Gli appunti necessari

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A Nice c’è gente che non ride mai e gente che ride sempre; Nice è anche definita la città dei pazzi.

Don Emilio il torinese salì sul Tgv in direzione Parigi. Fontaine gli aveva comprato i biglietti e prenotato una camera non lontana dal ministero. L’eccitazione del vecchio don Emilio era paragonabile a quella di un ragazzino che stesse partendo con i compagni di classe per la gita a Disneyland. Sotto il berretto degli Yankees, i suoi pochi capelli bianchi respiravano male. Il caldo può diventare fastidioso; tutto dipende da quello che abbiamo sulla testa.

Il treno partì lentamente; non lo aveva accompagnato nessuno e non lo aspettava nessuno. Le stazioni possono essere luoghi solitari se non c’è nessuno ad aspettarci al nostro arrivo. Don Emilio se ne fregava, perché dopo quella missione lo aspettava un weekend alle Canarie in mezza pensione, piña colada inclusa. Fontaine era uno che manteneva le promesse; da quando lo aveva tirato fuori dall’ospedale, era diventato come un padre. Un padre più giovane di lui, una specie di padre spirituale.

In ospedale c’era gente che gridava e che spariva da un giorno all’altro, e c’erano le sbarre alle finestre. Dalla sua camera si vedeva il Paillon, e le case basse tra le officine e i fumi del Pasteur.

Su un foglietto stropicciato aveva scritto l’indirizzo del ministero, il nome di quell’ispettore, Philippe Zappalà, e il nome dell’albergo. «Buongiorno, ho una prenotazione a nome Emilio,» ripeteva. Le prove andarono avanti da Marsiglia a Lyon, i passeggeri che sedevano di fronte a lui lo scambiarono per un attore prima dello spettacolo; e da un certo punto di vista avevano ragione. Lo guardarono con curiosità soprattutto perché mentre provava il suo arrivo in hotel, gesticolava talmente tanto che era impossibile passare inosservato. I suoi occhi erano poco disposti a guardare realmente ciò che avevano davanti; l’unica cosa a cui pensava era la sua vacanza alle Canarie, non gli importava della gente che lo stava fissando da quando erano partiti. «Buongiorno, ho una prenotazione a nome Emilio, il suo cognome?, non ho un cognome, non me lo ricordo più da molti anni, non possiamo darle una camera se non ha un cognome, ma io sono un amico di Marcel Fontaine!, e chi è Marcel Fontaine?, gliel’ho detto, è un mio amico.»

Alla Gare di Parigi, Emilio si abbottonò la cerniera della tuta e si avviò su rue Van Gogh verso il fiume. Era il giorno in cui l’allora ministro della salute diede scandalo facendosi immortalare su tutti i giornali mentre prendeva a calci un clochard in una caffetteria all’angolo di rue Lowendal.

Don Emilio era uno dei validi collaboratori di Fontaine, una specie di informatore. Si conoscevano da quando il medico era arrivato al sud e lo aveva fatto dimettere dal Sainte Marie. Emilio era aggressivo, sempre nervoso e pronto a fare a botte. Quando gli si rivolgeva la parola sembrava che si svegliasse da un brutto sogno e volesse prendersela col primo che capitava.

Don Emilio era pazzo? Lo era forse Colbert, che aveva lasciato moglie e lavoro a Parigi per inseguire la sua arte? O lo stesso Fontaine, che non frequentava mai i suoi colleghi medici e passava il tempo con la gente come Emilio, sempre per strada a chiacchierare e impicciarsi delle indagini della polizia?

Emilio era un arzillo settantenne che immaginava di avere ancora l’età per ubriacarsi con la piña colada. In treno aveva alternato alle prove generali del suo arrivo, la contemplazione delle ginestre e dei fiori di pesco viola e rosa. Aveva visto le mucche ululare e i cipressi spettinati dal vento.

Nella stazione parigina c’era gente all’apparenza diversa; a Nice la gente pare sempre incazzata e don Emilio aveva raggiunto la triste certezza di dover imitarla per conviverci serenamente che soltanto trattando male qualcuno, questi diventa gentile. Inutile tentare di persuaderlo del contrario; a settant’anni le idee mettono i capelli bianchi. Don Emilio il torinese aveva pochi capelli, irrimediabilmente bianchi. Camminando lungo il fiume, si ricordò della corsa su rue de France a Nice assieme a Fontaine. Avevano sparso la pittura dappertutto; aveva ancora le macchie bianche sulle scarpe e sui pantaloni.

L’hotel scelto dal medico era piccolo e puzzava di castagne, vicino alla Gare; la hall a forma di bottega, la polvere sulle chiavi e sui tavolini per le colazioni. O Fontaine aveva voluto risparmiare, o quello era l’unico posto disposto ad alloggiare uno come Emilio, il quale, ignaro dell’esistenza delle due possibilità, entrò e si schiarì la voce.

«Ho una prenotazione a mio nome.»

«Buongiorno, qual è il suo nome?»

«Io sono don Emilio.»

«E il suo cognome?»

«Quello non me lo ricordo più da un sacco di anni.»

«Non può prenotare una camera se non ha un cognome; da dove viene signor don Emilio?»

«Da Nice!»

«Ho capito, è tutto a posto, ha prenotato per lei il suo medico, il dottor Fontaine.»

«Poteva dirlo prima; è tutta la mattina che faccio le prove!»

Al primo piano, in una stanza buia, Emilio posò le sue cose e trattenne un urlo di gioia per aver trovato un posto al chiuso dove dormire; si sedette sul letto, schiena dritta, respirazione diaframmale, occhi ben attenti all’orizzonte immaginario degli attori, e attaccò con le seconde prove generali:

«Buongiorno, sto cercando l’ispettore Philippe Zappalà, lei chi è?, sono don Emilio, l’amico di Marcel Fontaine, e qual è il suo cognome?»

Sappiamo già come andrà il resto.

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