Piani Quinquennali di Istupidimento

Pubblicato su Facemagazine

“Che i media, dietro il loro ruolo di strumenti di informazione, siano ritenuti anche gli strumenti migliori per la gestione e il controllo della massa è risaputo. Ma che venissero addirittura utilizzati per mettere in atto un progetto così diabolico mi sembrava assurdo!” Inchiesta nel mondo dei mass media e dei social media, per smentire tesi complottistiche e risvegliare la nostra coscienza collettiva.


Premessa

I piani quinquennali erano programmi ministeriali nati per migliorare l’economia del paese e il benessere della collettività, con obiettivi precisi da raggiungere ogni cinque anni e proiezioni fino al 1980. Il primo piano economico nazionale, il Piano Pieraccini, fu approvato nel luglio del 1967, durante il Governo Moro. Un programma studiato per appianare il divario tra i salari in campo agricolo e quelli in campo industriale, per eliminare lacune nel sistema scolastico, o anche per i trasporti e per la sanità. Il Piano Pieraccini sarebbe fallito perché non si calcolarono le varianti economiche e soprattutto quelle umane.

Nel 1976 sono arrivate nell’Università di Caserta delle dispense provenienti dalla Facoltà di Economia dell’Ateneo di Padova. Il titolo del fascicolo, redatto a seguito di un corso tenuto dal prof. Gilberto Muraro, ordinario di Scienza delle finanze, attualmente in pensione, era: Piani quinquennali di istupidimento. Attraverso vari canali, avvalendosi soprattutto dell’accrescere dell’offerta dei mass media, sul modello del boom americano, quindi, non più intesi soltanto come mezzi per la diffusione dell’informazione o per l’intrattenimento tout-court, un piano di istupidimento sarebbe stato realizzato e si sarebbe insediato nelle tendenze generali di approccio all’informazione, talvolta controllabili, talaltra (per fortuna) un po’ meno.

Che i media, dietro il loro ruolo di strumenti di informazione, siano ritenuti anche gli strumenti migliori per la gestione e il controllo della massa è risaputo. Ma che venissero addirittura utilizzati per mettere in atto un progetto così diabolico mi sembrava assurdo!

Heikki LeisMedia e Informazione

Riguardo ai contenuti dei programmi televisivi proposti negli ultimi anni, ho l’impressione di aver assistito a un progressivo degrado: sono aumentati i talk show, i reality, la cosiddetta TV spazzatura, e diminuiti i programmi culturali, di approfondimento, o quelli istruttivi per bambini e ragazzi, ormai relegati in pochi canali, talvolta a pagamento. Se è vero che prima c’era addirittura chi utilizzava la televisione per imparare a scrivere, ora c’è chi trascorre il pomeriggio a guardare giovani uomini e donne recitare una soap opera fingendo che sia la loro vita, e, cosa ancor più grave, convincendoci che sia anche la nostra, rompendo il patto implicito che una volta si stipulava tra attore e spettatore. Mia nonna sapeva che le telenovelas erano finzione e le guardava con la consapevolezza che nella realtà le relazioni umane si sviluppassero diversamente. Assistere a un reality show, invece, crea confusione: non si sa più qual è la vita vera, se quella al di là o quella al di qua dello schermo.

Il periodo in cui questo processo di demolizione della cultura è iniziato, coincide con l’avvento di Mediaset, la TV commerciale, arrivata in Italia con qualche decennio di ritardo, confermandoci che un’operazione del genere non poteva non avere risvolti politici. Tutti vediamo con i nostri occhi il catastrofico livello culturale, la scarsa proprietà di linguaggio dei protagonisti attuali dei maggiori programmi televisivi, scelti per la simpatia o per le doti fisiche, non più per la loro preparazione. Non sarò certo io il primo a dire che a guardare troppa TV si diventa scemi, c’è chi lo ha già fatto, o che la televisione non è la verità, anche perché non esiste un’unica verità, ma ne esistono tante, e abbiamo bisogno di tutte per coltivare una coscienza collettiva e sviluppare lo spirito critico necessario per porci le domande che seguono.

Negli Anni Settanta, quando si parlava di mass media in questi termini, ci si riferiva alla televisione, non si immaginava ancora – sarebbe stato il passo successivo – l’avvento dei social media e dei social network, né le conseguenze che il loro uso irresponsabile avrebbe comportato (Tra queste: la distrazione, su cui mi soffermerò più avanti; il calo significativo della concentrazione, dovuto alla velocità con cui ci si tende a muovere sul web; l’iper comunicazione, se pensiamo a quanto ci si parla o ci si scrive senza in realtà dirsi nulla; l’insoddisfazione, clinicamente certificata da esperti in neurologia; e, infine, il male del nostro secolo, la depressione) né tanto meno si immaginava che l’uso passivo e quello attivo da parte degli utenti/autori minacciassero la purezza di quella sottile lastra di vetro che sta tra noi e l’informazione. Nel primo caso, perché è rischioso credere ciecamente a ciò che dicono o scrivono i professionisti, giacché anche loro possono sbagliare, e, nel secondo, perché l’informazione fai da te può essere anche meno attendibile.

L’informazione in Italia, come in ogni Paese che ha vissuto una dittatura, non ha mai avuto vita facile. Durante il Fascismo esistevano le cosiddette veline, circolari ministeriali dirette alla stampa, nelle quali si indicavano chiaramente quali notizie dare al popolo e quali nascondere. Di pari passo con il progresso tecnologico, la stampa ha sicuramente subìto delle trasformazioni, ma trasformazione non vuol dire sempre miglioramento: sembra ad esempio che gli articoli on line siano diventati più brevi, corredati di belle immagini, ma meno approfonditi. Senza considerare che la pagina culturale sta sparendo da molti giornali, a cominciare dal Nice Matin, il giornale della mia città, fino all’AGI, l’agenzia giornalistica italiana. Il giornalismo 2.0 ha bisogno di risultati veloci, di risposte che non prevedono investigazioni lunghe, meglio notizie di memoria corta ma di maggiore diffusione, da condividere prima ancora di leggere e informarsi. Su poche testate mi capita di leggere articoli originali, che offrono qualcosa di diverso dal solito copia e incolla. La velocità con cui viaggiano le notizie è giustificata dalla mancanza di tempo: ormai non c’è più il tempo per leggere più di due cartelle, ho sentito dire, ma io credo che ne avremmo molto di più se non dovessimo trascorrerlo a riempire moduli di iscrizione con tutti i nostri dati, o se le piattaforme su cui la nostra esistenza si riversa non fossero pianificate per farci perdere ore e ore per cercare ciò che realmente serve. Epicuro diceva che l’essenziale è facile a trovarsi, solo il superfluo è difficile.

Cosa succede a scuola

Chi ne ha le facoltà, dovrebbe dare un’occhiata negli archivi del Ministero dell’Educazione. Se è vero che c’è una pianificazione della stupidità, potrebbe iniziare dalle scuole.

I programmi scolastici – come mi confermano alcuni docenti con cui mi sono confrontato – hanno subìto negli ultimi trent’anni tagli significativi per omologarsi agli standard europei e uniformare l’offerta formativa, fino a diventare all’apparenza più vasti, eppure molto meno approfonditi. Recentemente, ho letto della proposta di abolizione della storia dell’arte nei licei. Forse la quantità di informazioni che si dà ai ragazzi è enorme, ma riempire gli studenti di dati non significa che apprendano realmente, se poi non sanno chi ha dipinto la Gioconda o di chi sono gli affreschi nella Cappella Sistina.
Trent’anni fa, periodo in cui, mentre io mangiavo le Zigulì, si è rafforzato il connubio istruzione-società, a scuola si leggeva e si scriveva di più, ci si arricchiva apprendendo in maniera più solida, si otteneva conoscenza grazie alla vera ricerca. Sudare sui libri per cercare qualcosa, anziché ritrovartela sotto il naso con un click, te la fa apprezzare di più, è più probabile che ti rimanga impressa a lungo e che la tua conoscenza non si trasferisca on line ma resti almeno nel tuo cervello. Con l’avvento di Internet, nelle mani dei giovani è stato messo una sorta di oracolo, basta chiedere e lui risponde, eppure, per chiedere, i ragazzi devono sapere cosa chiedere, altrimenti finiranno per cercare altro, non ciò di cui hanno bisogno, ma ciò che i creatori dell’oracolo vogliono far loro cercare.

Forse coltivare persone preparate, in un Paese in cui la preparazione non è sempre motivo di conseguimento di una buona posizione, almeno non quanto altre doti, era troppo pericoloso. Cosa è cambiato, quindi, rispetto al 1920, anno in cui l’allora Ministro dell’Istruzione dichiarava “Bisogna costruire delle scuole, ma non costruiamone troppe”?

La digitalizzazione delle scuole ha dei vantaggi, ma anche alcuni svantaggi. I bambini hanno davvero bisogno di disimparare a scrivere a penna, come sta già succedendo in Finlandia, dove è stato approvato il primo programma di lezioni interamente su Tablet? In un libro elettronico ci sono funzioni per permettere di segnare una pagina, trovare una parola all’interno del testo e sottolinearla, o altri strumenti, simili a quelli dei programmi di scrittura. Ma c’è anche l’accesso a Internet e ai social network, che prevede una lunga serie di distrazioni. Introdurne l’uso obbligatorio nelle scuole, dunque, vuol dire migliorare o soltanto accelerare l’apprendimento? Quando si legge su uno schermo, anche fuori dalla scuola, inoltre, si tende a scorrere le pagine più velocemente, è una tentazione che tutti conosciamo. E questa velocità è necessaria? O è un altro dei pretesti per indurci ad acquistare Tablet al posto dei libri stampati? Cosa succederà alle menti delle future generazioni, se già adesso conosciamo gli svantaggi e le conseguenze dello studio sul monitor? Saranno tutti molto veloci a scaricare una pagina su Gandhi, ma quanti sapranno chiacchierarne, seduti in un parco all’aperto, senza alcuna connessione WiFi?
Se guardo questi dispositivi con gli occhi di chi è nato quarant’anni fa e ha conosciuto anche ciò che c’era prima, e non con quelli di chi nasce oggi, la questione è meno grave – mi auguro –, ma non è ai quarantenni che saranno utili le mie riflessioni, piuttosto, mi rivolgo ai giovani, i quali potrebbero essere i più indifesi.

Una recente ricerca in un college degli Stati Uniti – uno dei paesi con la spesa più alta in materiali elettronici per le scuole e le università – rivela che gli studenti, soprattutto quelli di aree umanistiche, preferiscono i libri veri. I libri stampati comportano meno distrazioni, obbligano a leggere più lentamente e quindi con più attenzione; le difficoltà a memorizzare concetti e paragrafi sono minori, anche grazie agli appunti di qualcun altro che si possono trovare su un testo usato e alla memoria visiva cui si fa appello ricordando la posizione del paragrafo stesso.
Non si tratta di fare un’apologia del romanticismo ottocentesco e di tutti quei valori che abbiamo imparato ad associare al libro, non solo come fonte di dati, i quali, effettivamente, sarebbero gli stessi su qualsiasi supporto, ma di capire se sottraendo alla lettura la sua componente materiale, questa si trasformi in meglio o in peggio. L’elaborazione attiva di un argomento di studio richiede impegno, ma dà infinite soddisfazioni intellettuali. Perché privare gli studenti di queste piccole vittorie ottenute dall’essere umano sulla bestia?

Anche presso l’Università di Nizza, ho potuto consultare alcuni archivi per valutare se e in che modo è stato studiato il fenomeno Mediaset qui in Francia o più in generale la manipolazione attraverso i mass media. Mi soffermerò su questo punto in altra sede.

Un testo molto interessante, in cui si illustrano nel dettaglio le conseguenze delle nuove tecnologie messe in mano ai bambini in tenera età, senza considerare i gravi danni neurologici che subisce un bambino piazzato davanti a un maxi schermo per dieci ore al giorno, è L’Italia dell’Ignoranza – Crisi della scuola e declino del Paese, di Graziella Priulla.

Heikki Leis 2Da dove è incominciato e a chi fa comodo tutto ciò

Questi aspetti preliminari, comunque, a me, che non sono né un economista, né un sociologo, né tanto meno un politico, interessavano relativamente. Quello che mi premeva sapere era invece perché il prezzo degli e-book e degli altri ordigni tecnologici scende sempre di più. “Perché in Italia non si legge più” è ciò che rispondono tutti, ma non è una risposta esaustiva, anzi, dovrebbe essere a sua volta la domanda chiave. Il calo di interesse per la lettura è una conseguenza di questa follia collettiva confusa con il progresso tecnologico, non il pretesto per la creazione delle innumerevoli distrazioni spacciate per progresso applicato al mondo dei libri.
Non sono contro la tecnologia, tutt’al più sono contro la stupidità, ma non quella indotta, di quella non sono neanche tanto certo altrimenti non avrei intrapreso queste ricerche, piuttosto quella legata all’ignoranza. E ignoranza non vuol dire non sapere, ma non voler sapere, perché, se c’è una cosa che non si può combattere con l’intelligenza, è proprio questa.

Leggere insegna a saper ascoltare, forse perché ci si abitua a immaginare la propria voce che scandisce le parole e si impara a vivere l’intimità del dialogo, prima con se stessi e poi con gli altri. Conosco persone incapaci di concentrarsi per più di qualche minuto senza controllare le luci colorate del loro smartphone, affatto curiose di scoprire cosa gli altri hanno da raccontare. Se mi fermassi a questa costatazione, penserei semplicemente che si tratta di persone poco abituate ad ascoltare, talvolta non dotate di questa capacità, e mi rifugerei dietro il pensiero che, se l’umanità ha deciso di trasferire la propria esistenza on line, non sono affari miei, ma se vado un po’ più in profondità, mi viene da chiedermi in che modo alcuni di noi stanno perdendo la curiosità e se c’entra con il calo di interesse per la lettura. Tutto il mio ragionamento ruota attorno alla passione che ho per la lettura stessa, alla voglia di scoprire come va a finire una storia; per me tutto può riassumersi nella voglia e nella curiosità di scoprire la fine di una storia (nel mondo della letteratura e in quello reale).

Temo che la nostra curiosità sia il bersaglio principale dell’istupidimento – sia voluto, sia frutto di un processo socio-culturale – perché eliminandola si eliminerebbe una serie di altre doti che distingue l’essere umano. Come si fa a colpire questa nostra dote preziosa? Dandoci tutte le risposte con un click, facendoci perdere la voglia di andarle a cercare con il sudore, privandole quindi del loro stesso valore. Perdere curiosità vuol dire perdere volontà. La volontà è ciò che ogni dittatura cerca di togliere ai cittadini, impresa per fortuna molto difficile, a meno che non si riesca a minare ciò che c’è dietro, ovvero il sentimento propulsore della volontà umana, attraverso fenomeni così subdolamente diramati. E il gioco è fatto.
Volontà vuol dire, a sua volta, capacità di reagire. Lo spirito reazionario è una delle armi migliori che l’uomo possiede e che gli ha permesso di combattere ogni forma di ingiustizia e di intolleranza (un’altra arma è la penna).

Per quel che mi riguarda, mi sento un po’ soffocare da certi irrinunciabili gingilli tecnologici che mi vengono propinati dappertutto, anche gratis, con una crescente aggressività davanti al mio educato rifiuto, e – con il dovuto rispetto per chi ne subisce il fascino – avevo bisogno di capire da dove è incominciato e a chi fa comodo tutto ciò. Se davvero c’era un responsabile, volevo conoscerlo di persona e fargli quanto meno i miei complimenti per aver fatto passare tutto come un processo inevitabile, ai danni della massa, perché io, nella massa, ho sempre visto persone, che nella loro piccolezza di fronte ai pubblici poteri posseggono un altro grande potere: quello incontestabile dell’individualità.


cartella giallaL’inchiesta

Il termine inchiesta non è stato usato nella sua accezione legale, non si tratta di un’inchiesta delle forze dell’ordine né della magistratura – come avrebbe potuto! – ma di un’indagine del tutto personale. Mosso dal bisogno di sapere di più, ho iniziato contattando il professor Muraro. Gli ho chiesto se avesse scritto qualcosa sull’argomento o se si ricordasse di un suo studente, un certo Lorenzo Zini, al quale ha fatto da relatore, e della pubblicazione de L’esperienza del primo piano quinquennale in Italia, tesi scritta nel 1976. Lui mi ha assicurato di non ricordarsene: “Sarei felice di aiutarla ma la riposta è purtroppo negativa su tutto il fronte” mi ha detto.

Sono stato a Padova per consultare il testo di persona. Si trova nel deposito della biblioteca universitaria, precisamente a Legnaro. Trattandosi di un deposito, non è consentito l’accesso al pubblico per motivi assicurativi, quindi, dopo averlo prenotato, lo hanno spedito alla biblioteca di Scienze Statistiche, in via Cesare Battisti, dove, l’indomani, finalmente, l’ho potuto leggere. Un buco nell’acqua! Purtroppo la tesi dello Zini trattava dei piani di sviluppo economico del Governo Moro. Nessun accenno, neanche tra le righe, alle pianificazioni dell’offerta dei mass media. Anche nella bibliografia, nulla di interessante.

Ho deciso di fare un altro tentativo: ho contattato una cara amica, a Firenze, e le ho chiesto di fare un salto alla Biblioteca Nazionale Centrale, in cui è custodito un volume ancora più vecchio, una monografia intitolata I piani quinquennali, scritta nel 1946 da Luigi Sparano, a Napoli.  Forse questa volta sarei stato più fortunato e avrei trovato almeno un riferimento alle proposte dei piani di istupidimento. In tal caso, avrei dovuto ricredermi su tutto il periodo storico perché si trattava del trentennio precedente.

Mi chiedevo ancora come fosse possibile pianificare un processo del genere per un intero Paese. Ero scettico. Insomma: cosa avrebbero deciso dei semplici ministri, seduti attorno a un tavolo? Stavano davvero pianificando il nostro istupidimento? Non ci credevo, mi dicevo: sarebbe troppo facile accusare pochi pazzi in parlamento senza assumerci le nostre responsabilità.

Nella Monografia di Luigi Sparano si analizzavano i piani quinquennali della Russia Stalinista. Soltanto nell’ultimo paragrafo, ci si chiedeva se questi un giorno sarebbero stati adottati anche dai politici italiani e in che modo.

A conti fatti, non avevo in mano alcuna prova che negli Anni Sessanta in Italia avessero programmato dei piani quinquennali di istupidimento. Se pure fosse successo, non si trattava di qualcosa di ufficiale. Non saprò mai in che modo li abbiano messi in atto per arrivare dove siamo arrivati, alla crisi di valori, culturale e economica. Forse tutto finirà così, con una semplice intuizione non documentata. Oppure qualcuno più in gamba di me riuscirà a dimostrare quanto ho finora illustrato?

Conclusioni possibili

Tornato a Nizza, mi sono messo comodo al mio tavolino della brasserie di Place Garibaldi e ho scritto questo articolo. Di norma, quando siedo in ufficio, mi soffermo a osservare le meravigliose vicende umane che mi circondano, ma stavolta non riuscivo a non notare il silenzio, un silenzio insano, fatto di gente che non rideva, che non conversava con serenità perché occupata a controllare di continuo il proprio affare vibrante (con cui finirà prima o poi per fare anche l’amore) e mi sono posto infine questa domanda: è possibile che i promotori dei piani quinquennali siano davvero riusciti nei loro intenti?, o l’istupidimento – se davvero così si può definire – è una delle conseguenze di un insieme di fattori sociali e culturali che si riflettono (anche) nell’offerta e nell’innovazione tecnologica, e che si accompagnano alla crescente solitudine e all’insoddisfazione provate al cospetto dell’enormità di scelte che abbiamo ogni giorno davanti? A cui ho dato questa risposta: l’essere umano è infinito, nel corso della storia ne ha superate tante, sopravviverà anche a quest’epoca di politica dell’odio e dell’anti cultura. Alla base dell’anti cultura c’è sempre una sorta di odio, di non rispetto per se stessi. Se amiamo noi stessi, possiamo vincere qualsiasi forma di manipolazione, sia volontaria, studiata e messa in atto con veri e propri piani, sia frutto di un processo inevitabile, teoria, quest’ultima, molto più credibile per chi, come me, non tenderebbe su due piedi a credere a tesi complottistiche imputabili a pochi illuminati. La colpa del controllo sta tutt’al più in chi è controllato, se non fa nulla per reagire.

Vedo tanti giovani e meno giovani diventare vittime del proprio ego, trascinati dagli autoscatti dei propri telefonini, sulla scia dei personaggi televisivi, pur sapendo che nella realtà non siamo sempre così in forma e sorridenti. Un circolo vizioso che provoca frustrazione. La soluzione è nelle risorse interne di ognuno di noi: scoprire ciò che ci appassiona e coltivarlo può salvarci dall’istupidimento. Istupidimento, a questo punto, voluto soltanto da noi. Non esiste nessuno che possa pianificarlo a tavolino.

Dopo aver valutato tutti gli elementi, non mi restava che contattare una persona, il signor Luigi, di Caserta, uno degli studenti di Economia del ’76, il quale ha visto con i propri occhi le dispense partite da Padova; è stato lui a parlarmi per la prima volta dei Piani quinquennali di istupidimento.

“Negli Anni Sessanta, il Ministero del Bilancio ha promosso dei piani quinquennali per istupidire i cittadini italiani avvalendosi degli strumenti manipolatori più efficaci: i mass media”, ha dichiarato Luigi, “e benché non esista alcun documento ufficiale, le conseguenze le vediamo tutti.” “La questione è molto più complessa”, ho risposto. Prima di incontrarci, Luigi ed io avevamo un’idea. Quando ci siamo lasciati, ognuno di noi ne aveva già due. È questo che una dittatura tenta di controllare, lo scambio di idee, ciò che fa più paura ai governanti, perché proprio dallo scambio di idee può iniziare la rivoluzione culturale e di valori di cui abbiamo bisogno.

In quelle dispense, fotocopiate e distribuite ai colleghi nell’Università di Caserta, in un tentativo disperato di aprire loro gli occhi e prepararli a ciò che in realtà si sta tristemente verificando, era spiegato nel dettaglio come introdurre nella vita quotidiana l’istupidimento, in altre parole, la distrazione. Distrazione da ciò che ci rende felici, per farcene dimenticare e trasformarci in qualcosa anche peggiore degli schiavi: clienti, compratori, oggetto di campagne di marketing mirate e personalizzate, possibili grazie alla mole di dati personali che noi stessi, da più un decennio, stiamo cedendo gratuitamente ai colossi come Facebook, o Google, i quali, a loro volta, li rivendono a caro prezzo.

(illustrazioni: Heikki Leis)