‘Commissione Giustizia e Pace’ condanna il suicidio assistito

Conferenza dei vescovi svizzeri stamattina a Berna: la Commissione Giustizia e Pace ha condannato la pratica del suicidio assistito perché sarebbe “un sintomo della mancanza di solidarietà che ci caratterizza”. San Giuda Taddeo Apostolo esulta da lassù.Prima di morire, nel 1954, la pittrice messicana Frida Kahlo, disse alle persone che le erano rimaste vicine durante la sua lunga e straziante lotta contro il dolore: “Spero che la fine sia gioiosa e spero di non tornare mai più”. Se avesse potuto scegliere, probabilmente avrebbe pagato per far cessare prima la sua sofferenza. Frida Kahlo avrebbe scelto il suicidio assistito? Forse no, ma non è questo il punto.

Oggi assistiamo a una evoluzione antropologica caratterizzata da una diffusa saccenteria, una specie di malattia dell’ego: tutti ci permettiamo di giudicare, anche, e soprattutto, quelli che non hanno alcuna competenza nelle materie che scelgono, per moda, per capriccio o per vanità. Basta un tweet, un commento, o un post su un blog come questo, e tutti crediamo di essere onnipotenti. Questi vescovi svizzeri, per esempio, possono arrogarsi il diritto di conoscere la maniera migliore per morire e possono dirci con certezza scientifica cosa ci aspetta quando chiuderemo gli occhi per l’ultima volta? Non possono. Ma gli piace farlo perché prima di loro, per secoli, ce ne sono stati altri che hanno fatto lo stesso. Per cui il precedente costituisce una verità. Il contrario di quello che dovrebbe succedere, ovvero, da una verità oggettiva costituire un precedente.

Oggi a Berna, c’è stata questa conferenza sulle cure palliative e sui suicidi assistiti. Si è parlato anche della situazione degli anziani, di come vengono considerati e se vengono curati in maniera adeguata, nelle strutture giuste.

I vescovi hanno detto che nella nostra società di consumo si tende a valutare anche la vita in termini economici. Il che potrebbe anche essere vero, ma non è questo il caso.

Nella pratica del suicidio assistito, infatti, non si mette in discussione il valore della vita, ma il valore della morte.  Vale a dire, si tenta di scoprire se la morte sarà meno dolorosa della malattia. Si tratta di casi di malati terminali, che hanno seguito terapie e cure infinite, oltre a una lunga preparazione psicologica, e non hanno più speranze se non quella espressa da Frida nel suo letto di morte.

Ma ai vescovi non va bene, perché la vita “è un dono di Dio ed è preziosa sempre”. La stessa frase che si sente quando si parla di aborto. Anche per l’aborto è in corso una lotta, nel Texas, dove si fatica a farlo praticare nelle strutture pubbliche. Conservatori che vanno in giro con la pistola nei calzoni (dovranno compensare qualche mancanza di tipo morfologico-sessuale). I cowboy repubblicani hanno in comune con i vescovi anche un’altra carenza, di tipo lessicale. Le loro parole non hanno senso. “Dono” vuol dire qualcosa che appartiene a me e di cui posso disfarmi o regalare a mia volta a qualcun altro. Non qualcosa che dev’essere custodito in qualunque condizione, anche vegetativa.

Ma questa è anche l’epoca in cui va di moda la ritrattazione. Il Regno Unito esce dall’Europa e rifà un referendum per rientrare. L’estrema destra ultranazionalista austriaca fa ricorso e si terrà nuovamente il ballottaggio. E infine, Dio ci dona la vita ma vuole essere lui a decidere come dobbiamo gestirla.