Il negozio di gelati

All’ombra di un parcheggio

in un pomeriggio di sole e di vento

sento il cinguettio del cardinale

e il male dell’asfalto sulle dita,

la formica che mi ha punto

ed è fuggita senza avvisare le compagne,

le lagne della gente che cerca un gelato

il neonato che piange e grida

perché non sa che la vita è infinita.

E vedo tutto questo

immerso nel mio stupido parcheggio

e passeggio con la penna di mio padre

che mi cade, se penso all’avvenire,

a questo immenso negozio di gelati

che è di chi li mangia e di chi li ha mangiati

di quelli che hanno i soldi per tre palline

e le anime piccine, che di gelati e di giardini

non ne han visti mai

capiranno al bruno calar del sole

o al suono misero di queste parole

che di vita e di gelato non siamo sazi

noialtri, poeti e attori della commedia

seduti su questa sedia scomoda dell’amore

al calore della selva e della notte

delle grotte fredde sotto terra

e la guerra continua fuori dalle banche

le stanche mani dei cassieri che

contano soldi veri e falsi, e i loro passi

li sento nella pancia mentre scrivo

perché vivo, io, e penso a un mondo ideale

al male e al bene che ci hanno fatti

ai gatti e ai topi che non mangiano gelati

ai sindacati, alle lotte comprate dagli interessi

o ai materassi, alle più belle delle guerre

quelle che combattiamo con la carne e con

l’amore, come prima cosa al mondo

mentre in fondo al mio parcheggio vedo

e non ci credo, sento e non mi sembra vero

una schiera di santi e di diavoli abbracciati

spettatori della nostra battaglia per il denaro

e il caro Gesù Cristo che mai si è visto

li benedice e li bacia sulla bocca, sciocca

fonte di bugie, la bocca degli uomini e 

dei bambini, lesti figli di una buona madre

o di un padre che ha dato loro una penna

come la mia

e va via questo caldo immenso che scioglie ogni cosa

la sposa o la vecchia sola che beve rosé

perché è afflitta dalle barbarie dell’uomo, 

nato buono e poi distrutto dall’ego e dal

segreto che si porta addosso, dalle viscere

della vita, inutile, che spreca nelle sale d’attesa

nella chiesa o negli uffici senza finestre

tutte queste sono nostre invenzioni

canzoni che cantiamo per non sentirci soli

e non ci consoli il fatto che nessuno lo dica

che la matita dei poeti resti zitta quando la paghi

perché i draghi fanno paura e non tutti sono matti

e fatti di aria, come me, in questo momento, mentre 

vi racconto del parcheggio e del negozio di gelati

mentre vi dico che liberi siamo nati e liberi moriremo

al sereno calar del sole o al suono misero di queste parole.