Roberto Saviano: Ostaggio del suo mito

Articolo utilizzato in una lezione sulle mafie, presso la Florida State University.
Uscito sul blog di Maurizio Blondet, che ringrazio.

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Il mito-Saviano, come tutti i miti costruiti mediaticamente, sembra essere crollato. Ma qualcuno (o qualcosa) è così potente da far passare in secondo piano le accuse di plagio.

Il mito dell’eroe perseguitato, su cui i media hanno costruito l’immagine di Roberto Saviano, sembra essere crollato su se stesso dopo la rivelazione che ZeroZeroZero, il libro-inchiesta sull’impero della coca, è un altro copia e incolla, stavolta da alcune riviste americane e messicane, oltre che da Wikipedia, come ha dimostrato dettagliatamente il lungo e coraggioso articolo di Michael Moyniham sul Daily Beast(1) del 24 settembre scorso.

Quelli che, come me, supponevano, fin dall’uscita di Gomorra, che in realtà nel libro si rispolverassero atti giudiziari ed estratti di archivi giornalistici campani, forse non avevano tutti i torti. Quella rispolverata è costata infatti ad autore ed editore l’accusa di plagio e il risarcimento di 60,000 euro alla Libra Editrice, che pubblica il Corriere di Caserta e Cronache di Napoli, giornali presso i quali Saviano aveva avuto il permesso di consultare gli archivi a patto di citarne le fonti una volta riprodotti nel libro. La grande stampa non ha dato alla notizia il giusto peso. Forse non è così grave da un punto di vista etico e intellettuale che l’esito della sentenza(2) sia a sfavore di Gomorra, definito “un libro plagiato, ma solo in parte, e quindi ugualmente originale”. Un ossimoro della magistratura italiana, che ha valutato “da un lato, l’esiguo numero delle riproduzioni abusive e, dall’altro, il notevole successo del romanzo”.

Quando parlo di mito, mi riferisco al caso editoriale creato per impressionare non Napoli, che per fortuna ha cose più belle a cui pensare, ma il resto del mondo. Un finlandese al quale racconti che in Gomorra non c’è scritto nulla di sconvolgente, ha difficoltà a capire cosa intendi perché, al mondo, il libro è stato presentato come uno scoop sensazionale su fatti e nomi scottanti, ma che i giornalisti campani conoscevano già. Molti, inoltre, hanno un’idea astratta della mafia italiana e non immaginano che questa è diramata dappertutto, addirittura nell’antimafia, come diceva Leonardo Sciascia, che fu cacciato dal Corriere della Sera, o più di recente Pietrangelo Buttafuoco, che descrive in un articolo sul Foglio(3) la mafia dell’antimafia.

Non è del tutto chiaro neanche il meccanismo che si è creato attorno alla lotta anticamorra; è come se parlare di un male alimentasse il male stesso. E se da un lato è chiaro che si tratta di un cane che si morde la coda, dall’altro ho il sospetto che i veri responsabili di questa operazione, probabilmente col benestare delle “tre corone italiane”, Chiesa Stato e Mafia, non salteranno mai fuori. Alla massa è permesso sapere soltanto quello che viene filtrato dall’impero mediatico, da chi ne tira le redini e da chi, come in questo caso, ne diventa il messaggero incontestabile.

Ciò che impressiona il pubblico (prima ancora di leggere il libro) è il personaggio che è stato cucito addosso all’autore: il ragazzo coraggioso che ha rinunciato alla sua vita privata e vive sotto scorta, l’eroe nazionale, che, una volta presa la strada della lotta contro la camorra, ne è diventato la vittima privilegiata, una specie di martire contornato da una presuntuosa aura di infallibilità. Un ostaggio del suo stesso mito.

Molti hanno la scorta e rischiano la vita, ma non devono a questo la propria notorietà. Tante persone, ignorate dai riflettori dei grandi media, lottano contro la mafia e scrivono libri coraggiosi, come Rosaria Capacchione, autrice de L’oro della camorra(4). Molti di loro subiscono tutti i giorni minacce di morte come quelle che riceve Saviano. E quanti sono stati ammazzati benché avessero la scorta? Dai più noti come i giudici Falcone e Borsellino, ad altri che hanno avuto la stessa sorte perché avevano scoperto all’interno della Chiesa, in parlamento e nelle banche, i protagonisti attivi della criminalità organizzata. Si ricordino, ad esempio, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, o Giuseppe Fava, assassinato una settimana dopo quest’intervista rilasciata a Enzo Biagi(5).

Insomma, siamo davvero sicuri che alla mafia stia tanto scomoda la figura di Saviano?

Il successo mondiale di Gomorra lo ha reso, come lui stesso si definisce, “un mostro”, qualcuno che per amore della verità ha dovuto rinunciare alla propria libertà personale “per non essere stato prudente, ma impetuoso e ambizioso”. E quando gli si chiede se si è pentito di aver scritto quello che ha scritto, lui risponde “sì” alludendo alla vita di prigionia a cui le minacce di morte lo hanno costretto. Ma siccome sono sicuro che non ci sia nulla di sbagliato nel fare bene il proprio lavoro, temo che se Saviano tornasse indietro, nonostante ora lo neghi, riscriverebbe lo stesso libro, se non altro per quel raro vizio (o pregio) di quegli autori cocciuti e convinti delle proprie idee.

La questione che sollevo, quindi, non riguarda Roberto Saviano, ma coloro che si nascondono dietro la macchina perfetta costruita, o che si è andata costruendo, dopo la pubblicazione del libro.

Se si volesse liquidare la faccenda in due parole, basterebbe dire che si tratta di un megalomane che adora parlare di sé (e potrebbe anche essere così), ma andando più in profondità mi chiedo: e se il fenomeno-Saviano fosse stato strumentalizzato?, o in altri termini: se lui stesso venisse utilizzato dalla mafia, che magari ha potere anche su certi grossi gruppi editoriali e certe case di produzione alle quali la diffussione del libro e dei film ha fruttato milioni di euro? Forse è per questo che parla sempre di sé ogni volta che viene intervistato, non a causa della megalomania attribuitagli, ma per sostenere il ruolo di eroe, senza il quale il fenomeno-Gomorra, come succede per tutti quei libri inscindibili dalla figura dell’autore, non avrebbe avuto la stessa risonanza.

L’ipotesi che dietro l’antimafia, come diceva Sciascia, ci sia a volte la stessa mafia, non è campata per aria. Il fatto che alcune scene della serie televisiva tratta dal libro siano state girate nella villa di un vero boss e che gli venisse pagato persino l’affitto, è reale ed è difficile da spiegare senza chiedersi se è stata una coincidenza o l’ennesima dimostrazione che la linea di confine tra mafia e antimafia è molto sottile. Lo stesso Saviano ha dichiarato di non saperne nulla. E non stupisce a questo punto che nel film, alcuni degli attori che hanno interpretato il ruolo dei mafiosi appartenessero alla “famiglia” vera. Una fiction contro la camorra che paga l’affitto alla camorra. Un film sui Casalesi che scrittura mafiosi veri.

Le risposte a tutte queste domande, purtroppo, non le troveremo mai, forse proprio perché tutti le conosciamo già (in fondo non ho detto nulla di nuovo) oppure perché la verità in certi casi è scivolosa come le anguille: quando sembra che ce l’hai in mano, scivola via.

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