‘Ominicchi’ italiani che uccidono le donne

A farne una questione di nazionalità è stata l’Ansa stamattina scrivendo che “un tempo solo in Asia, oggi anche in Italia” si “cerca di punire la donna che ci ha lasciato”. Ma potrebbe essere una questione di mancanza di coraggio, invece, come direbbe Leonardo Sciascia. Mancanza di coraggio da parte di questi uomini, anzi, mezzi uomini, anzi, più precisamente, “ominicchi” italiani che uccidono le compagne.

Vania Vannucchi, la donna aggredita ieri a Lucca dal suo ex (che non accettava la fine del loro rapporto) è morta a causa delle ustioni estese sul 90% del corpo. Quale movente più squallido di una delusione amorosa? Quale mente più abietta può concepire una violenza del genere? E – terza domanda – quando si prenderanno provvedimenti seri nei confronti di questi mostri?

In Italia, di “omminicchi” a quanto pare ce ne sono parecchi. Sciascia avrebbe molto di cui scrivere se fosse ancora in vita. Pare che la difficoltà di tirare fuori il coraggio e di accettare la fine di una relazione si sia manifestata in oltre 160 casi negli ultimi due anni. 160 donne uccise dai propri partner, vale a dire, più di 6 ogni mese. Senza contare che – precisa ancora Ansa – “da gennaio 2015 quasi 9.000 donne sono state vittime di violenza o stalking”.

Una volta il coraggio non ci mancava, mangiavamo pane e patate, andavamo a cercare lavoro in altri paesi con una valigia di cartone e due lire in tasca, e ci tenevamo in contatto con le nostre mogli scrivendo lettere che impiegavano giorni per arrivare a destinazione. Una volta noi italiani siamo stati emigranti, scopritori di nuovi mondi e pionieri di terre povere, diventate ricche grazie a noi, alla nostra ricchezza, che è una ricchezza culturale.

Che cosa è successo dopo? Dove sono finite le forze che ci facevano affrontare la sofferenza di cui è fatta metà della vita? Sembra che la convinzione che la nostra esistenza sia fatta solo di gioie e entusiasmi ritratti con gli smartphone e i selfie stick in ogni momento della giornata abbia radicato in noi persino l’illusione della perfezione o dell’immortalità. Non esiste né l’una né l’altra cosa, esistono il bene e il male, il silenzio e il dialogo, la vicinanza e la distanza, invece. Il rapporto con la realtà si è ridotto a una auto-esaltazione che ha convinto questi “ominicchi” che la sofferenza non esista, non debba essere accettata perché tutto è perfetto nel loro mondo, i capelli all’insù, la bocca a paperino, gli effetti in bianco e nero. E se la compagna decide di lasciarli, il loro mondo di illusioni crolla e insieme a questo crolla la loro debole psiche.

Da questa analisi spicciola del fenomeno sociale che ci vede tutti protagonisti e minacciati da una specie di malattia dell’ego, in agguato dietro gli schermi led, non è difficile estrapolare l’algoritmo che mette la follia omicida su un’ascissa infinita e il distacco dalla realtà su un altrettanto infinita ordinata. Non è escluso che, con l’avanzare inarrestabile della presenza viscerale dei social su queste assi immaginarie, il coraggio finirà per sparire, diluito sotto gli smile e l’ipercomunicazione che sembra consolare e giustificare ogni cosa. In altre parole: bisogna avere coraggio per affrontare la sofferenza, perché solo da questa si impara e si diventa persone migliori. Nessuna giustificazione e nessuna attenuante, pertanto, per questi atti di vigliaccheria e di misoginia.

E, “nessuna giustificazione – afferma anche il presidente del Senato Pietro Grasso – per questi schifosi assassini”.

Tuttavia, la nuova legge contro il femminicidio, approvata di recente dal Senato, non è abbastanza dura. Prevede aggravanti in caso di relazione sentimentale tra l’aggressore e la vittima, l’introduzione del braccialetto elettronico e dell’ammonimento dopo la denuncia per violenze. Ma non credo di aver letto la parola ergastolo in nessuno degli 11 articoli (dei quali soltanto 5 si riferiscono alla violenza sulle donne) che compongono il provvedimento.