Il Gabbiano e il Colombo

Il sole è forte e pungente

in mezzo a tanta gente

volano i gabbiani

pesanti.

Quanti di loro saranno felici?

E quello che dici, o che

pensi,

i sensi affinati dal peso delle ali,

quali strade bagnate,

le giornate trascorse a cercare il cibo,

e non trovarlo, tuffarsi e

riemergere con la bocca vuota

e nuota il gabbiano alla ricerca del colombo

ignaro

uccello come lui, più piccolo e indifeso,

arreso alla modernità

nei vicoli della città

lo vede, da lontano, zoppicare piano

con il fil di ferro tra le zampe.

Muto, il colombo

cerca tra gli scarti,

in due parti è divisa la sua esistenza,

passato e presente, niente

oltre la strada del mercato

dimenticato, grigio e privo di curiosità,

chissà se il colombo conosce il gabbiano,

se si parlano piano, o, come l’uomo,

hanno dimenticato i colori e il profumo

del prato,

la sensazione della pioggia,

la schiena stanca che si appoggia sulla terra

e la guerra della libertà,

chissà cosa pensa ora il colombo,

quando lo vede arrivare,

volare basso e pesante

tra le tante auto ferme

in attesa del padrone, una canzone,

quella del possesso

come il sesso o la smania di potere

che noialtri sentiamo necessario

o questo diario, sterile e pieno di

belle parole,

che, da sole, non serviranno al colombo,

ignaro di ciò che gli accadrà.

Non sa, il colombo,

che zoppica felice tra la sua immondizia e

con perizia

il gabbiano lo sceglierà

tra gli altri più forti e più scaltri di lui

e i buii corridoi della morte,

le mille porte che apriremo,

il remo solitario dell’ultima barca

che ci porterà laggiù

nel mare del gabbiano

cui siamo destinati.

Non sa, tutto questo,

non può sapere, da solo, beve

nei buchi del marciapiede,

non vede, il colombo,

l’ombra del suo simile

avvicinarsi,

il lento susseguirsi del suo lamento

né la carne sua lacerata

in quest’ultima giornata

trascorsa per le vie della città,

non sa, il colombo,

che non potrà ritornare

né vedrà il mare, o la sua infinita diversità,

che appartengono al gabbiano,

mentre vola piano e lo segue

tra tanta roba, roba ancora viva,

gettata per strada, priva di difese,

vite arrese alla sua volontà,

lui, che capirà, lui che ha la mente

e niente di simile al colombo,

non ha niente, il gabbiano, che gli somigli,

niente da dirgli mentre lo ammazza

in una pazza lotta senza senso

e io penso:

una volta tutto questo non sarebbe accaduto,

non avrei creduto a questo omicidio,

io, che li invidio

perché possono scegliere di vivere e morire;

io, che non posso capire,

nonostante, come loro,

ucciso da questa roba che mi circonda

da una sponda all’altra di un mare pieno di occhi,

di rintocchi, che, da lontano,

mi controllano la mano;

io, che cerco la logica nella morte,

una morte orrenda

tra la merda di questo posto

fatto a pezzi dal fratello del fratello,

quello stesso con cui una volta

divideva il pane e il pesce

e poi cresce, diventa lucido e sicuro

con muscoli forti, occhi piccoli e cattivi

privi del ricordo,

diventa sordo, il gabbiano, quando

dolce e tranquillo, senza dirlo,

senza pronunciar parola,

vola, alto e forte,

come se l’aria fosse fatta di acqua

e di qua e di là lo cerca con lo sguardo

fino a quando, stamattina

in questa stradina piena di sporcizia

proprio dove inizia la loro storia

lo ha trovato e ha provato a dirgli qualcosa

con l’afosa angoscia di chi non sa

lo ha guardato in quegli occhi senza vita

e lentamente, un pezzo per volta,

gli ha concesso l’unica cosa che aveva.

E muto, adesso, alla fine del processo

senza giudici e difesa,

senza chiesa, né testimoni,

solo canzoni come questa,

una protesta, talvolta,

contro la morte del colombo

fatto a pezzi dal gabbiano

piano, con tutto l’amore

degli innamorati,

avidi divoratori di colombi,

spietati e strazianti,

e quanti tra di noi

hanno dei rimpianti?