Dieci esercizi pratici di osservazione

esercizi di osservazione_snoopyIn un romanzo sull’incredibile vita di un maniaco sessuale, una volta, hai letto:

«Da quella posizione potevo vedere bene tutto il bar, le poltroncine soffici di velluto non avevano più segreti per me; vedevo anche sotto le gonne delle ragazze sedute in fondo, due irlandesi con i capelli rossi, e nella scollatura della giapponese che mi sedeva davanti. Secondo me, la giapponese sapeva che la stavo fissando e le faceva piacere.»

Cosa significa “esercizi di osservazione” e, soprattutto, cosa c’entrano i maniaci sessuali? La faccenda del maniaco, la chiariremo tra un po’. Nel frattempo, occupiamoci dell’osservazione nell’ambito della scrittura di un romanzo.

Osservare deriva dal latino observare (ob significa avanti, sopra, e servare, custodire, salvare). Gli antichi mettevano in relazione gli occhi fisici e quelli della psiche: guardando attentamente un oggetto ci si può metaforicamente appropriarne e custodirlo a lungo.

Osservare è ciò che ci distingue dalle piante; se mettiamo una pianta in una piazza piena di gente o in un giardino desolato, per lei non fa alcuna differenza. Ed è la prima fase di qualunque creazione artistica o letteraria, che si tratti di osservazione all’esterno o all’interno di te stesso (in quest’ultimo caso, si parla più specificamente di introspezione). Occorre empatia; è l’empatia a farti capire che non sei una pianta e a farti entrare in sintonia con ciò che osservi.

C’è un mare di roba da descrivere se ti guardi intorno. Il problema – e questo nessuno te lo può insegnare – è come legare questi elementi tra di loro; ciò succede all’improvviso, è una questione di intuizioni. La mamma che stringe il bambino, per esempio, o quella che lo lascia andare; la ragazza che non porta il reggiseno, l’altra che ne porta uno imbottito; e i soldati.

Adesso nelle città ci sono i soldati, perché l’umanità continua a commettere gli stessi errori con l’ingenua speranza che non abbiano le stesse conseguenze che hanno avuto in passato. I soldati camminano spavaldi perché hanno il mitra bello grosso e si sentono più forti dei poliziotti; poi ci sono anche i poliziotti, che hanno la pistola e il manganello e si sentono più forti di te, che in mano hai soltanto una penna.

Qual è dunque il miglior esercizio di osservazione? Probabilmente, il lavoro che puoi fare su te stesso. E non credere che osservare gli altri non abbia nulla a che fare con te stesso: in tutto ciò che scriverai ci sarà sempre un po’ del tuo vissuto. L’unica differenza tra i tuoi primi lavori e quelli realizzati dopo anni di pratica sarà che nei primi, questa presenza, questa intromissione dell’autore, è evidente, addirittura ricercata, mentre negli altri sarai stato capace di nasconderla.

Il mondo è sempre lo stesso da milioni di anni, eppure in continuo cambiamento, ha un suo ritmo biologico e accoglierà noialtri soltanto per un po’, non sarai di certo tu a cambiarlo descrivendolo in un modo o in un altro nelle tue storielle! Quello che puoi fare, però, è dare la tua visione onesta delle cose, poi saranno i lettori a decidere cosa farne.

Si dice che chi scrive storie ha un ruolo di responsabilità sociale. Questo si dice, ma, se fosse vero, la gente non passerebbe il tempo a pubblicare tanta immondizia soltanto per fare soldi o, peggio ancora, per avere successo. Se tieni conto della questione della responsabilità, invece, avrai un rapporto conflittuale con i tuoi testi, in altre parole, li odierai perché non potrai modellarli a seconda del mercato editoriale e li amerai perché, senza, rischieresti di modellare te stesso.

Ecco i dieci esercizi pratici di osservazione. 

1. Strofina forte una mano sulla corteccia di un albero e prendi nota (con l’altra mano) di tutto quello che ti passa per la testa mentre asciughi il sangue.

2. Rimani il più possibile immerso con la testa sott’acqua, se vuoi sapere cosa si prova a morire annegati per farci morire qualcuno in qualche libro.

3. Siediti (nudo) sul tetto di casa tua o della casa di qualcun altro. È un buon metodo per dimenticarti della tua posizione sociale, della macchina, del conto in banca e delle banche, e per guardare quello che si vede dal tetto con gli occhi di un uomo o di una donna, e basta. Forse così lo farai tuo e lo descriverai con dignità.

4. Registra o trascrivi, se puoi, qualche conversazione ascoltata in giro, in metro, sull’autobus, in treno, su qualsiasi mezzo di trasporto collettivo, senza farti scoprire da chi parla. Se chi parla se ne accorge, cancella tutto.

5. Se un giorno non hai idee per andare avanti o per revisionare i tuoi testi, prova a riscrivere la stessa scena da punti di vista differenti. Questa è tutta roba che non userai, servirà soltanto a esercitarti. Ciò che importa è non avere l’arroganza di credere che infilerai tutto in un libro. La metà di quello che scrivi è spazzatura, serve soltanto a mettere in moto il meccanismo.

6. Due fasi importanti di questo lavoro, in parte meccanico, sono la revisione e la riscrittura. In entrambe le fasi, cancellare è fondamentale, a meno che tu non voglia trastullarti con la prima versione del tuo testo, che fa quasi sempre schifo.

7. Ora parliamo finalmente del maniaco. Le poltroncine del bar descritte nell’estratto avrebbero potuto essere nere, dure, piccole, grandi, nuove, consumate, sporche di caffè, e tante altre cose. Ma a guardarle, è uno che sta spiando nelle scollature delle ragazze, quindi scegliere alcune caratteristiche piuttosto che altre può servirti a stimolare l’immaginario del lettore e a farlo entrare nel mondo perverso del protagonista: le poltroncine quindi sono soffici e di velluto, introducono il lettore nell’emisfero sensoriale della morbidezza e della liscezza che il protagnista sta osservando anche nei corpi delle ragazze.

8. In teoria, qui si potrebbe parlare di analisi della realtà minima, oppure, come lo chiamava Eliot, correlativo oggettivo: elementi psicologici riflessi negli ambienti, il mondo interiore del protagonista descritto attraverso ciò che lo circonda.

9. Di conseguenza – ti chiederai – nessuna parola è scelta a caso, neanche per descrivere una semplice poltrona? Esatto, neanche per una semplice poltrona. A volte, per descrivere qualcosa nel modo giusto, puoi metterci un giorno intero. Le descrizioni, se esageri, possono essere pallose, ma sono anche funzionali, vale a dire, ti serviranno per altri scopi. A seconda dello scopo, scegli gli elementi che ti fanno più comodo.

10. Ultimo esercizio di osservazione: osserva tutto quello che vedi. Le storie sono sotto il tuo naso, non devi andare a cercarle lontano, ma non scrivere mentre cammini perché rischi di non capire quello che hai scritto e di ricopiare al computer una parola al posto di un’altra.

E comunque, se davvero posso darti un consiglio, non ascoltare nessuno di questi consigli, né altra merda che raccontano in giro quelli come me, perché soltanto tu sai come descrivere il mondo che decidi di osservare e di rappresentare sempre e solo a modo tuo.

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