Disinnamorati

Il signor Antonio Bellofiore lavora in una boulangerie di Roquebrune, nel sud della Francia. Ha lasciato Catania da dieci anni ormai, non se ne ricorda più, pensa alla sua città come a un bel posto che ha visitato e che piano tende a sparire dalla memoria, non ha voglia di torturarsi con l’idea di cosa sarebbe diventato se non fosse partito, preferisce impastare quello che ha davanti e non quello che ha nella testa. Bellofiore è un uomo alto e grosso, pesa più di novanta chili, ha barba folta e nera, le braccia dure, e ha un pensiero in mente, un’idea semplice per essere felice. Negli Anni Cinquanta, il sud della Francia era un posto più piccolo ed era più facile avere idee semplici per essere felici.

Impastare il pane è faticoso; un giorno il lavoro dell’uomo sarà effettuato dalle macchine, un giorno tutto sarà effettuato dalle macchine, poi dai computer e poi da chissà cosa, ma per il momento Bellofiore ha da fare e non pensa a nulla, guarda l’acqua diventare farina, l’odore diventare sudore e stanchezza, sembra che tutto si stia impastando assieme al pane, sembra che un’attività fisica non possa fare a meno di una sua componente psicologica. Il prodotto finale, pertanto, non è soltanto il pane ma qualcos’altro.

Bellofiore esce dalla boulangerie alle otto del mattino mentre i primi scolari si divertono a correre verso la scuola; finché non vi si trovano davanti, la corsa è divertente. Attraversa il paese per andare da sua moglie. Vivono in alto, dove il mare si sente meglio perché non c’è il vento della spiaggia che rende sordi e reclama la sua presenza millenaria. Sua moglie lo aspetta prima di andare al lavoro, è una maestra, una donna buona: non lascia mai il marito mangiare da solo. Mangiare da soli è triste quando tua moglie potrebbe raggiungerti e non lo fa.

A Roquebrune, in un appartamento al piano terra, Bellofiore e sua moglie ascoltano il rumore del mare e si ricordano un po’ di Catania, ma soltanto un po’.

«Hai fatto più tardi stamattina.»

«Ho dovuto aiutare la proprietaria.»

«Ti ho preparato il caffè, ma è freddo; ne preparo un altro.»

«No, stai qui con me!»

«Farò tardi…»

«Non importa, racconterai ai bambini che l’attesa è parte dell’apprendimento.»

«E cosa racconto al preside?»

«A lui dirai che sua moglie mi ha fatto lavorare un’ora in più anche stamattina.»

In un appartamento dal quale si sente il mare è facile ascoltare le proprie idee semplici. Il giardino è fiorito, le buganvillee sono viola e rosa, sono fitte, i loro arbusti hanno solide radici che assumono la sostanza delle mura dopo molti anni di simbiosi, come se le mura fossero fatte di arbusti e gli arbusti fossero fatti di mura. Il viale che passa davanti alla loro finestra è deserto, nessun rumore si avverte a quell’ora perché tutti i bambini sono già a scuola e gli insegnanti stanno facendo l’appello, Aliberti, Ahmed, Beauregard…

Quelli che hanno lavorato fino all’alba, eccetto Antonio Bellofiore, sono già nel loro letto e sognano che il giorno sia buio come la notte per dormire meglio. La strada è vuota: in un paese piccolo non c’è poi tanta gente in giro. Si sentono i rumori delle tortore che provano a cantare, ma non sono intonate per nulla, emettono strani suoni imitando gli uccelli veri, camminano a goffi passetti sul davanzale della finestra che è brillante come la sabbia.

«Smettila,» dice lei. Smettila, dicono tutte le donne che non vorrebbero mai che si smettesse, se a dirlo è una bocca vispa da bambina e un no diventa il più invitante dei sì. I vicini sono andati a lavorare, i loro bambini aspettano la maestra, seduti composti nei banchi di scuola, ma la maestra arriverà più tardi stamattina e spiegherà loro che l’attesa è parte dell’apprendimento. Le sue parole arrossate possono bastare. Quando saranno adulti, comprenderanno.
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