Quando l’omosessualità repressa diventa terrorismo

Quello che stiamo vivendo è un momento storico molto delicato, un periodo in cui l’amore (in tutte le sue forme) potrebbe ancora una volta salvarci dalla tragedia umana che ci circonda.

Fiori e candele colorate sulla Promenade des Anglais il giorno dopo l’attentato. Foto: Nice Matin

Negli ultimi due mesi abbiamo assistito inermi a diversi atti terroristici, rivendicati dallo Stato islamico (Is) e al contempo risultati essere l’epilogo tragico di disturbi psicologici personali. Mi riferisco alla strage di Nizza del 14 luglio, nella quale per mano del 37enne Mohammed Lahouaiej Bouhlel sono morte 84 persone; e all’attentato in un night club di Orlando-FL dello scorso 12 giugno, dove sono morte 49 persone, ad opera di Omar Mateen, anche lui da solo e anche lui “affiliato” all’Is.

Ma cosa significa “affiliato”, se in entrambi i casi non parliamo di militari addestrati nelle scuole jihadiste ma di persone disturbate, emarginate e con tendenze omosessuali latenti? Quanto è sottile la distinzione tra un soldato che agisce agli ordini (preannunciati) di un esercito di folli, e un uomo depresso e isolato, che pochi mesi prima di morire in maniera così “grandiosa” decide di mettersi in contatto con i jihadisti tramite le loro pagine Facebook?

Questi dubbi sul movente dei killer aprono la strada a nuove riflessioni sull’origine nella mente di un essere umano di un atto così efferato. E in particolare mi viene da pensare che la repressione sessuale, sfogata soltanto attraverso i social network, abbia giocato un ruolo importante in entrambi i casi.

Mohammed Lahouaiej Bouhlel era divorziato, aveva due figli. Il più piccolo stava per festeggiare la sua circoncisione. La sua famiglia in Tunisia, intervistata da un’emittente radiofonica,  si è dichiarata stupita davanti a un atto del genere. Erano tutti in attesa di Bouhlel e sua moglie per la festa del figlioletto. Un eterosessuale, secondo la famiglia, ma nel suo smartphone sono stati ritrovati numerosi selfie di “dubbia” virilità e chat erotiche con uomini adescati su siti di incontri.

Omar Mateen, stesso profilo, sposato con una donna e omosessuale represso. Da tempo frequentava il Pulse, il locale gay di Orlando dove ha compiuto la strage armato di un fucile automatico Ar15. Secondo il Guardian, Mateen si sarebbe radicalizzato addirittura la sera stessa dell’attentato, mentre parlava al telefono con la polizia, poco prima di essere ucciso.

Non chi, ma che cosa dunque ha portato due persone disturbate a fare della loro repressione sessuale un pretesto per dare libero sfogo ad altri problemi più gravi, come la mania di grandezza e la tendenza suicida/omicida? Quanto ha gravato sulle loro azioni il fatto di non essere accettati dalle proprie comunità in quanto omosessuali? Entrambi gli assassini erano sposati con una donna; entrambi, dunque, si nascondevano dietro una maschera da bravi padri di famiglia (autotrasportatore il primo, guardia giurata il secondo), con qualche precedente, ma nessun contatto con l’Is fino a poco prima degli attentati.

Le ultime notizie rivelano che l’attentato del 14 luglio sulla Promenade des Anglais sarebbe stato premeditato da tempo e in collaborazione con altre persone, attualmente accusate di cospirazione. Ma resta la domanda: perché proprio Bouhlel si sarebbe lasciato convincere a commettere una barbarie del genere?

Stamattina, dopo aver letto che finalmente in Italia saranno ammesse le unioni gay, ho pensato a quello che c’è scritto in questo articolo. Sapere che a breve l’Italia, paese fortemente cattolico, darà una lezione di civiltà ad altri paesi in cui l’ingerenza Chiesa-Stato è altrettanto predominante, mi ha fatto fantasticare su una svolta del genere anche nelle comunità musulmane. Il collegamento tra Cristianità e Islam per me (giacché non sono “affiliato” a nessuna delle due religioni) è del tutto naturale: in entrambe esiste una forte repressione della libertà sessuale. E in entrambe, di conseguenza, vedo la possibile soluzione del problema: si potrebbe incominciare smettendo di imporre delle regole morali, o lasciando ai fedeli la libertà di andare a letto con chi pare a loro, per garantire realmente la libertà in senso ampio. Ma il discorso inizia a diventare utopistico.

La libertà sessuale dell’individuo, di certo, può giovare alla comunità, almeno quanto la sua repressione può nuocerle gravemente, fino a conseguenze estreme come queste carneficine. E, benché nel cocktail delle patologie di cui erano affetti i killer, gli esperti abbiano aggiunto anche la depressione, l’emarginazione razziale, la rabbia post- divorzio o i comportamenti ossessivo-maniacali, ciò che conta è parlare di questi problemi in sedi separate e trovare una spiegazione per ognuno di essi. Ragionare in termini costruttivi e non distruttivi per evitare che gli stessi precedenti diventino il pretesto di altri che commetteranno a loro volta nuove stragi.

Che cosa sarebbe successo se Bouhlel fosse cresciuto in un ambiente civile, dove l’orientamento sessuale e la razza non determinano la propria posizione sociale? Probabilmente gli adescatori dell’Is si sarebbero serviti di altre debolezze dell’animo umano – ce n’è una vasta scelta purtroppo – e la scintilla della follia omicida/suicida avrebbe avuto altri tizzoni su cui ardere. Ma in questa sede stiamo cercando di venire a capo di una di queste debolezze in particolare, ovvero la repressione della propria sessualità, e di come si potrebbe curare.

La repressione della sessualità è una conseguenza della chiusura dell’Islam nei confronti degli omosessuali, al pari della sottomissione della figura della donna. Se pensiamo che in Tunisia molti considerano l’omosessualità una malattia da punire con la morte e i giovani per non finire ammazzati dalle proprie famiglie o dai propri amici scappano in Francia, forse capiremo la gravità della situazione culturale nel mondo arabo e capiremo anche come si finisce nelle condizioni di Bouhlel. Non per giustificarlo, ma per prepararci all’idea che altri Bouhlel continueranno a nascere e a diventare dei mostri mentre noialtri facciamo finta di vivere in paesi liberi e civili, con la patetica illusione di non avere nulla a che fare con l’Islam, senza pensare che ciò che accade al di là dei confini nazionali non resta mai al di là dei confini, ma coinvolge sempre gli altri paesi e gli altri popoli, soprattutto in un’epoca di migrazione senza precedenti come quella attuale.

L’emarginazione dei musulmani in Francia, come raccontava il film del 1995 con Vincent Cassel, La haine (L’odio), è reale e non è da sottovalutare quando si parla oggi con tanto fervore di “radicalizzazione”. Non è così raro sentire per strada commenti razzisti, soprattutto dalle persone anziane. Non c’è da stupirsi poi se in alcuni quartieri di Nizza i non-musulmani sono praticamente esclusi e le scritte in arabo delle macellerie halal si moltiplicano a ogni angolo. In quartieri come l’Ariane non è difficile trovare ragazzi ignoranti e ignorati, vittime di un sistema di ghettizzazione simile a quello parigino, i quali reagiscono alla paura di essere aggrediti con la sola arma che hanno: l’aggressione stessa. La loro ignoranza è come una benda cieca su quegli occhi piccoli e scuri, e fa scegliere loro le strade sbagliate.

Una di queste strade è stata la Prom, il 14 luglio, e la vita di donne e bambini innocenti non ha avuto più alcun valore, è diventata l’incarnazione di altre vite che si sono spente in altri paesi sotto le bombe, un gioco di sadiche vendette che non avrà mai fine, se al posto delle bombe la Francia non incomincerà a far cadere libri; se les arabesles françaises non capiranno che sono un unico popolo; se nelle moschee e nelle chiese non si incomincerà a insegnare l’amore in tutte le sue forme, tra un uomo e una donna, tra due uomini, due donne, o un cane e una capra! E sarà ancora una volta l’amore a salvarci dalla tragedia umana che ci circonda.

Ricordo una conversazione, una sera di due anni fa sulla spiaggia di Saint Laurent du Var, con un mio amico proprio tunisino, il quale mi ha detto che non biasima chi commette atti del genere, perché “nello stato in cui si trova, magari dopo aver perso la sua famiglia, non ha più nulla da perdere e finisce per abbassare la testa quando qualcuno gli mette in mano un fucile”. Se ci ripenso ora che 84 persone sono morte schiacciate da un tir di 19 tonnellate, mi vengono i brividi. Allo stesso tempo, però, mi fa riflettere sui sentimenti folli che si vengono a creare nella mente di chi sta dall’altra parte, di chi viene accusato tutti i giorni con gli sguardi gelosi dei francesi, da sempre arrabbiati con gli immigrati delle colonie, ai quali però devono gran parte di quello che hanno.

Questa è la realtà di Nizza, razzismo e ghettizzazione, dietro il Casinò Ruhl e la Promenade che piacciono tanto ai turisti. E non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe questa città se non ci fossero tutti i razzisti che ci sono. Siamo stati noi non-musulmani a istigare reazioni a catena infinite e pluri generazionali. Se il terreno non fosse così fertile, forse gli “amici” di Daech andrebbero a “chiedere amicizie” da qualche altra parte. Il problema del razzismo interno ha un ruolo predominante nella formazione della follia omicida di questi individui.

Il razzismo “palindromo” ci sta decimando. I pregiudizi, prima nascosti sotto un velo di ipocrisia e di falsi bonjour, ormai sono legittimati dai crescenti attentati per mano di killer improvvisati, come Bouhlel, radicalizzati on line in pochissimi mesi, se non giorni, o di “professionisti” assoldati e guidati direttamente dall’Is. E la gente non si rende più conto della differenza, non ne ha il tempo, o addirittura tende a relegare la figura del musulmano condannandola a quella di un possibile terrorista; come dire che ogni italiano è un possibile mafioso. Né ci rendiamo conto che quest’odio è ciò in cui spera chi sta dall’altra parte del mirino.

Ma l’odio non è la soluzione. Sputare e gettare pietre e  immondizia nel luogo in cui è morto il carnefice non ci aiuterà a riavere indietro le vittime; servirà soltanto ad insegnare ancora odio ai nostri bambini. Quello che sta succedendo a Nizza in questi ultimi giorni, quindi, è il risultato della catastrofe culturale in cui, senza neanche accorgercene, siamo sprofondati tutti noi.

Il lato peggiore di noi “persone normali” sta venendo fuori come uno sputo o una lattina sporca. La collera si è già trasformata in odio, come temeva François Hollande. Peccato che Hollande se ne sia accorto così tardi, perché c’è chi, come Donald Trump, lo ha capito molto prima e ci ha addirittura costruito la sua ridicola campagna elettorale.