spiaggia mi lesse anche le sue poesie, non avrei mai detto che un giocatore di baseball, dopo aver sputato semi di girasole e orinato nell’angolo all’ombra del dug-out, avesse ancora l’ispirazione per scrivere poesie, ma era tenero, mi fece sciogliere come un cioccolatino su un barbecue. La luna, il sole, le nuvole e la luce venivano fuori dalla sua bocca dolce, mi fece sentire l’unica donna su quella spiaggia.

Per giocare interbase, mi spiegò, bisogna essere un po’ matti, non sei legato a nessuna base in particolare, giochi attorno alla seconda, è vero, ma non ne sei schiavo come il terza base o il prima base. Quella è la tua base ma tu non sei suo, non sei di nessuno.

Ogni volta che David parlava di follia gli si accendevano gli occhi, aveva lo stesso sguardo di quella volta in cui mi salutò prima di andare in battuta. Ricordo la sua maniera di stringere la mazza, delicatamente, ma con una passione e una forza più mentale che fisica. A volte mi sono sentita come la sua mazza, stretta e non stretta, amata.

Chi è il vero folle?, mi chiedeva — ma perché lo chiedeva a me? — Quando sai di esserlo e sai a cosa vai in contro, non sei forse più saggio degli altri?

Quel ragazzo mi guardava come si guarderebbe una barca a vela, era una sorta di venerazione; ancora oggi mi chiedo se quello che successe ne fu una diretta conseguenza oppure no. Passare la metà del giorno a lanciare una pallina e l’altra metà a scrivermi poesie d’amore doveva essere snervante; era come se si sbattesse tra due forme di ossessione. Tuttavia, essere un’ossessione mi gratificava abbastanza.

Nel breve periodo trascorso da quando ci eravamo visti per la prima volta fino all’avvenimento del quale parlerò fra poco, David e io trascorremmo i pomeriggi più lunghi della nostra vita; quei pomeriggi in penombra, bagnati da quella luce arancione che passava attraverso le tapparelle, e il calore del divano che diventava il nostro calore; i nostri corpi facevano l’amore col divano.

Fu un periodo eccitante, mi sentivo protetta quando mi stringeva; aveva braccia sottili ma dure, dovevano essere forti per battere così, anche se mi diceva che una buona battuta veniva sempre dalla testa e non dalle braccia. Sembrava che tutto il suo universo emozionale, il suo sistema di ragionare, dipendessero da quel gioco, era come se vi riponesse tutte le sue emozioni. David faceva l’amore con il baseball. Mi tradiva con il baseball, ero gelosa, ma non glielo dissi mai. Come avrei potuto! Guardarlo giocare mi faceva venire in mente il parco con i bambini, le giostre, era un bambino sulle giostre mentre lanciava la sua pallina in prima base. E quando volava sulla seconda per girare un doppio gioco, sembrava una ballerina leggera di Mosca, aveva grazia ed eleganza, mi dava gioia vederlo saltare sulla sua base e rilanciare in prima. Era virile e delicato, adesso capivo a cosa si riferiva quando parlava del suo gioco come di un amante.

Durante quel periodo conobbi i segreti di un giocatore di baseball, scoprii le sue debolezze e i suoi riti prima di entrare in campo, mi divertii a scoprire David come avrei scoperto il personaggio di una delle sue poesie. Mentre facevamo l’amore sentivo che nascevano nella sua testa nuove rime o nuove fantasie per il gioco, e mi sentivo parte del suo universo perfetto, dinamico, un universo vincente. Una sera mi spiegò che essere eliminati non voleva dire esserlo per sempre, se al turno successivo avevi voglia di battere, e mi disse che nella vita funzionava esattamente così, elimini e ti eliminano.

Durante una di quelle confessioni, mentre lui si strappava il cuore e me lo metteva in mano, io decisi di lasciarlo in pace, di restituirlo al suo mondo e tornarmene da dove ero venuta.

C’è una cosa che noi donne non ammettiamo mai, e neanche io ammisi quando gli spiegai che il mondo non era un diamante e che lui non poteva giocarci e correrci intorno in senso antiorario. Mi guardò come un bambino davanti a un regalo vuoto, mi rese le cose più difficili. Quella sera decisi che non sarei mai più andata a letto con un poeta.

L’indomani lo vidi affacciato alla finestra dell’ufficio; il nostro ufficio dava su un prato pieno di panchine. Ci rilassava sapere che durante la pausa potevamo recuperare uno sprazzo della nostra esistenza sedendoci immersi nel verde. Quando lo vidi accennai un saluto, mi sfiorò l’idea di trascorrere un ultimo pomeriggio chiusi in ufficio, una sorta di regalo d’addio, ma poi mi calmai e finsi di non averlo pensato, dovetti temere che dal mio viso si notassero i miei pensieri.

Qualche mese più tardi andai a vedere la finale, la sua squadra aveva pochissime sconfitte, si giocava il titolo nell’ultima di campionato. Quando arrivai e presi posto sugli spalti, erano a fine settimo, sotto di un punto, le basi piene. David era al piatto e stringeva delicatamente la sua mazza, la fissava, le parlava, la corteggiava come aveva fatto con me. Urlai il suo nome, mi sentivo più vecchia e i ricordi di quei pomeriggi accaldati sul divano mi facevano tremare più della platea, che stava palpitando per una buona battuta. Una buona battuta dipende sempre dalla testa, mi ripetevo, cosa ci sarà nella sua testa adesso? Non avevo mai capito che cosa in realtà ci fosse sotto il suo berretto. Nella stessa misura in cui mi rivelava tutto ciò che sentiva e me lo rimava nelle sue poesie, mi convinsi che in realtà non mi aveva mai detto nulla.

Lo speaker ripeté il suo nome: «Nel box di battuta il numero 34, David Erol, il poeta. Non ho mai visto un giocatore più pazzo di lui, non puoi mai sapere quello che farà finché non lo fa».

Lo stadio era relativamente pieno, il rumore era silenziosamente assordante, e io mi sentivo sola tra tanta gente, non mi piaceva che tutte quelle persone lo guardassero e lo amassero come lo avevo amato io. La platea stava facendo l’amore con lui, odiavo quella situazione.

L’urlo baritono dell’arbitro mi fece smettere di tremare, «Strike two!» Non l’aveva neanche vista, non lo riconoscevo più, sembrava che non avesse più voglia di battere. Uscì per qualche secondo dal box, chiese tempo, si chinò per respirare l’odore dell’erba e ritrovare il senso della partita, di tutta la sua vita, del suo amore per il gioco e per la poesia. Poi sollevò gli occhi e mi vide, fu come se già sapesse che io ero lì; avevo paura che mi trovasse più vecchia, meno attraente, mi sentii gli occhi dello stadio addosso mentre lui continuava a fissarmi e a dedicarmi ogni centimetro dei suoi gesti.

Lentamente si riavvicinò al piatto, l’arbitro si chinò invitando il lanciatore a fare il suo dovere, con due strikes non doveva essere un lavoro difficile per lui; in genere si gioca un po’ con l’avversario lanciando alto o di lato per farlo pescare, ma David restò impassibile, lasciò passare due balls al limite dell’area, li percepì come pensieri semplici che non potevano cambiare la sua mente liscia, innamorata del mondo. Spinse più forte la punta del piede destro nella sabbia, stava spegnendo immaginari mozziconi di sigarette fumati dalla sua concentrazione, una donna più bella di me, innamorata e devota, con la quale si era appena ritrovato; giocò ancora con le dita attorno alla mazza, accarezzandola in attesa di stringerla per la battuta. Vide partire la pallina, staccarsi dalle dita del lanciatore e ruotare verso di lui; dal senso della rotazione poté capire di che tipo di lancio si trattasse e poté scegliere come colpirla. Girò con la sua grazia ritrovata e lasciò la mazza con la mano destra; mentre ruotava su se stesso il mio cuore si contrasse come se me lo stessi strappando e glielo stessi lanciando. La pallina volò fuori dal recinto, negli spalti tra l’esterno centro e l’esterno sinistro; la folla si accalcò sui bordi del terreno come un fiume colorato che stava straripando; i giocatori davanti a lui presero a girare e a gioire, la giostra era rinata, il miracolo del fuoricampo più inatteso della partita li aveva fatti trasalire, sembravano correre verso la madre, di ritorno dalla guerra. David li guardò con la fierezza di un giocatore esperto, più vecchio, che aveva capito il valore del nostro sguardo e gli aveva reso onore. Per la prima volta da quando lo avevo conosciuto, e senza ammetterlo a me stessa, io stavo piangendo.