La fine del grande romanzo europeo

don quichotte
Don Quichotte, di Lounis Dahmani

Non ho la pretesa di fare della teoria. Sul mio mestiere, ne so meno di chiunque altro e mi spaventerebbe il contrario, giacché sapere troppo su ciò che si fa può da un lato sembrare indispensabile, ma, dall’altro, privo di qualsiasi fascino.

Si parla da un po’ di anni della fine del romanzo come genere letterario. Ciò costituirebbe un problema evidente: il romanzo, sin dalla grande invenzione dell’ “io” e della sua ricerca, a incominciare cioè dal Don Quichotte di Miguel de Cervantes, ha rappresentato per l’Europa e per noi europei uno specchio del reale, uno specchio non fedele e colmo di abbellimenti, di riccioli dorati e guance rosa, ma anche contenitore e testimone di valori che, altrove, sono andati via via scomparendo. I grandi temi dell’essere umano saranno trattati dagli autori e dai loro personaggi, “io” inventati per compiere una ricerca. Grazie a Sterne capiremo che la nostra vita è piena di infinite imperfezioni, tutte messe in risalto dall’umorismo, altro specchio deformante, ingrandente, se vogliamo, in cui i lettori hanno imparato a guardare per prendersi meno sul serio. Kafka inventerà la ricerca all’interno di un altro mondo, quello interiore. Hemingway, poi, sarà scopritore della semplicità del linguaggio e delle ripetizioni, che non vanno considerate “poco” letterarie, anzi, serviranno proprio a scoprire un altro elemento del grande romanzo europeo: la semplicità. La ricerca della semplicità continuerà; il patto implicito con i lettori non sarà più del tipo assurdo=accettazione, né tantomeno reale=approvazione, ma onestà=comprensione. La lettura di romanzi permette qualcosa che altrove non trova lo spazio né il tempo di manifestarsi, un sentimento simile all’intimità: quando leggiamo ci sentiamo compresi.

L’autore di storie in cui degli “io” immaginari a loro volta cercano se stessi per mezzo di azioni o di riflessioni, ha un ruolo sociale, forse addirittura morale (ma non moralizzante). Fa da guida a chi vuole domandarsi il perché di ciò che lo circonda e non si accontenta della verità stabilita dai media, poiché, se è vero che esistono fatti reali e inoppugnabili, è anche vero che i meccanismi psicologici che li provocano non sono molto diversi da quelli che muovono le nostre piccole vite. Per cui il romanzo è investigazione del reale ma anche di se stessi; chi non ama la vita in esso rappresentata – oserei dire – non ama neanche la propria.

Vita, un’altra parola vaga, fatta di un “essere” che Shakespeare mette in contrapposizione al “non-essere”, piuttosto che alla morte, in quanto si tratta di qualcosa peggiore della morte. Che cos’è dunque la crisi attuale se non una corsa cieca verso un non-essere, una depersonalizzazione dell’individuo stesso? Come analizzare gli innumerevoli non-lettori, allora, se non alla luce di questa verità universale scoperta già quattro secoli fa?

Inutile rifugiarsi dietro ai cliché. Le epoche cambiano, si suol dire, non c’è più il tempo di leggere romanzi. Lo si dice al bar di Place Garibaldi, per esempio, mentre si aspetta la noisette, o nella sala d’attesa del dottor Costa, uno di quei luoghi in cui siamo finalmente soli con noi stessi, sensazione che riscopriamo anche durante la lettura, sensazione che, se mi guardo intorno, pare ci faccia sempre più paura. La paura nasce dall’insicurezza, dalla non-conoscenza. Finché chi parla di fine non sarà in grado di ammettere che per vincere questo processo dobbiamo ritrovare la sicurezza in noi stessi, non potrà fare altro che lamentarsi e correre a piangere dalla mammina perché sta arrivando la fine del grande romanzo europeo.

Illustrazione di Mark Elliott

I tempi e il loro inesorabile avanzare hanno portato con sé una minaccia non solo per il romanzo come forma letteraria, ma per il senso contenuto nel romanzo, il valore che in passato gli si attribuiva e che oggi è realmente in pericolo, perché la crisi di cui si parla con tanto fervore, oltre a essere economica e politica, è soprattutto etica. Ed è proprio l’etica insegnata dai grandi romanzi che hanno creato le epoche letterarie, ad averli contraddistinti. Se considero tutto ciò che ho imparato dai libri, non dai libri scolastici, ma dai romanzi, non riesco a immaginare un’esistenza priva di questi non-oggetti; non conosco molti altri modi di arricchire il proprio “io”. Jack London mi ha insegnato il valore della libertà; Sunskind mi ha parlato per la prima volta della forza divoratrice dell’amore; Joyce mi ha dimostrato come il monologo può diventare lo strumento più potente per compiere il proprio percorso interiore; Joseph Conrad mi ha insegnato come vivere due vite, una letteraria e l’altra dedicata al mare; ancora, grazie ai romanzi di Jean-Claude Izzo, ho imparato la gratitudine per la propria città, che non è quella che ti ha dato alla luce, ma la madre generosa che ti ha accolto tra le sue braccia e ti cullerà per tutta la tua vita.

La fine del romanzo, pertanto, non esiste se non come fine dell’ “io” e della sua interiorità. Se ciò accadesse, se l’essere umano decidesse di interrompere questa ricerca che va avanti da secoli e che nei romanzi ha trovato almeno la metà delle risposte, se decidesse di scegliere ciò che “ha” e non ciò che “è”, allora si potrebbe parlare del superamento di un genere letterario. La nozione stessa di genere letterario è un’invenzione di chi tanto amava mettere dei limiti a qualcosa di illimitato, perché, se esiste una verità assoluta riguardo al romanzo, è che la sua composizione è quanto c’è di più libero al mondo. Il romanzo è un’opera necessariamente incompiuta; nella sua parte non-detta va ricercata la sua magia e – vale la pena ribadirlo – la sua immortalità.