La Marchesa Colombi e il riso amaro delle femministe

Premessa

Cari lettori, non prendete queste righe seriamente, io sono solo uno che scrive libri, non ho alcuna intenzione di diventare un critico letterario né di esprimermi come si esprimono gli accademici, con tutti quei paroloni ricercati in fondo ai vocabolari. Pertanto il formato di questo articolo e lo stile con cui si presenta sono il frutto della mia creatività e non vi consiglio di copiarlo per il vostro esame di fine anno o per un compito in classe. La critica di solito sostiene una tesi e poi la supporta sulla base di tesi già esistenti, usando le parole degli altri. Io non ne sento alcun bisogno, questo è un meccanismo contorto che forse piace a chi vuole fare carriera accademica; e non ambisco ad apportare alcun contributo al dibattito critico perché non è il mio dibattito; vivo in altri mondi e provo a mettere il mio contributo direttamente nel cuore della gente.

In risaia, di Maria Antonietta Torelli Vollier, in arte La Marchesa Colombi, è un romanzo di fine ‘800 in cui si descrive il mondo delle mondatrici, le donne che lavoravano nelle piantagioni di riso in un’Italia provata dalle lotte per l’unità. La Marchesa Colombi è stata una delle prime autrici ad occuparsi di “riso amaro”. L’Italia del XIX secolo era fondamentalmente patriarcale e misogina. Grazie alla testimonianza umana e letteraria di donne come lei, questa appendicite culturale era destinata ad essere estirpata. La vita e le opere dell’autrice riveleranno una donna sicuramente eccezionale, se è vero che essere sé stesse a volte vuol dire essere eccezionali.

Mondine o Mondatrici?

Il signor Carlo Emilio Gadda, voce eccelsa della letteratura del XX Secolo, ebbe il privilegio di visitare nel 1936 una risaia di Lomellina, nei pressi di Mortara e di incontrare le lavoratrici stagionali impegnate nella semina e nella raccolta del riso, un lavoro estenuante che metteva a dura prova il fisico di chiunque, uomini o donne. Il risultato di quella visita si compendiò in un articolo di straordinaria importanza letteraria, ovvero una dimostrazione del maschilismo celato dietro le penne degli autori uomini, inserito nell’introduzione al testo, nell’edizione Interlinea 2001.

L’approccio di Gadda è dapprima fisico, la sua descrizione delle contadine inizia dalle caratteristiche che saltano all’occhio del lettore maschio italiano medio del tempo: ragazze “svelte, i piedi nudi, le camicette celesti, o così rosse da far impazzire un torello!” Dopo aver parlato con alcune di loro, l’autore ha abbastanza materiale per formulare anche un’analisi psicologica di eccezionale profondità, così acuta da lasciare il lettore sbalordito quando scoprirà che le mondine – come sceglie di chiamarle Gadda – amano più di ogni altra cosa l’arte del ballo, quello che arriva come una liberazione dopo la fatica e in cui si cimentano in compagnia dei giovani del paese, ogni anno uno diverso e ogni anno più “simpatico” di quello precedente, perché “hanno vent’anni”. Persino a una “biondina” il nostro acuto osservatore chiederà “Anche tu [hai vent’anni]?” e questa, presumibilmente, risponderà “No, io ne ho solo quindici, ma… so ballare lo stesso…”

“E tutte risero,” conclude e condanna l’autore. Solo la prima condanna, quella ai ruoli di genere. La seconda e più intensa limitazione del ruolo femminile è racchiusa nella frase che conclude questo breve (e storicamente inutile) articolo del Gadda (inutile quindi anche la scelta di Interlinea edizioni di inserirlo come introduzione al romanzo utilizzando la notorietà di Gadda per vendere di più): “Le parole del canto sono povere e certe: così verranno, radunata la povera dote, l’amore ed i figli.” Un canto popolare forse, o una rassegnazione sociale e culturale cui nessuna donna potrà ribellarsi finché non avrà la possibilità di scegliere.

Gadda attinge a un gergo militare per descrivere la risaia e le mondatrici, squadra, reparto, linea, pattuglia, e così via. Sembra quasi un elogio, come per dire che una donna sarebbe perfettamente in grado di arruolarsi nell’esercito, un’anticipazione dei tempi (se pensiamo che il servizio militare sarà esteso alle donne solo nel 2000, Italia ultimo paese in Europa). Nota di merito per l’autore? Peccato che più avanti leggeremo che “per rimestar la polenta o spaccar la legna” (mansioni forse troppo dure per una donna) c’è bisogno di “un uomo” che “dà la mano”.

Dopo aver strappato e gettato l’introduzione del Gadda, possiamo finalmente goderci la lettura del romanzo e innanzitutto notiamo che solo dopo aver reso l’idea del sacrificio fisico e psicologico della protagonista si darà una definizione al lavoro di mondatrice. “Ad una ad una, da vicino, da lontano, di qua, di là, le mondatrici si unirono a quella voce e formarono un coro,” scrive l’autrice, sottolineando soprattutto un aspetto della faccenda: l’unione tra queste donne, il cui coro diventa tutt’uno. Che bisogno c’era di classificarle col nome popolare di “mondine”, un diminutivo oltretutto, dando loro un ruolo preciso nel sistema?

La profezia del 7

Dopo aver presentato la realtà dei contadini, poveri, rassegnati a contare i pochi numeri che hanno nel podere “meschinuccio” in cui “non ci si cavava da vivere,” l’autrice introduce il personaggio della Nanna, protagonista del romanzo più che della sua stessa vita, custode di oche “nell’età dell’innocenza,” mondatrice disgraziata in quella “da marito”, vittima di una profezia che si ripete, un numero che la perseguiterà a lungo, il 7. Suo padre, Martino vede nelle parole della massaia, “tutta la profondità di giudizio dei sette Savi della Grecia” quando sua madre decide che per la Nanna l’età dell’innocenza è finita; a 17 anni sua madre deciderà che è arrivata l’ora di cercarle un marito; il valore dei 24 spilloni d’argento che serviranno ad attirare l’attenzione dei giovani del paese, come era usanza all’epoca, è 72 lire, somma con cui “ci sarebbe da comprare tre maialini e mezzo”, 3.5, la metà di 7; ancora, dopo 7 anni assisteremo alla trasformazione della Nanna dalla bella ragazza coi capelli d’oro ad arida donna divorata dalla collera e dall’odio; e così via.

Il primo ad accorgersi di questa profezia è proprio suo padre. Martino è consapevole della grazia di sua figlia, una bellezza diversa da quella delle altre contadine, eppure non avrà alcun potere contro il volere della loro natura. Quasi come quella degli asini. Agli asini si gridava ehhh e tra di loro gridavano oooh. Solo una vocale li distingueva dalle bestie.

Il ciclo madre-figlia-madre

Maddalena (come la Maddalena biblica) incarna il peccato e il sacrificio, la rassegnazione e la regola sociale cui non si può disubbidire. La Nanna dovrà avere marito e dovrà avere una dote, le piume delle oche per il suo letto nuziale, la corona con gli spilloni d’argento, ad ogni prezzo. Il prezzo, in una famiglia povera come la sua, sarà la sua salute. Si ammalerà nei campi di riso e finirà tragicamente per perdere i suoi bei capelli biondi, di cui andava così fiera perché la distinguevano dalle altre ragazze, scure e brune. “Maledetto argento!”

Eppure, nulla viene prima del ciclo, quello indissolubile di madre-figlia-madre. E se proprio dovesse rompersi, se pure dovessero vendere le piume per pagare l’affitto della terra, vorrà dire che “quel che Dio vuole non è mai troppo!” Ovvero, lei che ha trasmesso a sua figlia il volere della tradizione, quel certo volere pubblico, ben diverso dal più intimo e privato, proprio lei, la Maddalena, ora si rifugia nella volontà di Dio, perché non sa più dare una spiegazione razionale a quello che le sta accadendo.

La Nanna diventerà una brava e ubbidiente venditrice di frutta al mercato, come lei. Troverà un marito che non la bastoni come la sua asina. Continuerà a farsi dissanguare nei campi di riso per racimolare i soldi per la sua dote. O si ribellerà a tutto ciò, come si intuisce dalla frase minacciosa “Vedrete”. Una sola parola in realtà, che riassume tutta la sua consapevolezza. Una consapevolezza che non le servirà a nulla perché, che lei lo voglia o no, è già diventata un’abile calcolatrice come sua madre. La “sua tendenza speciale al calcolo,” ereditata dalla madre, sarà una delle sue caratteristiche, dopo la trasformazione da buona a cattiva, un processo che inizierà su per giù dopo la metà del romanzo, un tempo/spazio in cui la “poveretta” (aggettivo usato spesso dall’autrice, dapprima per il padre, poi per lei, e infine per le altre donne) ha sofferto come poche sue coetanee, pene di ogni sorte. Anche l’autrice, in una delle sue tante incursioni nel testo, dirà che “la Nanna era più lontana che mai dalla rassegnazione”.

La regola della rassegnazione

L’autrice/narratrice, dicevo, non ha scelto i nomi dei suoi personaggi a caso. Come nello studio del numero 7, c’è uno studio anche nella scelta dei nomi. Martino e Maddalena sono dunque nomi dai connotati biblici e incarneranno il loro ruolo di tradizione cattolica, sofferenza e dedizione al dovere, perché “quando si è poveri ci vuol pazienza!” Il nome Martino, poi, ci ricorda San Martino, il santo patrono del paese, al quale erano dedicate le canzoni intonate dalle mondatrici sulle strade per i campi. Gaudenzio, il bel carrettiere: a volte, per sottolineare la sua natura brutale e insensibile, viene definito carrettiere e basta; altre volte, quando ci si muove nella realtà dei sogni della giovane Nanna, lo si chiama Gaudenzio (nome che deriva dal verbo gaudere, gioire). Un personaggio “dall’usata brutalità” che incarna il folklore contadino di Novara e dintorni, uomini più vicini agli asini, non dotati di alcun tatto. “Mi pare che qui vi sia passata la pialla di San Giuseppe” dice il bel Gaudenzio alla giovane e “confusa” Nanna, che finalmente capirà che tipo di uomo ha davanti. Oppure no? Se consideriamo che anche più avanti nella storia, farà fatica a dimenticare il volgare carrettiere e cercherà di evitarlo perché si sentirà brutta dopo aver perso i capelli? È come se la natura masochista della protagonista fosse più forte di quella ereditata dalla madre, di lavoratrice senza passione o addirittura di “povera donna”. E infine, (la) Nanna. Un nome che sembra quello di una bambina, una bambina innocente che sta ancora giocando con le oche e vive nella sua interpretazione “a rovescio” della realtà e sempre “secondo il suo modo di sentire”. O la seconda metà di una ninna-nanna che nessuno le canterà, perché dopo la sua (de)evoluzione ubbidirà a un’altra profezia, un proverbio popolare cui una contadina non sa sottrarsi, “le disgrazie o fanno santi, o rendono cattivi”. E così allontanerà “tutte le simpatie” e “i parenti stessi, giacché non potevano più ammirarla, né per la bellezza né per la bontà,” e rimarrà sola. Punita dalla regola della rassegnazione. Nanna è anche il nome di un’antica divinità norrena, che morì di dolore per l’uccisione di suo marito e fu bruciata sullo stesso rogo, simbolo della devozione femminile al suo unico uomo e padrone. Ma questo forse la Marchesa Colombi non lo sapeva. L’autrice ha probabilmente scelto questo nome per la sua etimologia, piuttosto, che ha origine nel nome norreno Nanna, il cui significato generico era donna (questo lo ha detto lo storico John Lindow).

Tutti loro sono poveri, sono poveri nell’accezione pietosa dell’aggettivo, come viene usato dall’autrice, e poveri nel vero senso del termine, bisognosi di lavorare duro per sopravvivere, soggiogati dalla realtà feudale sotto la quale si è divertito a metterli il destino (che loro chiamano Dio). E guai a chi, come la Nanna, oserà ribellarsi a questo destino! Persino il lutto è un lusso che non possono permettersi, perché “la vedovanza è dispendiosa”, comporta “collegi, governanti” e altre “cose che costano denaro”.

La pietà della Maddalena

Nel rapporto madre-figlia si sviluppa l’intera trama. Dalla madre inizia la costatazione che Nanna è in età da marito e la madre concluderà che ormai non c’è più alcuna speranza per lei quando diventerà “aspra e scontrosa”. Maddalena è sempre colei che ricorda agli altri la loro natura e la loro appartenenza alla classe contadina. Sarà lei ad aggiungere ai saluti commossi di Martino “E non dimenticare le orazioni mattina e sera”. Mentre il padre non si vergogna di esprimere la sua preoccupazione e le sue emozioni, seppur sotto un velo di durezza imposta dal suo ruolo di “capo famiglia”, la madre tiene per sé il dispiacere per la partenza della Nanna e i suoi occhi le si arrossiranno soltanto nell’intimità del camino. E anche per lei l’autrice sprecherà un “povera donna”. La regola della povertà, quella che provoca commiserazione persino nella narratrice, non risparmierà neanche la Maddalena.

Eppure la Maddalena non ha bisogno di essere commiserata. La forza di andare ogni mattina al mercato con la pesante borsa della frutta l’ha resa una donna forte anche nello spirito. Nessuno ha il diritto di sapere cosa si nasconde dietro quella dura figura di matrona che detta la legge del paese dentro la sua casa. Davanti alla proposta del giovanissimo Pietro (il fratello quattordicenne di Nanna) di andare con sua sorella a lavorare nella risaia, la donna non ci pensa due volte, anzi, pensa subito ai numeri, come vuole la sua natura “calcolatrice” e a conti fatti valuta che sia la soluzione migliore. La Nanna avrà i suoi spilloni d’argento, dopo un mese di lavoro massacrante insieme al fratello: due lavoratori, doppia paga, soldi sicuri.

E così “un martedì”, “i due fanciulli vanno con Martino al mercato di Novara” per cercare un “padrone”, qualcuno che dia loro il lavoro da mondatrici. Martino ubbidisce alla volontà di sua moglie, della “sua donna”, come la chiama l’autrice per sottolineare la sua autorità. Autorità che fa ridere in una società per definizione addirittura storica “patriarcale”, eppure di autorità si tratta. Forse un’autorità domestica.

“La mamma non vuole più” dice una Nanna ancora bambina, ancora “nell’età dell’innocenza”. Chi, dunque dà il via alle disgrazie di Nanna, se non sua madre, Maddalena? Un dispiacere per la giovane Nanna? Affatto. Perché non avendo mai conosciuto un’alternativa, le sembra l’unica strada possibile, quella di sua madre, di tutte le madri e di tutte le figlie del paese. Infatti si vanterà con le amiche più piccole perché “la mamma ha detto” e “noi paghiamo la Margheritina” una serva per badare alle oche. La Nanna è fiera di aver ricevuto la benedizione della mamma e si rivolgerà sempre a lei, anche solo con il pensiero, durante le sue disgrazie, perché è lei il suo unico modello, la Nanna non conosce altri modelli femminili né altri comportamenti al di fuori del ciclo madre-figlia-madre. Moglie, tutt’al più.

Una donna, la Maddalena, che si mortificherà soltanto davanti all’ammissione di non avere i soldi per comprare gli argenti, quei “maledetti argenti” che rappresentano il passaggio di sua figlia dall’anonimato del cortile delle oche all’ammissione pubblica di una bella figlia da sfoggiare al prossimo ballo in piazza. E ancora una volta, chi è l’unico che si accorge di un qualsiasi sentimento altrui in questo romanzo? Il buon Martino, che “non era uomo di espansioni” ma nota che “la sua donna pareva così mortificata che la Nanna, a diciassette anni, non avesse ancora trovato marito”.

La Maddalena si preoccuperà della salute di Nanna durante il lavoro in risaia, le spedirà cibo affidandolo a Gaudenzio, carrettiere cafone al quale “una salute prosperosa e una buona dose di egoismo non avevano mai permesso di comprendere una sofferenza. Ma perché? Era l’unico a possedere un carro e fare consegne di legna nei paesi vicini? Forse lo scopo della premurosa madre caritatevole della Bibbia è di favorire gli incontri amorosi della sua futura candidata alle nozze col miglior partito? Ancora la madre interprete della legge della rassegnazione: in paese ciò che importa è il lavoro e la sicurezza di avere da mangiare, più della gentilezza e dell’amore stesso, sentimento considerato solo se conviene al proprio stomaco. E se Maddalena fosse davvero caritatevole? Se non sapesse affatto delle qualità animalesche del Gaudenzio e volesse soltanto il bene di sua figlia? Insomma. Chi vuole davvero il bene della Nanna?

Il momento in cui saremmo portati a rispondere “la Maddalena” è quello in cui proprio lei brontola “maledetto argento!” consapevole che la fatica e la malattia che hanno ridotto in fin di vita “la sua figliola” sono state il prodotto di una volontà che lei stessa ha imposto, quasi inconsapevolmente, per tradizione, per abitudine, chissà, per il rispetto per i morti o per san Martino, quello invisibile che stava in cielo, non il Martino vero, che lavora come un “condannato”. Una redenzione estemporanea mentre esce dall’ospedale in cui sua figlia potrebbe morire per aver ubbidito alla legge non scritta dei ruoli sociali. Una redenzione che dura poco, se notiamo che dopo un po’, giusto il tempo che sua figlia si rimetta in forze, le dirà “ora sì che sei una giovane da marito” e “guardandola con ammirazione” sembra essersi già dimenticata che la Nanna stava quasi per morire.

Una Maddalena che non trova pietà neanche nei sogni. La Nanna avrà un incubo in cui un asino la trascina via mentre lei tenta di finire un lavoro all’uncinetto. L’asino è la libertà, che lei in fondo non desidera, perché’ il sogno è un incubo, e l’uncinetto è il simbolo di tutto ciò che lei ha imparato da sua madre, la tradizione, il matrimonio, l’argento, il paese da cui forse avrebbe paura di partire. Una madre che la Nanna ama più di ogni altra persona al mondo, la prima persona che riconoscerà quando riacquisterà la coscienza nell’ospedale di Novara. E quanto più l’ha amata tanto più la odierà dopo la sua evoluzione da ragazza “naturalmente amorosa” in donna ferita e arida, con la speranza “morta nel cuore”, quando le dirà “Via, non abbiate paura, che il vostro lino lo filerò, e del vostro olio non ne brucerò più” alludendo alle mansioni che la madre l’ha sempre obbligata a svolgere, un obbligo piacevole una volta ma divenuto odioso ora che l’amore si è trasformato in odio.

E ancora una volta, Martino si sentirà “offeso di quella ingiustizia della figliola verso la sua donna”. I sentimenti di Martino sono descritti e palesati più volte. Di quelli della Maddalena, neanche traccia. Del suo cinismo forse, come quando descrive i vicini che stanno partendo e dice che “erano buoni vicini” perché “era come non averli”.

Ma la Maddalena, in fondo, non può permettersi il lusso della pietà perché anche lei ubbidisce a una regola non scritta, alla tradizione, alla povertà, a quella “poveraglia”, neologismo dell’autrice, che ricorda la frantumaglia di Elena Ferrante, che si alzerà “all’alba tutti i disgraziati giorni che Dio manda sulla terra”. I suoi sentimenti non hanno alcuna importanza. “I contadini non fanno complimenti”.

L’opinione della critica

Elisabetta Salati ci fa una presentazione completa della Marchesa Colombi, sulla Rivista Sìlarus (rivista campana sulla quale anche io ho pubblicato diversi racconti e saggi e la direttrice, Lorenza Rocco, ha scritto una recensione sul mio romanzo Le api di ghiaccio). Maria Antonietta Torelli Vollier, moglie di un editore, donna indipendente di fine ‘800, il secolo in cui le donne erano “già considerate zitellone a 29 anni,” giornalista, conferenziera, scrittrice e femminista.

Femminismo citato anche da Ermenegilda Pierobon, che ne descrive le dinamiche e il modo in cui la nostra ne è diventata massima esponente della sua epoca. L’amicizia con Annamaria Mozzoni sarà fondamentale per la sua attività femminista: le due giovani intellettuali saranno protagoniste della prima tournee di conferenze al femminile, in Italia e oltre oceano, dimostrando che “la parola, prima ed essenziale manifestazione dell’anima, è, per antonomasia, territorio femminile” e “la naturale attitudine femminile per l’oratoria”. Pierobon descrive anche la transizione che avviene nel personaggio di Nanna, da buona a cattiva, da bella a brutta, e poi di nuovo da cattiva a buona. La Nanna, protagonista di un romanzo, ha la possibilità di trasformarsi e ri-trasformarsi tutte le volte che le pare; per la donna dell’800 è un po’ più difficile. Però gli avvenimenti reali e le scene dei romanzi possono servire a stimolare quella “naturale predisposizione dell’essere umano alla malvagità”, ma allo stesso tempo a utilizzare l’arte come “mezzo concreto per ri-plasmare e ri-rivivere” la vita.

Lucia Re, infine, sottolinea un aspetto da non sottovalutare: il periodo storico in cui In risaia è stato scritto. A fine ‘800 l’Italia risorgimentale era un’Italia misogina e patriarcale. La posizione della donna era assolutamente di sottomissione e di realizzazione soltanto in subordinazione all’uomo. I padri fondatori dello stato italiano volevano una donna che si prendesse cura dei figli e della casa. Erano pochissime le occasioni in cui una donna parlava pubblicamente, come fece la Marchesa Colombi nelle sue conferenze. Per cui, anche il romanzo diventa testimonianza di innovazione in campo letterario. Il confine tra bellezza e bruttezza, canoni che avevano finora contraddistinto anche il buono e il cattivo carattere di una donna, viene abbattuto. La realtà interiore della protagonista sarà la vera protagonista; la sua evoluzione e devoluzione psicologica rimpiazzeranno la donna cortese e romantica, oggetto sessuale e letterario degli autori uomini.

“Writing, reading and thinking” dice Re, “were traditionally perceived as male activities in all Western patriarchal cultures” ribadendo quanto ho accennato nell’introduzione. L’Italia dovrà aspettare ancora mezzo secolo per riconoscere alle donne i diritti più basilari, come quello al voto (1945) al divorzio (1970) o all’aborto (1978). Anche secondo Re, l’Italia pre-Risorgimento era un paese basato su schiavitù culturale, ignoranza e pregiudizio. L’accesso alla cultura era molto limitato: nel 1861 il 74,7% della popolazione, inoltre, era analfabeta. E in un clima così ostile alla libera espressione dei propri pensieri e delle proprie idee, si impose la nostra, lasciando la testimonianza umana e letteraria della quale mi sono occupato in queste pagine, guardandola attraverso gli occhi osservatori della Nanna, o quelli rassegnati di Martino, o ancora, quelli della società del tempo, ovvero, della Maddalena.

Secondo Re, i fondatori della nazione furono anche i fondatori di una costruzione ideologica del gender, “whose foundations were laid in Italian culture”. Sarà molto difficile, intervenire chirurgicamente ed estirpare quell’appendicite di cui parlavo prima con il solo ausilio della penna, benché fosse uno strumento affilato. A supportare il lavoro delle autrici come la Marchesa Colombi saranno le riforme scolastiche, l’emancipazione e la partecipazione alla vita politica, e l’accettazione di tutte le diversità che ancora oggi ci fanno comprendere non solo il valore del lavoro delle femministe, ma di ogni buon cittadino.