Come organizzare la presentazione di un romanzo

Vorrei darti la mia testimonianza riguardo alla faccenda delle presentazioni editoriali, analizzandole dal punto di vista dell’autore, per quel che può contare, e utilizzando come esempio la mia prima presentazione, perché, come si suol dire, la prima volta non si scorda mai.
El Cuarteto del Amor

La prima volta che ho presentato un mio libro in pubblico, anche l’editore (che abitava vicino alla libreria) era lì e ha avuto modo di dire la sua. Erano i primi anni Novanta, si incominciava a parlare della cosiddetta Vanity Press e a delineare una linea di confine tra quelli a favore e quelli contro, una linea che soltanto di recente è stata tracciata in maniera chiara, grazie alla trasparenza che, se vuoi, puoi vedere.  Noi, per fortuna, eravamo contro. Eravamo entrambi inesperti, non sapevamo in realtà come organizzare quell’evento, ma, almeno riguardo all’editoria a pagamento, eravamo d’accordo: forse perché avevamo intuìto che sarebbe diventata una vera e propria piaga.Per essere sicuro che la gente non si annoiasse, l’editore aveva invitato un professore universitario, uno che desse un certo tono alla serata; il professore aveva a sua volta invitato una giornalista del suo paese; e la giornalista aveva portato con sé la responsabile di un circolo letterario. Troppe persone: errore numero uno.L’editore ha lasciato a me la parola, a me, che ero stato catapultato in un mondo del quale non conoscevo le regole e i meccanismi; mi ha chiesto, iniziamo?, parla tu!, e io ho capito che stavamo per commettere il secondo errore: fare una cosa che non ti piace. Mi dispiace, ma non sono capace, ho risposto. Non avevo neanche vent’anni, e non avevo ancora le idee chiare su cosa sarei diventato da grande. Lui allora mi ha detto una cosa strana: non aver paura Frank, le presentazioni si fanno soltanto per due motivi. Quali? Per vendere libri e per scopare*. Ha detto proprio scopare, ed eravamo davanti a una trentina di persone!, per la maggior parte amici e parenti con gli occhi pieni di speranze, avevano più aspettative di me, perché io sapevo di essere soltanto all’inizio e loro no. Comunque, anche se aveva messo la mano sul microfono, secondo me avevano sentito tutti. Forse l’ha detto per fare una battuta, ho pensato, e ho capito che quello era il terzo errore: vendere libri non era l’unica ragione per la quale si fanno le presentazioni, ma era ciò che contava per lui; a me importava anche che la mia storia venisse letta da qualcuno, da gente vera, in carne e ossa. Così l’ho fatto, mi sono presentato da solo, ma velocemente: salve a tutti, vi ringrazio di essere venuti, eccetera eccetera, e ho chiesto ai tre relatori di dire quello che volevano.Una presentazione – lo dice la parola stessa – dovrebbe servire a presentare un libro, a spiegare per quali motivi, secondo te, è diverso da quelli che stanno sullo stesso scaffale, e suscitare infine la curiosità di chi si è preso il pomeriggio libero per venire ad ascoltarti.Quella sera, ho capito tutto ciò che non avrei più fatto. Ho capito che incorrere in un altro errore era talmente facile che avrei potuto farlo senza neanche rendermene conto. Io ero lì per raccontare una storia; dimenticarmene era il quarto errore. Perché, alla fine – e questo era il bello – tutta quella gente non era venuta per i motivi che si raccontano in giro, vale a dire, per acquistare una copia con la dedica, discutere di letteratura, o dire la loro, ma anche per ascoltare la tua storia. Qualcuno, al massimo, era curioso di sapere come, o dove, o perché l’avevo scritta.Niente panegirici, niente relazioni lunghe dieci pagine (quinto errore: la responsabile del circolo letterario è stata capace di far addormentare persino i bambini che piangevano nei passeggini), né tanto meno auto erotismi letterari e auto compiacimenti che fanno piacere soltanto alle mamme degli autori, laddove si tratti di casi di complesso edipico irrisolto, che pure, mi rendo conto, sono molto comuni in questo campo e che, insieme agli auto erotismi, costituirebbero a pieno titolo i presupposti per il sesto errore durante la presentazione di un romanzo.Chi legge un libro si aspetta di apprendere qualcosa di nuovo su un argomento che gli interessa, sul mondo in generale o addirittura su se stesso; non lo legge per far piacere a te che lo hai scritto, quello lo fanno soltanto le mamme, o al massimo tua moglie, se la tratti come se fosse tua madre, e anche in questo caso rientreresti nella categoria di prima.Altro problema: chi racconta storie potrebbe avere la tentazione di trovare le presentazioni una perdita di tempo e di energie preziose; tentazione che ho avuto anche io, e che ho vinto concentrandomi su quello che leggevo o che raccontavo. Leggere e raccontare sono i compiti dell’autore di romanzi; spiegare in che modo il testo rientra nelle logiche del mercato, porre domande incisive e stimolanti, quelli invece del relatore. Invertire questi ruoli è il settimo errore. Tenere sempre a mente il proprio lavoro e limitarsi a quello dovrebbe, almeno alla luce dei primi sette possibili errori, garantire uno spettacolo decente. A meno che non ci sia lì il Cuarteto del Amor (nella foto) a cantare Melón melocotón, che, tra le altre cose, allevierebbe anche i mali di vivere di tutti i presenti.Con il tempo e con un po’ di esperienza, ora che da quella atroce e violenta prima volta, che in effetti non scorderò mai, sono trascorsi vent’anni, ho le idee più chiare su ciò che vorrei diventare da grande, e ho imparato che per trascorrere un piacevole pomeriggio si deve semplicemente parlare di libri, come facevamo a casa di mia nonna quando ci riuniamo per intere giornate su quei morbidi divani di pelle, quelli che facevano puf quando ti sedevi.Ho scoperto anche che alla gente non importa un bel niente di quello che è successo a te prima di scrivere una storia, se non ha almeno in parte a che fare con quello che è successo a loro; e mi sembra alquanto logico, perché la bellezza di un romanzo risiede proprio in quella sinergia che crea tra autore e lettore, talvolta in maniera naturale, talaltra a seguito delle tante, troppe, tecniche insegnate a chi non scrive per raccontare una storia (a qualcun altro) ma per scopi meno nobili, come il successo, l’arricchimento, lo sfog(gi)o delle proprie frustrazioni sessuali, come se ne avesse soltanto lui, e quant’altro fa sopravvivere tanta immondizia a questo mondo.Le tecniche diventano sempre più sofisticate, esistono software per creare una trama, altri software per trovare i nomi dei personaggi, esistono scuole, corsi, concorsi, esiste tanta roba fuori da questa stanza e non è detto che si tratti sempre di immondizia, anche se io preferisco restarmene in questa stanza e continuare a scrivere come mi ha insegnato mio padre, quando gli correvo dietro da una redazione all’altra, ovvero, seguendo quel certo istinto e imparando dagli errori che commetto a mano a mano che vado avanti.Partecipare alle presentazioni dei miei romanzi mi ha insegnato anche a capire l’importanza della mia voce, che non deve essere la voce di chi conduce un telegiornale, né la voce narrante di un documentario sui leoni: quelle vanno bene in televisione, perché la TV, la guardano cani e porci e i cani e i porci, solitamente, non capiscono tutte le inflessioni naturali di cui ognuno è dotato e grazie alle quali ognuno è una persona unica al mondo. Alla presentazione di un romanzo, è bello ascoltare la voce dell’autore o dell’autrice, la sua maniera di leggere ciò che ha scritto, e scoprire che, contrariamente a ciò che si pensa, l’autore dà una propria interpretazione alla sua stessa storia, che è soltanto una delle tante.Non divaghiamo, meglio parlare degli ultimi tre errori in cui ci si può facilmente imbattere nell’organizzare una presentazione. Più precisamente, si tratta di errori che si commettono prima della presentazione: gli unici per i quali non c’è rimedio.L’errore numero otto e il numero nove si somigliano, riguardano la storia. L’ottavo. Devi pur prendere in considerazione che puoi aver scritto una storia non bella, può succedere a tutti, ma molti sono talmente presi da se stessi e dal gonfiore di cui vanno tanto fieri (il gonfiore del loro ego, che si gonfia facilmente quando si parla di sé), da non ammettere di aver scritto una storia brutta. Piuttosto, sono capaci di attaccarsi ai complimenti di amici e parenti (vedi punto numero sei) per auto illudersi di averne scritta una magnifica.A volte puoi rischiare di pubblicare una storia quando non è ancora pronta. Nono errore. A me è successo, me ne sono accorto dopo un paio d’anni, quando ho riletto il libro e mi sono detto: ma che ca… insomma, il concetto è chiaro. Una storia non pronta si riconosce a una prima occhiata, quando si tratta della storia di qualcun altro, non della propria, a meno che tu non abbia le palle di chiuderla a chiave in un cassetto per farla raffreddare e la tiri fuori dopo tre mesi, quando ormai anche la tua sembra la storia di qualcun altro. Se serve, devi ammettere che la metà della roba che scrivi serve soltanto a dare forza al resto del testo, e per riconoscere la metà buona non esiste una regola precisa, devi fidarti dell’istinto e del tuo buon senso.Scrivere libri ti insegnerà molto riguardo al buon senso, è un po’ come giocare a golf, puoi imbrogliare e annotare sul tuo segnapunti tutto quello che ti pare, non se ne accorgerà nessuno, ma quando decidi di fare una partita contro qualcun altro sono cazzi tuoi.Decimo e ultimo errore quando presenti un romanzo: presentare un romanzo pubblicato a pagamento.*L’editore che è venuto alla mia prima presentazione tanti anni fa con la convinzione che servisse solo a vendere libri e a scopare, ha chiuso bottega l’anno seguente.

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