Andrés Aguiar Camicia Rossa

andrc3a8s-aguiarHo scritto questo racconto quando ero in Uruguay, nell’aprile 2014; l’ho regalato a Cosimo Ceccuti, direttore della rivista Nuova Antologia, in occasione del suo compleanno.

Montevideo, febbraio 1846. Agli ordini del Governo, sempre agli ordini del Governo, disse il Generale in piedi davanti allo specchio. Era una di quelle mattine in cui gli specchi possono contenere due persone, marito e moglie talvolta, fratello e sorella, amanti, oppure, come in questo caso, un Generale della legione straniera e il suo fedele moro, Andrés Aguiar.

Quando partiamo, signore?, chiese il moro al suo superiore. Domani, le barche sono pronte per navigare verso il nord del Paese; hai paura Andrés? Non ho mai avuto la gioia di conoscere la paura, signore, a volte l’ho sognata, ho sognato me stesso in vesti di padrone, nato in un’altra epoca, ma in quella in cui sono nato io, lei lo sa, o rimanevo schiavo o fuggivo, come ho fatto, e nessuna delle due scelte permetteva il lusso della paura.

Negli occhi fieri di Andrés Aguiar, il fedele moro di Garibaldi, non c’era in effetti la minima traccia di emozioni deboli come quelle cui siamo abituati noi che leggiamo, lontani da un avvenimento tanto glorioso come quello che si apprestava a vivere la legione italiana sotto gli ordini del Generale. Erano poche centinaia di soldati, in attesa di imbarcarsi su tre navi, un battaglione formato dalle guardie nazionali sotto il comando del Colonnello Lorenzo Batille.

Andrés osservava sempre i movimenti del suo superiore, non doveva chiamarlo padrone perché quella era la maniera di chiamare coloro che compravano i negri, centocinquanta pesos per un ottimo negro forte e docile, dicevano gli annunci sul Diario dell’Uruguay. Il Generale scuoteva la testa davanti a quegli annunci e voltava la pagina in fretta per non fargliela vedere; non era sicuro che sapesse leggere, non glielo aveva mai chiesto, ma la sua velocità nel voltare quella pagina dimostrava senz’altro che lui, così rispettato da migliaia di uomini, rispettasse a sua volta ognuno di loro.

La città di Salto era uno degli avamposti ancora sotto il potere di Oribe, l’esercito della Confederazione era comandato da Gomez, che aveva fama di uomo ingenuo. Il Generale non parlava mai male dei suoi nemici prima di affrontarli, non era corretto, Andrés lo sapeva, per cui, quando tutto sembrò pronto per uscire, senza aggiungere altro, uscirono. Andrés Aguiar era un ragazzo alto e silenzioso, rideva con gli occhi piccoli e lucidi dei neri, la legione italiana contava molte decine di fuggiaschi come lui, arrivati soprattutto dalla parte orientale dell’Uruguay, alla ricerca di quella gloria che rende libero ogni uomo. Il Generale lo guardò senza sorridere, difficilmente mostrava i suoi sentimenti, l’allegria o il dolore erano segreti preziosi che, in quegli anni, ogni soldato imparava a custodire con la speranza di parlarne un giorno ai suoi bambini o alla sua sposa.

Si raccontavano anche altre cose sul conto del Generale e dei suoi uomini, riguardo alle donne che incontravano sul loro cammino, nei paesi piccoli e anonimi delle campagne uruguayane, donne giovani, senza nome e senza passato, che avevano poco da ridire quando venivano trascinate in un pollaio per dieci minuti, e, per questo, le generazioni successive avrebbero impiegato forza e anni di lotta per cancellare il ricordo della violenza silenziosa subita dalle loro ave, della quale, loro malgrado, avrebbero sempre portato dentro una dose sufficiente per gli incubi e i pianti notturni di una donna, quelli cui un uomo non sa mai dare spiegazioni.

L’indomani mattina – era il mese di febbraio e il caldo tropicale pesava nelle camicie come pietre ingrate e senza età – i soldati della legione italiana partirono per Colonia. Andrés camminava dietro al Generale mentre salivano sulla passerella per imbarcarsi, secondo un patto che non avevano mai stipulato e che, pure, sembrava tanto vincolante quanto l’amore tra un padre e un figlio, il moro gli guardava le spalle e lui si sentiva più sicuro, assumeva un’andatura fiera. Tutti hanno ricevuto le uniformi pulite?, chiese. E lei le chiama uniformi?, rispose il Colonnello, quelle sono camicie da macellaio! Infatti è stoffa che serviva per le macellerie, è lana resistente… che c’è?, non ti piace il rosso, Lorenzo?, guarda il lato positivo, se ti sparano non c’è bisogno di lavarla! Andrés rise forte mostrando i denti bianchi e avrebbe voluto intervenire, tuttavia, come imponeva il protocollo militare, tacque. Il Generale scherzava per alleviare la tensione degli uomini, il suo umorismo era per metà italiano e per metà rioplatense, gli anni di avventura e di lontananza dal proprio Paese possono rendere un uomo tanto triste quanto divertente, giacché la tristezza dell’individuo è sempre servita per l’allegria della massa, e la massa, quel giorno, aveva il colore rosso delle nuove uniformi. Ad Andrés, la camicia stava grande ma a lui non importava affatto, tutto vestito di rosso, con il fazzoletto legato attorno al collo, i suoi genitori, morti schiavi, gli avrebbero dato la loro benedizione. Il Colonnello si aggiustò il bavero della giubba e non rivelò che, in fin dei conti, anche a lui il rosso aveva acceso subito gli occhi. L’umore alto degli italiani era precursore di felicità, combattevano uniti per la Repubblica dal 1943, difendevano Montevideo e morivano, se necessario, per servire la loro causa.

Colonia, Martín García, l’Isola di Vizcaino y Rincón de las Gallinas, furono attaccati con tanta velocità che persino i più coraggiosi non ebbero il tempo di rendersi conto di essere già in guerra; il coraggio ha il cattivo difetto di spingerti a fare qualcosa della quale, però, non conserverai un gran ricordo giacché l’hai fatta col cuore e non con la testa.

Le imbarcazioni furono ritirate per ordine del Generale dopo pochi giorni, quando l’avanzare dell’esercito della Confederazione, composto da una cavalleria di più di mille uomini, divenne minaccioso. Per fortuna, dalla parte occidentale del fiume arrivarono i soldati di Baez per unirsi alla legione italiana. Baez era un uomo forte, si racconta che attraversò il fiume a nuoto e prima di raggiungere gli italiani raccolse nei prati cento cavalli che furono utilizzati per lo scontro più importante, quello di San Antonio, l’otto febbraio.

La legione italiana contava quel giorno circa cento soldati, la cavalleria di Baez altri duecento, tutti agli ordini del Generale, il quale, dopo aver discusso a lungo coi colonnelli, decise di attaccare a mezzogiorno. Il campo era in pianura, a un chilometro e mezzo dal lago di sangue in cui in breve tempo si ritrovarono i suoi uomini, il Generale vide un casale abbandonato, dietro il quale si appostarono per il resto del pomeriggio.

Gli spari non procuravano nella pelle dura e pulita di Andrés un solo brivido, li ascoltava con una parte intima delle sue orecchie, una zona dell’udito in cui si sentono i rumori dei sogni o quelli più piccoli dei ricordi. Continuarono fino a notte inoltrata, quando, lentamente, diminuirono di intensità fino a scomparire con le prime nuvole dell’alba del nove febbraio, il giorno in cui il Generale pronunciò una frase che Andrés non avrebbe mai dimenticato: siamo vivi amico mio!, disse, e lo chiamò amico, ma non furono le parole a impressionare il moro, anzi, altre volte lo aveva chiamato così, durante la cena per esempio, o mentre gli parlava del suo Paese; piuttosto, fu quell’accenno di sorriso, un sorriso stanco, provato dalle decine di affronti corpo a corpo che aveva coraggiosamente vinto, a renderlo tanto felice. Andrés era un moro privo di paura, forse, ma dotato di un grande senso dell’amicizia, che quella notte, nelle campagne di San Antonio, un piccolo paese sperduto nella provincia di Salto, il Generale in persona gli stava offrendo con il suo primo sorriso.

Il Colonnello Batille aveva guardato Andrés battersi contro i mille uomini della cavalleria di Urquiza come se non temesse di morire, come se non potesse morire affatto, o come se la morte fosse una decisione dell’uomo e non di Dio, quel Dio che a volte li aiutava e altre no. Il tuo moro oggi si distingueva da quei superstiziosi soldati napoletani, era l’incarnazione del demonio, tutto vestito di rosso, freddo davanti al pericolo, non si direbbe neanche che si tratti della stessa persona! Il Generale e il Colonnello lo osservavano chiacchierare appoggiato su un braccio e guadagnarsi la simpatia dei commilitoni, sembrava realmente un’altra persona, diavolo assassino di giorno, pagliaccio burlone di notte. Andrés rideva e dimostrava il suo carattere pacato senza badare alle somme che, inevitabilmente, tiravano i superiori dopo lo scontro. Calcolare i morti e i feriti era compito dei burocrati, il suo dovere era la guerra, il suo stesso destino, si disse, era la guerra.

Non è il mio moro, rispose il Generale, Andrés Aguiar non appartiene a nessuno, è nato libero e morirà come tale. Baez annuì, anche secondo lui quel ragazzo, del quale nessuno, lui compreso, conosceva l’età precisa, era tra i più valorosi; poi disse ai compagni: non mi sono mai sentito tanto onorato di essere un soldato come oggi in queste campagne. Il Generale lo guardò, gli mise una mano sulla spalla e rispose: non rallegriamoci troppo, oggi sono morti trenta dei nostri. Quanti feriti?, chiese Batille. Più di cinquanta! E i loro? Non saprei contarli, cadevano come colombi, è stata tutta colpa di Gomez!, a quanto pare, ci teneva a mantenere la sua reputazione; non ho mai visto commettere tante ingenuità sullo stesso campo!, se avessi affrontato un comandante più intelligente, probabilmente non sarei qui a raccontarlo.

Le truppe nemiche avevano perso centoquarantasei soldati, ma questi sono dati che loro, quella mattina nelle campagne, non potevano ancora conoscere. Ne avrebbero parlato i giornali quando la notizia della vittoria sarebbe arrivata a Montevideo, dove, negli uffici governativi, già si vociferava che il grande Generale italiano ce l’avrebbe fatta sicuramente. Tuttavia, per lui non si era trattato affatto di vittoria! I suoi uomini si erano ritirati, per suo ordine. Avevano occupato pacificamente Salto e combattuto a San Antonio superando il nemico per il numero dei caduti, ma quella di San Antonio, ripeté ancora una volta, non era una vittoria.

Dove sei nato Andrés?, gli chiese il compagno d’armi Marques. A Montevideo, da padre e madre schiavi. Eri schiavo anche tu? No, io sono fuggito, rispose il moro, e tre anni fa sono diventato soldato. Aveva muscoli forti e mani grandi da contadino, dopo aver lavorato a lungo agli ordini del Generale Félix Eduardo Aguiar, dal quale aveva preso il cognome, era entrato nella legione italiana. Marques era moro, come Andrés, anche lui forte e anche lui libero, ma non sapeva ridere così bene; ci sono uomini che sanno ridere e altri che non sanno farlo, e i primi non possono insegnarlo. Ridere è l’espressione dell’anima, un’anima non si riceve né si regala, ci si può soltanto nascere. Mentre chiacchieravano sotto la frescura delle mura della città, non immaginavano che quella cui avevano preso parte sarebbe stata definita la Grande Guerra per le Repubbliche Rioplatensi e che, grazie al loro sacrificio, noi oggi avremmo letto liberamente queste pagine.

Il Generale indicò Andrés e disse: in questi anni ho conosciuto tante specie di uomini, di là e di qua dell’oceano. Poi indicò l’Est con una mano aperta, nella quale immaginiamo che accogliesse il volto soffice di sua madre, in pena di fronte al porto di Nizza, affacciata a una finestra verde e intrisa di pianti, o dei figli che doveva avere e che, come era comune in quell’epoca, non conosceva neanche. L’eroe dei due mondi aveva il passato e il presente nel palmo di quella mano, e, per quanto riguarda il futuro, disse: a breve partiremo per Roma, Andrés verrà con me, tutti coloro che lo vorranno verranno con me, nella nostra bellissima e sciagurata Italia! Andrés non aveva bisogno di rispondere a quell’invito, lo avrebbe seguito ovunque per il semplice fatto che, da solo, non avrebbe saputo dove andare. Essere liberi, si disse, significa consacrarsi alle persone che amiamo. Senza, non saremmo nulla, né liberi né schiavi.

La puzza dei morti intanto arrivava sottovento perché non dimenticassero quello che stava succedendo. Ritornare vincitori non avrebbe dato loro la gioia che potremmo immaginare noi, incauti lettori; il pensiero dei compagni caduti impediva i sorrisi, che diventavano più piccoli e amari. Anche Andrés, che stava ridendo insieme all’amico Marques, a osservarlo bene, non rideva sul serio, ma mostrava i denti bianchi solo perché la gioia di essere vivo non ha nulla a che vedere con altre gioie futili a noi più note.

Di ritorno a Montevideo, dopo due giorni di viaggio via terra, il Generale accompagnato da Andrés fu ricevuto dal Ministro della Difesa, con il quale ebbe la seguente conversazione.

Anche questa volta ha dimostrato il suo valore militare e la sua abilità di capo e di uomo coraggioso, la legione italiana sarà ricordata per sempre, le vostre gesta… Lei mi parla così perché abbiamo ripreso Salto, o perché siamo ritornati vivi?, lo interruppe il Generale. Che domande!, la vostra vita importa più di ogni altra cosa. Se è così, perché non mi ha chiesto l’aggiornamento sui caduti, prima di chiedermi il rapporto militare dell’assalto di San Antonio? Il Ministro, colto di sorpresa, non rispose subito. Si versò prima un whisky che di regola lo aiutava a trovare il coraggio. Per un uomo d’affari, il coraggio è come il fondo del bicchiere: se bevi con gli occhi aperti non riesci a metterlo a fuoco e, se li tieni chiusi, non lo vedi affatto. Il Generale, calmo, pensava alla sua imminente partenza per Roma, di lì a un anno avrebbe combattuto in patria, ancora una volta fianco a fianco con Andrés. Il moro intanto era seduto davanti all’edificio del Governo, guardava i carri che facevano il rumore della sua infanzia; era un bambino allegro che non conosceva la differenza tra le classi e non immaginava che sarebbe stato così difficile vivere e restare vivo. Quando sei un bambino che guarda i carri passare con il carico di grano, non sai niente della vita, eppure, adesso gli sembrava il contrario, gli sembrava di essere nato adulto e saggio, e che stesse ritornando bambino, alla ricerca di un’innocenza nascosta in quei suoi larghi sorrisi educati.

Il Generale uscì innervosito dall’ufficio governativo, disse che non ci sarebbe più rientrato, questa è l’ultima volta che parlo di politica e che obbedisco a una persona così stupida, il Ministro non ha mai visto un cavallo morto schiacciare un compagno mentre questo gridava l’inno nazionale, Montevideo libera! Montevideo libera… non è vero Andrés? Lasci stare, signore, avrà altre occasioni per dimostrare che quello che per noi più conta è la vita come prima cosa al mondo, sebbene abbiamo pur sempre l’anima del soldato e i soldati uccidono per non essere uccisi; comunque, se ci sarà da obbedire, lo faremo ancora signore. Prepara il tuo sacco Andrés, partiamo per Roma!, disse. Il mio sacco è sempre pronto, signore, lo sa, ripose il moro alzandosi e dimenticandosi dei carri e del grano. Portava scarpe senza i lacci e senza i calzini, i pantaloni erano ancora sporchi dell’erba e del sangue di San Antonio. Insieme, si avviarono verso il porto per informarsi sui preparativi della nave. Per rifornirla e radunare le persone necessarie alla traversata occorrevano ancora molti mesi, eppure il Generale sembrava andare di fretta come se correndo smaltisse la conversazione con il Ministro. Gli aveva detto: la nostra ritirata nelle mura di Salto rappresenta per me una sconfitta, lei non è stato laggiù, non può capire… Quello fu un insulto? Rischiò di essere punito? Ci sono due risposte possibili, una per gli uomini d’affari, l’altra per coloro tra noi che hanno l’anima del soldato.

Davanti al Mercado del Puerto, un bambino sporco di fango e di lividi lo riconobbe, gli corse in contro urlando: questo è per lei Generale!, è il giornale di oggi!, la vostra vittoria è in prima pagina! Lo ringraziarono, Andrés con una carezza sulla testa, e il Generale con un gesto del mento e una monetina per pagarlo benché non gli fosse stato chiesto. Sulla prima pagina c’era scritto:

 

Diario del Uruguay
Diario del Uruguay, edizione del 1846

Trionfano a San Antonio le legioni di Garibaldi

Il Governo della Difesa rende onore ai legionari italiani e al loro capo, il Generale Giuseppe Garibaldi, per il trionfo ottenuto nelle campagne di San Antonio. Un decreto del Ministro della Guerra, il Generale Pacheco y Obes, ha indetto una grande parata militare (nella calle del Mercado) il 15 di questo mese in omaggio ai vincitori, e previsto altri riconoscimenti: che la leggendaria “Azione dell’8 febbraio del 1846 della legione italiana agli ordini di Garibaldi” sia scritta con lettere dorate nella bandiera dei legionari; che il nome dei caduti di San Antonio sia inscritto in una cornice che si collocherà nella sala del governo; che la legione abbia uno spazio riservato in tutte le parate e che tutti gli uomini portino come segno distintivo sul braccio sinistro uno scudo con la seguente iscrizione circondata da una corona: “Invincibili combatterono l’8 febbraio 1846”.

 

Andrés Aguiar non aveva letto perché, come al solito, il Generale si era appartato con il giornale nelle mani e la testa bassa. Non disse nulla, sapeva tacere per giorni se era necessario; aveva più volte salvato la vita al suo superiore quando la fanteria di Gomez lo aveva accerchiato vicino al vecchio casolare, Andrés aveva attaccato uomini e cavalli senza guardare, urlando, sfinito per il caldo disumano. Lo aveva salvato e non pretendeva ringraziamenti, né si divertiva a raccontarlo in giro. Il quartiere del porto era pieno di soldati di ritorno da Salto, qualcuno raccontava le sue imprese eroiche, qualcun altro no. Il mormorio della folla accorsa sotto la grossa imbarcazione che stavano armando prima della partenza per l’Europa, gli ricordò che era destinato alla guerra e che anche a Roma lo aspettavano i rumori degli spari e delle granate, i più dolci che conoscesse da quando era fuggito per diventare un uomo libero.