L’altra faccia delle due metà

L’altro giorno accennavo a un vecchio compact disc in cui ho ritrovato alcune tracce del lavoro svolto con la Cisne Foto Creation, l’associazione di artisti liberi e indipendenti fondata durante il mio soggiorno in Spagna, tra il 2006 e il 2008.

Francisco Fuentes, fotografo di Murcia, in arte Paco.

Esistono alcune fotografie, scattate durante le riprese del cortometraggio che mi è stato rubato, che testimoniano ciò che sto raccontando. Ho ritrovato anche una scena, quella finale, in cui il protagonista ritrova a sua volta una traccia del suo vecchio manoscritto, la storia in cui è custodita la verità su sua figlia e sulla sua incarcerazione. Una scena senza audio, si tratta di una delle prove che, non so come, è sopravvissuta al furto della mia valigetta.

Roberto Sparano, attore, durante la registrazione dell’audio.

Quello che è successo a me, a pensarci bene, è la stessa cosa che è successa al protagonista de La otra cara de las dos mitades (L’altra faccia delle due metà): aver perso per sempre i propri scritti. Qualunque autore o autrice di testi a cui è capitato lo stesso, o chiunque di voi abbia perso qualcosa a cui teneva così tanto, può capire di cosa sto parlando.

La storia della mia avventura in Spagna è ricca di particolari, il romanzo in cui l’ho raccontata, uno dei più densi e articolati che ho scritto, Kindo, fedele alla realtà, è diventato una sorta di confessione letteraria. A dimostrazione che perdere tutto non vuol dire nulla, tutto si ricrea e tutto si distrugge innumerevoli volte, perché “noi siamo ciò che siamo, non quello che fummo, né quello che saremo”.

La storia dalla quale abbiamo tratto il cortometraggio, invece, è molto breve e ve la faccio leggere adesso.

L’altra faccia delle due metà

PERSONAGGI
Samuel Romero, giornalista, autore di un romanzo gettato via.
Roberto De Sanctis, protagonista del romanzo
Beatrice, sua figlia
Moro, altro personaggio del romanzo
Collega buono
Collega cattivo
Soldato morto
Medico

(La scena è a Granada, nello studio di Samuel Romero e nella piccola cella dove è rinchiuso Roberto. Lo studio e la cella sono lo stesso posto.)

PROLOGO
(Notte fonda. Studio di Samuel Romero. Si distinguono le carte disordinate sulla grande scrivania. Samuel è vestito, addormentato sul divano, sogna e suda. Lo studio è una vera topaia. Roberto è vestito bene, è anziano, ha una camicia chiara e i capelli bianchi. Parla a bassa voce per non svegliarlo. In mano ha un vecchio diario.)

Roberto: Forse tutto quello che accade, accade soltanto perché deve essere raccontato. Da me o da qualcun altro, non ha importanza. E forse non ha importanza neanche se quello che succede, succede davvero, a questo punto. Ma se questo fosse vero, quale sarebbe la vita e quale il mio romanzo? (Guarda l’orologio, grande, appeso alla parete.) Ci sono ore, durante la notte, in cui molte azioni sono ostacolate dal sonno, eppure io, pur sapendo che tutte le parole del mondo sono state già scritte, proprio in quelle ore ho scritto queste.

SCENA I
(Cella abbandonata, pareti ammuffite, illuminata da una luce soffice che entra attraverso l’unica finestra, alta, con le sbarre. Rannicchiato in un angolo, c’è il Moro, che non parlerà mai. Disteso per terra c’è il soldato morto. Roberto ne è terrorizzato.)

Roberto (Si rivolge sempre al Moro anche se questo non gli risponde): Chiuso in questo posto, questo tempo indefinito. Ho usato il diario per salvare la mia follia! Spero soltanto che un giorno qualcuno lo trovi e lo consegni a mia figlia. Beatrice… Dove sei? Dove vivi? Come sei? Ma, esisti?
(Grida. Sbatte i pugni contro la porta, una porta massiccia di legno.) Tiratemi fuori di qui! Io non ho fatto niente! Maledetti! Codardi! Non ho fatto niente! Niente! Niente! Niente!
(Segue una sequenza di movimenti della mente. Roberto esprime stupore, senso di smarrimento e meraviglia. A questi stati dell’anima seguono: rabbia, ribellione. Poi rabbia più placata, quasi rassegnata. E infine ragionamento e preghiera. Si sentono soltanto gocce d’acqua che cadono lontane.)
(Tenta di parlare con il Moro.) Parlami! Dimmi qualcosa, cazzo! Io vado al manicomio! Per colpa tua, e di questo posto di merda!
(Di nuovo esasperazione, le mani passano e ripassano nei capelli. Inizia ad avere delle visioni e a muoversi come se lo stessero spiando. Occhi sbarrati, piegato in due, braccia aperte, il viso sconvolto, inizia a sorridere sommessamente, pian piano, sempre più forte, fino ad esplodere in una risata folle.)

SCENA II
(Nessun luogo. Nessun dialogo. Rumori di passi. Samuel, capelli in ordine e camicia  stirata, va avanti e indietro impensierito. Regge in mano un fascio di fogli. Cammina fino a un bidone dell’immondizia e li getta via. Se ne pente subito, ma è troppo tardi per recuperarli.)

SCENA III
(Studio. È notte, fuori ci sono stelle piccole e rumori di autostrada. Samuel ha i capelli scompigliati, l’aria di non aver dormito da un bel po’. Cerca disperatamente tra le mille carte, gli appunti, i libri, i cassetti della scrivania. Mentre si dispera, entra il collega buono che dolcemente gli posa una mano sulla spalla e cerca di calmarlo.)

Samuel (tra sé e sé): L’ho buttato! Ho buttato via tutto. Li ho ammazzati. È inutile, li ho ammazzati…

Collega buono: Samuel! Samuel! Non sei ancora uscito? È passata una settimana dall’ultima volta che ti ho visto. Eri seduto sulla stessa sedia. Ma come può essere?

Samuel: L’ho buttato. L’ho buttato…

Collega buono: Buttato cosa? Di cosa parli?

Samuel: Del mio romanzo… L’ho cercato per tutto il giorno. Niente! Non c’è soluzione. Li ho ammazzati tutti!

Collega buono (Telefona alla redazione del giornale per avvisare il direttore): Ammazzati tutti… !?

Collega cattivo (voice off): Redazione!

Collega buono: Beh, è qui. Non si rade da almeno un mese. Continua a cercare delle carte, continua a blaterare di aver gettato il suo romanzo.

Collega cattivo: Dobbiamo chiamare il medico, ormai è solo questione di tempo. Passamelo!
(Il collega buono porge la cornetta a Samuel che non la vede neanche, continua a fissare il nulla e a ripetere le stesse parole.)

Samuel: Li ho ammazzati, li ho ammazzati… (All’improvviso si scaraventa sul primo armadietto che gli capita a tiro e incomincia a rovistare al suo interno buttando dietro di sé tutto il suo contenuto.) L’ho trovato! È tutta la prima parte, tutto quello che avevo scritto! Dammi questo affare, fammi parlare con lui. (Afferra il telefono.) Non li ho ammazzati, sono ancora vivi!

Collega cattivo: Di che cosa parli? Calmati Samuel. Non hai dormito tutta la notte, vero? Ti stai ammazzando!

Samuel: No, no. Ma come fai a non capire? Erano loro che stavo ammazzando. Ma non più. Adesso vivono, posso continuare. Non li ho ammazzati, non li ho ammazzati!
(Il suono del telefono, dopo che il collega cattivo riattacca, coincide con il canto delle cicale all’inizio della scena IV).

Lorca, il casale abbandonato in cui abbiamo girato le scene interne.

SCENA IV
(Mezzogiorno, sole accecante. Suono forte delle cicale. Cella di Roberto. Sotto i piedi, sabbia rovente che lo costringe a passare gran parte della giornata lungo la piccola parete bucata dalla finestra con le sbarre.)

Samuel (voice off): Il mio personaggio è rinchiuso da vent’anni… Vent’anni, l’età di sua figlia… Sì, geniale! Allora, come si chiamava? Il suo nome era… Si chiamava… Si chiamava Roberto. Roberto De Sanctis! (Roberto guarda la luce, come se la voce venisse da lì.)

Roberto (Qualcuno gli ha lasciato un piatto con degli avanzi sotto la porta ed è sparito): Aspetta! Non te ne andare. Dimmi qualcosa. Parlami, per amor di Dio. Dimmi qualcosa! (Pausa) E quello che cos’è? (Si siede rassegnato. Ma si accorge di qualcosa, un diario infilato nella giubba del soldato morto, e si abbassa per raccoglierlo.) Oh, oh mio Dio, custodirò quest’oggetto come un fiore congelato tra le mie mani…

Chechu, l’attore che ha interpretato il ruolo di Samuel Romero.

SCENA V
(Studio. I due colleghi sono alla porta. Samuel continua a scrivere ossessionato.)

Collega buono: Apri! Apri, Samuel! Devi mangiare qualcosa o finisce che ci muori lì dentro.

Samuel: Fuori! Non ho fame.

Collega cattivo (Battono alla porta): Apri o saremo costretti a tornare con il medico…

Samuel (tra sé e sé): Il medico… Devo fare in fretta, stanno per entrare! No, non vi preoccupate, questa volta non vi lascerò morire. Arriveremo fino alla fine! Sì… Dov’ero arrivato? Ah, certo! La figlia di Roberto, Beatrice. Si chiamava Beatrice! Sí, no, no. Sí, sí, es así. No, ¡No, por Dios!

SCENA VI
(Studio. Sogno di Samuel: Roberto e Beatrice sono in piedi di fronte al divano.)

Samuel: Non ricordo di aver mai visto il volto delle persone dei miei sogni.

Roberto: Ma il nostro volto lo hai inventato tu.

Beatrice (Lo guarda con tenerezza): È un sogno il tuo, è il tuo romanzo? Eppure noi siamo qui, siamo vivi!

Roberto e Beatrice: Samuel! Siamo qui… Samuel! Samuel! Samuel…

Samuel (Si sveglia, sudato e agitato. Riprende a scrivere. Roberto e Beatrice scompaiono): Devo fare in fretta… Il medico sta per arrivare.

La piccionaia trasformata nella cella in cui è rinchiuso il protagonista.

Roberto (voice off): Chiuso in questo posto, questo tempo indefinito. Ho usato il diario per salvare la mia follia! Spero soltanto che un giorno qualcuno lo trovi e lo consegni a mia figlia. Beatrice… Dove sei? Dove vivi? Come sei? Ma, esisti?

Beatrice (voice off): È un sogno il tuo, il tuo romanzo? Eppure noi siamo qui, siamo vivi! Samuel… Samuel. Siamo vivi. Sto cercando mio padre, ti prego, c’è tanta neve, fa in modo che io lo ritrovi. Samuel, ti prego. Sto cercando mio padre…

SCENA VII
(Studio. I colleghi e il medico riescono ad entrare. Samuel stringe i suoi fogli impaurito.)

Collega cattivo: Andiamo Samuel, vieni con noi.

Samuel: No, no per favore…

Collega buono: Andiamo, lo facciamo per te, per il tuo bene…

Samuel: No, no per Dio! Ancora un giorno! Solo un giorno e saranno liberi! Lo capite? Liberi! Non posso lasciarli così, non posso! Roberto è ancora rinchiuso nella sua cella. E sua figlia, sua figlia lo sta cercando, c’è tanta neve. Sta guidando nel mezzo del nulla, il nulla!

Collega cattivo: Samuel, di che diavolo parli? Quale neve? Non capisci che hai bisogno di aiuto? (Si rivolge al medico che si avvicina con una iniezione pronta in mano.)

Samuel: No, no, per favore… Ancora un giorno, un giorno soltanto!

Collega buono: Andiamo! Dai, vieni con noi! (Lo afferrano in due, il medico gli fa l’iniezione.)

Samuel: No, no, no, ho bisogno di un altro giorno, solo un altro giorno. Un altro… (Sviene tra le braccia dei colleghi, gli cade il foglio che stringeva tra le mani. Le luci restano sul foglio mentre la scena termina.)

SCENA VIII
(Le luci sono ancora sul  foglio. Nello studio entra Roberto. Trova il foglio, lascia da parte il suo diario, si china, lo raccoglie e legge…)

Roberto (Di nuovo ben vestito): Oggi le mie parole sono finite, come le pagine di questo diario, già usate e piene di sangue, come se fosse il mio, rosso e ancora vivo. Forse tutto quello che ho scritto arriverà davanti agli occhi umidi di mia moglie o a quelli di mia figlia. (Pausa. Si rivolge al pubblico.) Di che colore saranno?

***

(Tratto dal cortometraggio La otra cara de las dos mitades, realizzato in Spagna nel 2007 e rubato durante le riprese.)