Costanzo l’erborista e i topolini di campagna

Philip GiordanoIeri sera sono rientrato tardi, come al solito: il mio nuovo lavoro è così, so soltanto come incomincia ma mai come va a finire e a pensarci bene anche la vita funziona così.

Rientravo e non sapevo se l’ubriachezza dipendesse dalla stanchezza o dal profumo disgustoso della mia ultima cliente, colonia, dopobarba, insetticida, detersivo per la toilette, forse talco mischiato a vecchie gocce di pipì ristagnate dall’ultimo bidè nel ’56.

Ripensando alle clienti del negozio, cercavo di non lasciarmi distrarre dai profumi; provavo a concentrarmi sui soldi che porto via con me ogni sera. I proprietari mi hanno incaricato della chiusura cassa e del versamento del denaro nella loro banca, ogni mattina l’incasso della sera precedente, ma, giacché a fare questo lavoraccio sono rimasto da solo mentre loro se la spassano in vacanza, ho pensato di chiedere al cassiere della banca se non fosse più comodo aspettare la fine della settimana e consegnare i soldi tutti in una volta, un’unica coda, una sola passeggiata nei quartieri della stazione imbottito come un’oca per il foie-gras e soprattutto un’unica occasione di essere tentato di portarmi tutto a casa. Il cassiere, stranamente, ha accettato. Mi ha detto che i titolari del conto non lo controllano mai, ne hanno altri tre come quello, e altre volte altri commessi hanno fatto lo stesso. Perciò ho custodito gli incassi di tutta la settimana nella cassaforte del negozio, l’unico posto in cui non arriva la puzza delle anziane clienti conciate a festa.

Il mio negozio è un’erboristeria, la più antica e rinomata della città, in rue Gubernatis; io mi sono diplomato da poco, ho studiato i numeri e le piante. L’odore delle erbe medicinali, in particolare quelle appena tritate, è appagante e mi fa dimenticare quello più prepotente della strada, o l’altro, già descritto, che è davvero insopportabile.

Ieri sera, quindi, tornavo a casa e mi tenevo stretta la tasca del cappotto, mi ero portato dietro i soldi per custodirli fino a lunedì mattina. Per una volta in vita mia, sentivo finalmente quella sensazione di benessere che ti procurano le tasche piene. Intanto mi preparavo per quello che avrei fatto oggi: partire per Parigi.

Ho già dato l’avviso al proprietario dell’appartamento e annullato tutti i contratti, ce n’erano a decine! È incredibile, non te ne rendi conto fino a quando un bel giorno decidi di partire: siamo pieni di contratti, siamo un contratto noi stessi, e quel che è peggio è che ci piace! Sulla cassetta della posta c’era ancora il mio nome, Costanzo, che ho tirato via come si toglie un cerotto dalla ferita. Non avevo scatole enormi, soltanto qualche libro per il mio lavoro e uno zaino su cui ho incollato l’etichetta col nome, era più utile lì.

Costanzo sono io. Mi chiamo così perché fino all’ultimo momento mia madre si aspettava una femmina, che avrebbe chiamato Constance, e quando sono nato io era talmente delusa da non avere neanche la forza di cambiare un nome! Sono un erborista. Quando la gente mi chiede un infuso, mi sembra di dare un gelato a un bambino. Un bambino indeciso. L’indecisione è il segreto per porsi delle domande. Quello che viene dopo può soltanto essere qualcosa di bello.

La vista di un monolocale spoglio e una tasca piena di soldi non vanno d’accordo a lungo. Era il miracolo della creazione, un pensiero viene creato per puro miracolo. Potremmo vivere come animali e seguire soltanto le nostre passioni, invece all’improvviso arriva un’idea, poi un’altra ancora e diventiamo uomini e donne pensanti, e ciò che accade dopo è ancora più impressionante perché l’idea si trasforma in azione, laddove prima non c’era che bianco appaiono le parole ed è così che tutti scriviamo il nostro romanzo. Da dove vengono le idee? Come avviene questa magia che ci distingue dalle bestie?  È inutile, non si può dare una spiegazione alla creazione, neanche a quella nostra, ritrovati qui senza sapere il perché, e solo a volte intuendo a quale scopo.

Ho guardato la casa, dunque, e ho lasciato tutto così com’era.

In questo momento sono in aeroporto, il vociare rumoroso eppure sommesso che mi circonda è confortante e non mi fa sentire le altre voci, quelle che vengono da qui dentro. I proprietari dell’erboristeria non immaginano che io ho lasciato tutto con i loro soldi in tasca. Si sono fidati di me, mi hanno detto: Buon lavoro Costanzo!, noi ce ne andiamo in vacanza per una settimana, non dimenticare di fare lo sconto alla signora Pessicart. Quella vecchia ammuffita che viene tutte le mattine per la tisana all’artiglio del diavolo! Mi fa bene ai reumatismi, dice, ma la sua puzza fa male ai miei perché lascio la finestra dietro al bancone spalancata quando lei entra e mi si congelano il collo e le spalle.

Il ricordo dell’ultima tisana in compagnia della signora Pessicart, comunque, resterà per sempre il miglior ricordo del mio lavoro di erborista, un lavoro che durava giornate intere, non si sapeva mai quando si finiva.

Ho tentato di fare i conti senza tirare fuori il contenuto della tasca: la paura mi ha inseguito dalla stazione di Riquier insieme all’annuncio del regionale per Saint Augustin, da dove ho proseguito a piedi fino all’aeroporto. Sento ancora il suono di entrambe le cose, madames et monsieures, prochain départ prévu à dix-huit heure quarante-cinq… Manca poco ormai, mentre ripensavo a quello che è successo ieri non mi sono accorto che gli annunci sul tabellone scorrevano senza aspettare i comodi di nessuno. Stiamo per partire – i miei soldi e io, intendo – per una nuova città. Tutto è pronto, l’essere umano è nato per viaggiare, ma nel corso dei secoli se ne è dimenticato. Il pensiero delle fredde distese di verde e grigio parigino già mi fa venire i brividi; lassù lungo la pista di atterraggio ci sono le lepri che rincorrono l’aereo. Chissà cosa mangiano tutte quelle lepri che vivono tra una pista e l’altra?!

Mi mancherà il calore del sud, la tranquillità del mio negozio, forse persino il profumo orribile delle clienti centenarie. Fisso la hall del terminal 2, è piena di vuoto. Ho pagato di tasca mia il biglietto perché non volevo destare sospetti, né ho avuto il coraggio di usare gli altri, quelli rubati. Ma almeno l’ho detto: li ho rubati. Ciò nonostante – mi chiedo – per i proprietari di tre erboristerie, clienti affezionati di più banche, talmente ricchi da non accorgersi che questa settimana non sono stati versati gli incassi di rue Gubernatis, sarà così grave avermi concesso questa opportunità di cambiare vita, di fuggire! Ha forse un prezzo la nostra fuga, il diritto alla libertà? E, se ogni miliardario facesse lo stesso per un povero disperato come me – mi chiedo ancora – non cambierebbe persino l’equilibrio del mondo, che ormai è un posto ingiusto? O forse lo sanno! Se ne sono accorti, eccome! E stanno brindando al loro amico Costanzo e alla sua nuova avventura a Parigi!

L’intuizione è il primo passo verso la conoscenza, c’è scritto su un cartello che ritrae un bambino in cima a una scala fatta di sedie nell’atto di aprire un barattolo pieno di luce. Immagini così profonde sono rare, in genere ci sono ragazze e ragazzi in costume da bagno, anche d’inverno. Quel rumore ciclico del cambio delle pubblicità, comunque, è utile per farti riflettere: le foto scorrono e ti ipnotizzano. Tutto negli aeroporti sembra fatto apposta per pensare. Almeno, la ripetizione delle immagini e dei suoni a me fa quell’effetto.

Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. Attenzione!, afferrarsi al corrimano, please keep the handrail. E così via, per tutto il tempo che vuoi, finché non hai finito di riflettere. Anche per anni e anni.

Il volo è diretto, ho già la carta d’imbarco. Se salgo su quell’aereo, è fatta. Ma se mi chiedono di svuotare le tasche?! Ho due persone davanti a me in coda per i controlli, sono diventate unità di tempo, due persone per pensare e prendere una decisione – cosa che, comunque, finora, non ho realmente fatto – ecco, due persone non sono poi molto tempo. Avrei preferito due elefanti. O i topolini di campagna: quelli, li avrei anche inseguiti perché trovano sempre la strada giusta.

Il signor Costanzo è desiderato all’ufficio informazioni.

Dicono a me?! Ma normalmente non ti chiamano per cognome? Può darsi che ci sia un altro signor Costanzo, Eric Costanzo o Philippe Costanzo!

Ripetono ancora: Costanzo desiderato con urgenza al banco informazioni.

Questa volta mi hanno proprio chiamato per nome. Ma potrebbe essere che abbiano schiacciato in ritardo il pulsante per gli annunci e le prime parole siano andate perse. Tocca a me. Stanno guardando il mio passaporto, se lo scambiano come le figurine dei calciatori davanti alla scuola. Se la persona che cercano sono io, ora questo allegro ragazzo in uniforme me lo dirà. Può andare signore, mi dicono invece, ha un nome buffo, lo sa!, sembra un cognome.

Ed è così che ho superato i controlli con una busta piena di soldi in una tasca, mentre il mio nome si diffondeva nella vasta sala desolata.

Forse Nice non mi mancherà così tanto, adesso che ho un sacco di nuovi amici che mi guideranno lungo la strada per Parigi. Tanti piccoli amici che i proprietari dell’erboristeria non conosceranno mai, perché i topolini non sono così disponibili con chiunque, bisogna essere almeno dei miserabili disgraziati. Sono sempre stati un po’ asociali, i miei padroni, e l’unica volta che si sono fidati di qualcuno… Beh, il resto l’ho appena raccontato.

Seduto, comodo, tutti i portelloni sono chiusi, mi è venuta voglia di contare finalmente il mio futuro. Vediamo quanto futuro ho rubato in quel negozio! Intanto mi chiedo: mi avevano realmente trovato? E, se così fosse, mi avrebbero già arrestato a quest’ora, se non fosse stato per il ragazzo distratto al controllo passaporti? No, preferisco pensare all’altra ipotesi: i proprietari seduti con la vecchia Pessicart, una tazza di tisana alle erbe provenzali, felici per la mia partenza insieme ai topolini.

Gli organi mi si sono schiacciati nel petto durante il decollo. Dipende da quello che c’è dentro. A volte non senti nulla, altre volte sembra che ti stiano sollevando per la pancia.

Tiro fuori la mano dalla tasca. Ho ancora stretto il fascio di enveloppes, uno per ogni giorno, sette gradini per la felicità. Ora posso aprirli e fare bene i conti. Quassù i miei padroni non mi troveranno mai.

Dunque.

Lunedì: due biglietti da cento e una lista della spesa che io stesso ho fatto dopo la loro partenza, in negozio mancavano molte radici e erbe essenziali per fabbricare i nostri migliori prodotti.

Martedì: un biglietto d’auguri della signora Pessicart. Berrei in eterno dalla tua fonte, c’è scritto così, ora scopro che la vecchia era anche una poetessa. Se lo avvicino bene al naso, puzza ancora di insetticida. Lo infilo di fretta nella tasca del sediolino accanto al mio.

Mercoledì: mi sembra che mercoledì abbia chiuso prima, mi sentivo poco bene, ho approfittato che non ci fosse neanche un cliente e me ne sono andato da mia sorella che vive dall’altra parte della piazza, su Hôtel de Postes. A pensarci bene, mi mancherà anche lei quando sarò a Parigi a godermi tutti i miei milioni. Ma a quanto siamo? Duecento, per adesso. È vero, solo duecento e uno scontrino del fioraio dove ho comprato un mazzo di Narcisi che a mia sorella piacciono tanto. Uno scontrino di duecento franchi su cui c’è una mia nota che dice: presi dalla cassa di lunedì; rimetterceli entro domani.

Giovedì: solo figurine dei calciatori. Ora mi ricordo, i ragazzi del Collegio che sono venuti apposta per le nostre liquirizie. Come potevo svuotare i loro salvadanai!

Venerdì: chiusura settimanale.

Sabato: sabato era ieri, il giorno della mia fuga.

Dunque, a conti fatti, si direbbe che sono il più scaltro e ricco ladro al mondo!

Accanto a me siede una ragazza concentrata a fissare gli strani oggetti che ho nelle mani. Ognuno di essi contiene una storia. Lei mi sorride, ha gli occhi color caramello e la pelle onesta delle persone complicate. Potrei raccontargliene qualcuna durante il viaggio, ma non so da quale incominciare. Ancora un sorriso. Continuiamo così in eterno o uno di noi si decide a dire qualcosa? Mi viene in mente la faccenda dei topolini di campagna. Chissà dove andrebbero loro con duecento franchi in tasca! Sono sicuro che anche in questo caso troverebbero la strada, loro, ladri di fughe, scopritori di libertà. Ora vediamo cosa ne pensa la mia compagna di viaggio.

Nel frattempo, il dolore al petto svanisce, gli annunci degli altoparlanti si azzittiscono. Mi dimenticherò di tutto. È facile, basta un altro sorriso così e mi dimentico anche dei topolini. Non avrebbero un senso nel mondo dei libri e neanche in quello reale, se non avessi incontrato questa ragazza e non avessi infilato il biglietto della signora Pessicart nella tasca del suo sediolino.  Berrei in eterno dalla tua fonte… La ragazza lo legge e sorride mentre decide se voltarsi o attendere che io la chiami: è in quell’esitazione che risiede l’amore tra due poveri disgraziati, nessuna banca, nessun negozio nelle nostre tasche, soltanto un biglietto scritto da una vecchietta e un volo per Parigi appena incominciato. Quanto vale quel velo sulle sue labbra? Milioni, innumerevoli e inestimabili milioni, come tutto ciò che non è stato sporcato dai milioni veri.

Dunque, è vero che questa storia è come il mio vecchio lavoro e, a pensarci bene, anche come la vita di ognuno di noi: sappiamo soltanto come incomincia, ma mai come andrà a finire.

[illustrazione: Philip Giordano]