Strage di Nizza: annunciati 3 giorni di lutto nazionale

Ieri sera, poco dopo le 22.30 la mia città è stata scenario di una carneficina per mano di un fanatico, un uomo di 31 anni, che da solo alla guida di un camion preso a noleggio, ha falciato centinaia di persone sulla Promenade des Anglais, uccidendone almeno 84 – secondo l’ultimo bilancio – e ferendone oltre 200, tra cui molti bambini.

Foto: Reuters
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I miei amici e parenti stanno bene, dagli Stati Uniti non è stato facile raggiungerli tutti se non dopo qualche ora, quando il panico era abbastanza placato da permettere di ragionare su ciò che stava accadendo. Molti di loro hanno passato la notte in appartamenti offerti da sconosciuti o in alberghi che hanno accolto chi era in fuga dal lungomare e si infilava nei vicoli a caso senza guardare indietro, lasciandosi alle spalle decine di corpi straziati dall’impatto con l’automezzo “impazzito”.

Il camion, un grosso rimorchio di 19 tonnellate con cella frigorifera, ha proseguito per quasi 2 km a una velocità di 80 km/h. Da place Magnan si è immesso sulla Prom, superando le barriere (simboliche) che si usa mettere agli estremi della zona pedonale prima delle numerose manifestazioni organizzate a Nice durante tutto l’anno. Le agenzie parlano di una “beffa” ai danni della polizia sul posto di blocco, alla quale il conducente avrebbe detto di essere lì per “consegnare dei gelati”.

Ieri sera si festeggiava il 14 luglio, una festa nazionale che si è trasformata nel giro di pochi minuti in un lutto nazionale che durerà 3 giorni, come ha dichiarato il presidente Hollande.

Il conducente è stato abbattuto dalle forze dell’ordine e identificato grazie ai documenti che aveva con sé. Il suo nome era Mohammed Lahouaiej Bouhlel, franco-tunisino, viveva a Nice Nord, Henri Sappia. Aveva noleggiato l’automezzo da diversi giorni in un concessionario di Saint Laurent du Var. Aveva tutte le carte in regola per guidarlo e, purtroppo, sapeva guidarlo bene, come hanno dimostrato le testimonianze, le fotografie e i video in circolazione: è agghiacciante vedere come sterzava per colpire più persone possibile.

Il panico si è diffuso in tutta la città, anche oltre il perimetro di sicurezza tracciato dalla polizia. Una coppia di amici è riuscita a mettersi in salvo rifugiandosi sotto la tettoia del ristorante Neptune, proprio di fronte all’hotel in cui, fino a pochi mesi fa, lavorava mio fratello, Andrea. Sulla loro testa hanno visto volare i corpi dei morti e di quelli che saltavano dal marciapiede sulla spiaggia. Intanto Ethan, il loro bambino di 2 anni, piangeva e non capiva che diavolo stesse succedendo nel mondo assurdo degli adulti.

François Hollande si è pronunciato dal suo pulpito mentre i morti erano ancora caldi sull’asfalto rosso della Promenade, mentre le persone care stavano piangendo disperate in quegli infiniti attimi di angoscia che precedono gli abbracci e il tremito del respiro per aver scoperto di essere ancora vivi e di non aver perso nessuno per pura casualità. Nonostante non sia stato ancora rivendicato, Hollande ha dichiarato che “non si può negare la matrice terroristica di questo attentato”. Ed ha aggiunto che “si intensificheranno gli attacchi in Siria e in Iraq”. Anche Russia e Stati Uniti – scrive Mediapart – promettono nuovi attacchi sincronizzati contro lo Stato islamico.

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Ciò che mi terrorizza, come nizzardo, come cittadino europeo e soprattutto come essere umano, è la paura che la guerra che loro stanno combattendo sia una guerra assurda, fatta di bombardamenti e di attentati. E soprattutto, il fatto che a pagare siano i civili, perché i campi di battaglia non sono più le trincee, ma gli aeroporti, le stazioni, o i night club. Insomma, il fatto che noialtri dobbiamo aver paura di andare a vedere un concerto o l’ultimo film del nostro attore preferito, mi fa temere che la politica del terrore abbia vinto su quella dell’amore (ammesso che una “politica dell’amore” sia mai esistita). Ecco cosa mi terrorizza mentre ascolto il discorso di Hollande, che denuncia la gravità della “nostra” guerra e la necessità di “non fermarsi davanti a questi attacchi” ma di “continuare a combattere il nemico”, colui cioè “che odia la libertà su cui sono fondate le nostre società”.

Ora il razzismo dei miei connazionali aumenterà, l’intolleranza verso i musulmani avrà un nuovo nome da sventolare sui social network, facendo “di un’erba un fascio”, come si suol dire (e mai proverbio mi è sembrato più azzeccato per scelta di vocaboli). E le politiche di distruzione saranno giustificate dalla nostra morte. “Nostra”, perché è solo un caso che io non sia andato a vedere i fuochi d’artificio, come facevo tutti gli anni fino a quando il destino mi ha voluto di nuovo negli Stati Uniti. “Nostra” perché dovrebbe far riflettere ognuno di noi, non solo mentre ci assicuriamo che i nostri cari stiano bene, ma mentre ascoltiamo i nostri politici alimentare l’odio con nuovo odio. Come tentare di spegnere il fuoco con altro fuoco. E “nostra” infine, perché non importa in quale paese si uccidano centinaia di donne e bambini: la vita umana non ha nazionalità.

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