Il razzismo che fa male ai razzisti

L’attuale ‘crisi migratoria’ non è un problema politico. La crisi nasce dal pregiudizio e dalla mancanza di accoglienza, da un lato, e dagli interessi della parte marcia della politica che ci vuole convincere che non ci sia lavoro per tutti, rifiutandosi di ammettere che, invece, non solo di lavoro ce n’è, ma grazie all’immigrazione potrebbe essercene persino di più. refugees-720

Quando ero ragazzino, all’inizio degli anni ’80, trascorrevo le vacanze estive nel paese dei miei nonni, come fanno tanti bambini che ogni anno non vedono l’ora di scappare dalla città e riscoprire quel contatto con la natura e con gli animali per capire meglio le proprie origini e acquisire una certa umiltà, avere cioè la consapevolezza della propria matrice mortale e assolutamente uguale alle altre razze animali che esistono al mondo (e tra le quali, tra l’altro, non siamo neanche la più intelligente).

Tuttavia, oltre a imparare questo e altri valori che oggi mi servono a auto-educarmi attraverso una continua ricerca di miglioramento e di competizione intesa come competizione esclusivamente con me stesso, nel paese dei miei nonni ho imparato anche che cos’è il razzismo.

In quel periodo, allo sgocciolare del secolo scorso, alle porte quindi di una nuova epoca, quella in cui la tecnologia avrebbe sostituito (quasi) ogni cosa, era ancora in vita una generazione di italiani, quella dei miei nonni per l’appunto, reduce dai difficili anni del dopoguerra e ancora abituata a pensare ai confini geografici anche in termini di confini razziali: africani, caucasici, e così via. (In realtà gli studi antropologici della seconda metà del ‘900 hanno dimostrato che una vera e propria divisione in razze ormai è impossibile).

Da bambini, dunque, molti di noi, italiani, venivano “educati” al razzismo, ci veniva insegnato che le bambine bianche e bionde erano le più belle e che i bambini neri erano invece di una razza diversa o addirittura inferiore. A dirlo erano almeno 9 vecchietti su 10 in qualsiasi bar di qualsiasi paese italiano, da Bolzano a Pizzo Calabro.

Chiarito questo, possiamo capire quello che è successo nei 30 anni successivi fino ad arrivare all’attuale “crisi migratoria” che sta così squallidamente dividendo l’opinione pubblica. Alcuni di noi, all’epoca innocenti e aperti a tutti gli insegnamenti (anche quelli sbagliati) si sono chiesti: “Ma come è possibile che quella bambina bianca con i capelli biondi debba essere la più bella, se a me piace molto di più quell’altra con la pelle nera e i capelli ricci?, ho io qualcosa che non va, o c’è qualcosa che non va nelle storie dei miei nonni?” E di conseguenza, alcuni di noi hanno scelto un’istruzione libera dai pregiudizi razziali e culturali, e soprattutto hanno scelto di seguire la loro curiosità e la voglia di capire il mondo per formulare una propria opinione. Grazie alla lettura e all’amore per la conoscenza, alcuni di noi sono diventati persone migliori, aperti, assertivi, predisposti all’ascolto e liberi dai dogmi dettati dalle culture popolari di un tempo.

Altri (ahimè) sono rimasti intrappolati in questi dogmi, non ce l’hanno fatta a seguire il proprio istinto e si sono lasciati persuadere che le razze esistano e, peggio, che alcune siano persino superiori. Ed è così che ancora oggi esiste il razzismo ed esiste in varie forme, alcune più subdole e ipocrite, come in Italia, altre più nette e radicate nella cultura di un itero popolo, come negli States.

Leggendo i giornali italiani, i giornali maggiori, Repubblica, Corriere, eccetera, non posso fare a meno di rimanere indignato davanti a una lunga serie di commenti dei lettori, di pura matrice razzista.

Non posso fare a meno quindi di chiedermi per quale ragione i moderatori (ammesso che ce ne siano) permettono di pubblicare dei commenti del genere. Di più, mi chiedo come mai non si perseguano legalmente non solo vietandoli ma punendo in qualche modo chi li ha scritti. Basta aprire uno a caso dei recenti articoli sul caso dell’omicidio di Fermo o sugli ultimi recuperi di migranti nelle acque del Mediterraneo, per capire di cosa sto parlando.

E non posso fare a meno di chiedermi anche un’altra cosa. Quegli stessi nonni che, per motivi culturali, di chiusura davanti a ciò che non si conosceva bene in fondo, nutrivano pregiudizi nei confronti di chi arrivava da fuori, erano stati a loro volta emigranti. Io stesso sono figlio e nipote di migranti ed ho conosciuto sulla mia pelle il dolore della discriminazione, la delusione di non essere accolti dopo il sacrificio della partenza. Gran parte di noi italiani è discendente di migranti che per mezzo secolo hanno popolato paesi come l’America o la Germania. Ma perché non abbiamo imparato dalla storia e ancora una volta commettiamo gli errori di cui noi stessi siamo stati vittime? Da dove nasce quest’odio che attizza il fuoco del populismo, tanto alla moda sulle bocche dei politici e dei giornalisti?

Da un lato, credo che la rabbia sia una conseguenza dell’insofferenza di un popolo che si è visto privare dei suoi diritti fondamentali, un popolo al quale è stata imposta una moneta unica, un mercato del lavoro con regole scritte e non scritte che hanno determinato la catastrofe nella quale oggi sguazzano i capitalisti e annega la povera gente. Dall’altra, penso che si tratti anche di un problema di carattere culturale, per la precisione di mancanza di cultura. Ma anche la mancanza di cultura è un prodotto di chi governa un Paese e dovrebbe promuovere libri anziché telefonini.

L’anno scorso, in occasione dell’Expo 2015, l’ex presidente dell’Uruguay, José Pepe Mujica, parlando della crisi migratoria, ci ha dato l’ennesima lezione di vita. Il vecchio Pepe ha spiegato che i migranti non sono il problema, ma la salvezza. Gli stessi migranti che oggi vengono sfruttati, disprezzati, insultati e (se leggiamo la recente cronaca di Fermo) addirittura uccisi dopo essere stati chiamati “scimmie africane”.

Ci salveranno, spiegava Mujica, perché il nostro mercato va peggiorando, la mancanza di mano d’opera diventa via via più importante e le nascite diminuiscono di anno in anno. Sarà grazie all’immigrazione che ritroveremo la nostra stabilità.

Certamente, la realtà del nuovo caporalato italiano è il vero scoglio da superare, proprio perché nutrito non solo dagli interessi di pochi ai danni delle masse, ma anche, e soprattutto, dal razzismo stesso. Le battaglie di interessi che si nascondono dietro l’accoglienza dei migranti, d’altro lato, si oppongono al pensiero di Mujica. Per ogni migrante, i centri d’accoglienza o i privati che si offrono di dare loro alloggio, ricevono circa 40 € al giorno. Basta dare un’occhiata alle stalle in cui molti di questi poveretti sono costretti a dormire, o alla pasta per i cani che viene data loro da mangiare, per fare due calcoli e capire dove vanno a finire i fondi dello Stato e dell’Unione Europea.

L’educazione ad essere buoni, scrive Christian Raimo su L’Internazionale, dovrebbe essere materia obbligatoria per tutti. Ed è proprio in ambito scolastico, probabilmente, che questa barbarie anti-culturale sarà sconfitta, grazie a insegnanti consapevoli che lotteranno contro la politica dell’odio dei vari Trump e Salvini e continueranno a insegnare l’amore.