Presto in libreria il mio nuovo romanzo: Matroneum

*Aggiornato al 23 luglio 2017

Quello che segue è l’articolo che ho scritto lo scorso inverno alla Florida State University, dal quale ho tratto spunto per il mio nuovo romanzo, intitolato Matroneum, in uscita nei prossimi mesi. Ringrazio Silvia Valisa, che mi ha fatto conoscere la storia di Camilla Faà Gonzaga.


Il Matroneum, secondo l’enciclopedia Treccani, è un loggiato interno, tipico delle basiliche paleocristiane, che si sviluppa lungo le pareti della navata centrale, anticamente riservato alle donne. Valerio Ascani, professore di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università di Pisa, scrive che il Matroneum era originariamente una parte della chiesa in cui venivano accolte esclusivamente le donne e, successivamente, dopo l’epoca medievale per l’esattezza, ha perso la sua funzione originale ed è diventato una sezione dalla navata principale in cui sedevano sia uomini che donne, sebbene separati. Tuttavia, proprio nella sua funzione originale va ricercata la collaborazione tra Chiesa e nobiltà del tempo: era sufficiente isolare una donna in luoghi come questo per impedirle di avere contatti con il mondo maschile. Gli uomini prendevano le decisioni politiche, decidevano chi sposare o far sposare e come gestire i beni di cui erano i soli proprietari. Insomma, bastava separare i due mondi, quello maschile e quello femminile, con colonne dorate e pareti adornate da quadri e statue, per isolare una donna che possedeva informazioni compromettenti e impedirle di diffonderle.

La storia di Camilla Faà Gonzaga. Nel Monastero del Corpus Domini di Ferrara, la casa delle Clarisse Francescane, nel mese di maggio del 1622, una donna chiamata Camilla Faà Gonzaga, si decise a prendere i voti e a trascorrere il resto della sua vita con abiti monacali, isolata dal resto del mondo. La sua storia, però, non ebbe inizio nel 1622, ma qualche anno prima, quando il suo nome era Camilla Faà di Bruno, figlia del consigliere di corte Arduino Faà, ed era una damigella alla Corte di Mantova.

Che influenza ebbe il Matroneum nella decisione di una donna giovane, bella, abile con la penna e con la lingua, di farsi monaca e rinunciare alla sua felicità? “Ho sacrificato la mia libertà” scriverà Camilla, “altro non mi resta che la vita”. Lontano dalla Chiesa, avrebbe trovato la forza di reagire e affrontare i raggiri burocratici e gli inganni sentimentali che la colpirono così forte da lasciarla stordita e confusa al punto di rifugiarsi in un mondo cui lei stessa non era mai stata incline?

Nel ‘600, la voce femminile in una letteratura in prevalenza maschile, soprattutto in ambito autobiografico, non era abbastanza forte da supportare casi isolati come quello di Camilla. Dopo l’avvento delle opere delle donne umaniste, che in due secoli avevano già dato dimostrazione di qualità forse superiore a quelle degli autori uomini, le opere a firma di donne rimanevano comunque esigue. Camilla raccontò tutto quello che le era accaduto, ma non era abbastanza per comprendere a pieno la forza dirompente, l’incredibile valore precursore della sua opera. Cosa le restava dunque, se non la protezione delle Clarisse, madri caritatevoli, furbe mercenarie, o semplicemente impiegate di una delle ditte più antiche al mondo?

Le opinioni della critica. La storia di Camilla Faà mi ha incuriosito e mi sono andato un po’ a documentare nella biblioteca dell’università… L’unica edizione integrale del manoscritto è inserita in appendice a un manuale di Fernanda Sorbelli Bonfà, del 1918, secondo la quale la storia di Camilla non era poi una grossa novità né in campo letterario né nelle rappresentazioni artistiche, giacché “Il suo nome ricorre in quasi tutte le storie che narrano le vicende dei Ducati di Mantova e del Monferrato”. Eppure anche la Bonfà, nonostante l’approccio obiettivo, non può fare a meno di ammettere l’assoluta novità in campo letterario del manoscritto di Camilla, la quale “torna ancora per poco tra noi, a narrarci la sua storia” che è “indubbiamente più tragica” di quella ufficiale.

Ma qual è la storia ufficiale? Qual è la differenza tra la storia dei libri di scuola e il racconto scritto dai diretti protagonisti? In altri termini, qual è o che cos’è la verità? E mi chiedo ancora: come è possibile che certe versioni della verità come quella di Camilla siano rimaste segrete tra le mura di un monastero per più di tre secoli? A Sorbelli Bonfà, nonostante il tono quasi scettico nei confronti della genuinità dei sentimenti di Camilla, dobbiamo almeno riconoscere il merito di aver pubblicato integralmente (seppure in appendice al suo testo minuziosamente documentato) il manoscritto tanto a lungo ignorato dai suoi colleghi, come Giuseppe Giorcelli e Gianbattista Intra. Giorcelli, nel 1895, aveva fatto un primo tentativo di pubblicare la storia di Camilla, tentativo pessimo, giacché non aveva citato la fonte né dato alcuna spiegazione del suo significato. E Gianbattista Intra, nel 1881, aveva scritto un romanzo a vocazione storica intitolato La bella Ardizzina, ma anche questa volta, al merito dell’autrice, neanche un accenno.

E mentre lo spirito di Camilla Faà Gonzaga si aggira ancora tra le mura del monastero di Ferrara, passeggiando lungo il Matroneum che oggi i turisti visitano in shorts e flip-flop, altre critiche si sono prese la briga di analizzare la differenza tra storia pubblica e privata, partendo proprio dal luogo in cui il racconto di Camilla è stato scritto. Graziella Parati, ad esempio, ha ricercato la rappresentazione dell’Io nelle parole di Camilla e ha dimostrato, con il suo Public History – Private Stories, che il ruolo marginale della donna nella storia degli uomini sarà una delle cause del sacrificio di Camilla. “Camilla” scrive Parati, “è cosciente che la posizione della donna sia ben al di fuori della sfera pubblica”. Tuttavia, con il suo racconto, e soprattutto firmandolo con il suo secondo cognome, quello dei Gonzaga, quello acquisito dopo le nozze con il duca, Camilla compirà un vero e proprio “atto di trasgressione”.

Grazie al suo lavoro, solo all’apparenza romanzesco, l’autrice entrerà nella sfera pubblica pur rimanendo rinchiusa fisicamente in quella privata, quasi segreta, del monastero. Riuscirà, in altre parole, a fornire al mondo una documentazione storica della vicenda.

Breve accenno alla vicenda storica. I piemontesi non hanno dimenticato la storia della giovane Camilla, e la celebrano ancora oggi ogni volta che ce n’è l’occasione. Durante un convegno dedicato alla storia del Monferrato, tenuto a Frassineto nel 2011, per esempio, si è parlato della storia di Camilla Faà di Bruno, “una storia tra ragion di Stato e ragion d’Amore” recitavano i flyer distribuiti nelle università della regione. “Camilla, duchessa negata e mai esistita.”

Camilla Faà Gonzaga, una damigella alla Corte del Duca di Mantova e Monferrato, visse per quarant’anni in un monastero con la sola libertà di passeggiare nel Matroneum. Tutto ebbe inizio quando il duca, Ferdinando Gonzaga, si invaghì di Camilla, una ragazza di “rara pulchritudine”. Nonostante fosse in una condizione di sudditanza e dovesse sottostare alle volontà dei suoi “padroni”, la giovane Camilla si rifiutò di essere l’amante del duca e pretese di diventare sua moglie. I due si sposeranno in segreto, il duca otterrà quel che voleva e, infine, il matrimonio risulterà non valido e Camilla sarà costretta a scegliere tra un nuovo marito (che neanche conosceva) o la vita monacale.

Ribellarsi alle regole non scritte di una società patriarcale che vedeva le donne come un oggetto di compravendita per scambi di doti tra famiglie, poteva avere conseguenze gravi. Bisognava mettere a tacere quelle come Camilla, o si rischiava di sconvolgere un sistema basato sul silenzio. Soprattutto perché Camilla diede alla luce un bambino, figlio del duca, figlio che se fosse stato riconosciuto, sarebbe diventato il suo unico erede…

Eppure, privarla della parola in un certo senso, spingerla a rinchiudersi in un Monastero fine dei suoi giorni, non bastò a nascondere la sua storia perché Camilla Faà-Gonzaga, oltre ad essere una donna libera intrappolata in un’epoca di sottomissione e obbedienza, oltre ad essere una donna distrutta, privata del suo unico bambino, era anche una scrittrice.

Come potevano immaginare, il duca Ferdinando e la sua nobile consorte Caterina De’ Medici, che la piccola Camilla Faà avrebbe lasciato una testimonianza di ciò che era realmente accaduto alla Corte di Mantova, e per di più, che avrebbe firmato la sua opera con il cognome acquisito nel 1916, all’atto del suo matrimonio, Gonzaga, un matrimonio valido secondo la legge dell’amore, superiore a quella dell’essere umano!

Il manoscritto di Camilla, Historia della Sig.ra Donna Camilla Faà Gonzaga, sarà il primo testo autobiografico in prosa scritto da una donna. Assumerà pertanto un valore non solo storico – in quanto riporterà una versione dei fatti sconosciuta ai più – ma anche letterario.

Tornando al Matroneum e al suo ruolo nella storia di Camilla, la stessa Graziella Parati afferma che, dopo essere passata attraverso vari ruoli, quello di figlia, di moglie, di amante, di madre e infine di monaca, tutti ruoli controllati dall’ “uomo pubblico” o dal “padrone” (il padre, il promesso sposo, il falso sposo, il figlio e infine Gesù Cristo), Camilla Faà si rifiuta di rimanere “inedita” come vorrebbe il suo “Signore” e decide di “pubblicare la sua vita,” ovvero di renderla pubblica, proprio come si rende pubblico un manoscritto, componendo il suo racconto e firmandolo col suo vero nome.

Tutto ciò accade nei corridoi del monastero, sotto l’influenza, forse interessata, forse benevola, della superiora, sorella di suo padre, la quale la spingerà a liberarsi del peso del silenzio. E il monastero, finora vissuto come luogo di reclusione, di vergogna e oblio, diventa lo scrigno che custodirà questo tesoro letterario. Protetta dalle forti mura del Signore, Camilla troverà il coraggio di dire al mondo la verità sulla sua storia. Racconterà del raggiro legale che il duca e i suoi collaboratori hanno messo in scena, del carattere debole del duca, del quale lei stessa “si burlava”, forse cosciente fin dall’inizio che il suo matrimonio sarebbe stata una farsa. Parati sottolinea più volte l’importanza dell’emisfero privato per avvalorare proprio quello pubblico, in cui la rappresentazione di Camilla risulta comunque una rappresentazione falsa. “Scrivendo della sua vita” Camilla costruirà “un’identità romanzesca” e riuscirà a trasgredire agli ordini del duca; paradossalmente, all’interno del Matroneum, scoprirà l’indipendenza, una sorta di “indipendenza marginale”.

Cos’altro ha concesso l’isolamento a un carattere incredibilmente forte e allo stesso tempo incredibilmente debole come quello di Camilla Faà-Gonzaga? Grazie all’isolamento, Camilla ritroverà in sé stessa il dono della scrittura, sarà capace di creare una nuova immagine di sé, una rappresentazione letteraria e, in quanto tale, un riflesso di quella reale. Se è vero che la letteratura ha la funzione di permettere la fusione tra i due mondi, quello reale e quello dei libri. Per scrivere un’opera letteraria occorre sentire sulla propria pelle tutto ciò che si descrive e poi ridargli una nuova vita; si impara ad apprezzare meglio la vita stessa, a capire che non vale la pena gettarla via anche se, come accadde a Camilla, è l’ultima cosa che ci resta. Il racconto di Camilla è una testimonianza per i posteri perché si baserà non solo sui fatti accaduti ma sui sentimenti che si nascondevano dietro ognuno di essi. La vita “circolare” del Matroneum metterà in moto certi meccanismi necessari per ritrovare nella solitudine lo spirito giusto per affrontare il male del mondo. Il male del mondo è il miglior nemico della donna e dell’uomo insicuri, Camilla e Ferdinando in questo caso, o tutti noi una volta o l’altra.

E infine, il Matroneum ha concesso alla giovane novizia anche qualcos’altro: il diritto all’umorismo. L’umorismo è quell’elemento della comunicazione che distingue una vita letteraria da quella dei greggi obbedienti nei pascoli dei politicanti o dei padroni di ogni epoca. Prendendo i voti, Camilla decide di farsi chiamare Suor Caterina, sceglierà il nome della sua rivale, Caterina De’ Medici, moglie sterile di Ferdinando. Una lezione per il debole duca, una lezione per la furba nobildonna che farà di tutto per cancellare la giovane e povera damigella e suo figlio come si cancella una pagina di storia, e infine un bell’esempio per tutte le donne che un giorno si troveranno davanti a una scelta tra silenzio e verità.

Camilla sceglierà la verità e scriverà un memoir (un tipo di autorappresentazione molto diverso da una semplice autobiografia, perché la fabula non corrisponde all’intreccio degli avvenimenti, presentati secondo le esigenze dell’autrice e non cronologicamente). Sceglierà di essere monaca piuttosto che prostituta, cosciente che tutto è nato da un “capriccio” di Ferdinando ed è finito in una “infelice tragedia” personale. Ancora, Camilla concluderà il suo resoconto con la parola “ignoranza”, una beffa per la sua rivale, tanto colta ma incapace di scrivere un’opera così profonda. E questo, come ogni autrice, lo sa bene, nonostante lo sfoggio di falsa modestia nelle battute finali del manoscritto. Camilla conosce la forza del suo lavoro; sa che, a differenza di suo figlio, ucciso – si potrebbe dire – dalla cattiveria e dall’abbandono, questa storia avrà vita lunga, reclamerà anzi il suo posto nell’immortalità conferita alle grandi opere letterarie.

“Il 22 maggio 1622, scomparve dalla scena del mondo e le porte del Corpus Domini si chiusero per sempre per suor Caterina Camilla…” Lungo le arcate del Matroneum, Camilla passeggiava con il suo manoscritto stretto tra le mani, come se fosse il suo bambino, Giacinto, strappatole così subdolamente, e lo riempiva di lacrime e parole. Dimostrava al mondo fuori della chiesa che gli abiti che stava per indossare avrebbero nascosto soltanto il corpo della donna ma non avrebbero impedito all’autrice di evadere proprio attraverso quell’oggetto magico che stava per venire alla luce. Nelle mura dei monasteri, in tutte le epoche, si sono consumate tragedie di giovani donne che si sono innamorate dell’uomo sbagliato, o che hanno capito prima delle loro contemporanee quanto potente e quanto incontrollabile potesse essere il potere delle parole.

Altre analisi dell’autorappresentazione. Il lavoro di Silvia Evangelisti, pubblicato presso l’Università dell’East Anglia, in Inghilterra, ha preso in analisi l’aspetto più profondo dell’autorappresentazione letteraria, ovvero quello al cospetto non solo di sé stesse, ma anche di Dio e del mondo della Chiesa in generale.

Anzitutto, Evangelisti divide le donne di chiesa in due categorie, le “corali” e le “serve”, laddove si intenda la prima categoria come la più importante, che occupa cioè ruoli amministrativi e di responsabilità all’interno della comunità, e la seconda – nella quale includeremmo Camilla Faà, che infatti svolgerà lavori da sagrestana – meno importante e dedita a mansioni minori, una sorta di ospiti. Importante notare come la seconda categoria di suore sia caratterizzata da devozione, umiltà e rispetto assoluto per la prima. Ciò mi ha fatto riflettere quando ho scoperto che la superiora del monastero di Ferrara, suor Livia Rosalba Andreassi, invitò Camilla a scrivere le sue memorie, e ho pensato che, più che un sentimento di solidarietà o di compassione, a spingere la badessa fu probabilmente il bisogno di lasciare una traccia scritta dell’accaduto, soprattutto perché tutte le attenzioni del duca erano rivolte alla giovane novizia, e assieme alle attenzioni anche i vari domini a lei intestati.

Una volta morta Camilla, quei domini sarebbero appartenuti alla Chiesa. Sarà infatti la stessa madre Andreassi a informare il nuovo duca di Mantova, Carlo II, della morte di Camilla. E questo spiegherebbe anche per quale ragione il manoscritto è stato conservato con tanta cura all’interno del monastero stesso per quattro secoli. I doni ricevuti dalle famiglie nobili erano fondamentali per il benessere materiale della comunità. Non aveva importanza quali fossero le ragioni che c’erano all’origine di quei doni. Insomma, in sintesi si potrebbe dire che le giovani serve “servivano” abbastanza bene la causa dei monasteri seicenteschi.

Inoltre, scrive ancora Evangelisti, accogliendo un gran numero di ragazze, la Chiesa cattolica si assicurava i favori delle famiglie nobili ad esse legate e allo stesso tempo offriva loro importanti contatti nella rete politica e pubblica del tempo. Una specie di “do ut des”.

Volendo leggere l’opera di Camilla e la stessa vicenda storica in chiave marxista, mi chiedo anche: e se tutto l’intreccio ruotasse intorno ai beni e ai domini intestati a Camilla? In altri termini: potrebbe essere che l’interesse che ha mosso i vari “personaggi” della storia – come accennato parlando della madre superiora – fosse unicamente economico. E se ciò fosse vero, infine, la figura di Ferdinando si ribalterebbe perché risulterebbe l’unico che non teneva affatto ai suoi beni, al punto di regalarli alla donna che forse amava sinceramente, benché non “stesse bene sopra il teatro del mondo esponer le sue ationi per favola”. Sarà infatti dopo la morte di suo padre, del duca e di suo figlio, che inizierà la vera tragedia di Camilla, ormai rimasta completamente sola.

Parlando di istituzioni religiose del ‘600, poi, ho letto che l’arcivescovo di Firenze, Alessandro De’ Medici, nel 1601, nel Trattato sopra il Governo dei Monasteri, aveva regolato proprio le dinamiche delle quali mi sto interessando analizzando la vicenda di Camilla Faà: alcune norme molto restrittive saranno da allora adottate all’interno delle comunità di monache come quella in cui sarebbe entrata Camilla di lì a pochi anni. Regole che avrebbero influito ancora di più sulla vita nei monasteri.

Il vantaggio di vivere in un ritiro mentale e spirituale, sotto la protezione di un ordine monacale, fu tuttavia uno degli elementi scatenanti per l’estro creativo. Scrivere è il lavoro più solitario al mondo. Se Camilla non si fosse ritrovata in quel luogo, se fosse stata distratta dalla vita di Corte, probabilmente sarebbe rimasta nell’oblio cui erano destinate le tante damigelle ingannate e violentate, le mogli picchiate e rinchiuse nelle fredde case piene di cani rabbiosi e bambini ignoranti, o le scrittrici, come lei, ignare di avere un talento del genere perché la confusione sociale è come l’autorità del padrone: non permette neanche alla cagna di dimostrare la sua vera natura. La distrae. La fa vivere in un tormentato limbo di amore e timore, in cui l’unica speranza che le resta è che invece del bastone arrivi la carezza. Per cui, in un luogo che inizialmente non avrebbe neanche preso in considerazione, Camilla riscoprirà il valore di quella pace necessaria alla creazione.

Danielle E. Hipkins si è occupata di recente della rappresentazione e soprattutto dell’autorappresentazione che ha permesso alle donne di trovare, grazie alla letteratura, la loro dimensione e il loro spazio nel mondo e nei libri. Le parole tratte da Il gigante, di Paola Capriolo, “C’è ancora un mondo là fuori?”, hanno dato lo spunto a Hipkins per entrare nel dibattito pubblico/privato iniziato da Graziella Parati, un dibattito sul ruolo dei luoghi di isolamento come le Matronea o le pareti domestiche in generale. La dimensione domestica, dice Hipkins, “spaventava gli uomini” forse proprio perché, come è successo nel caso di Camilla Faà, dava voce a chi si voleva far tacere. E Paola Bono, infine, in un interessante articolo intitolato Women’s biographies and autobiographies: a political project in the making, parla delle biografie e delle autobiografie scritte da autrici di vari paesi e contesti sociali, sottolineando soprattutto la complessità della rappresentazione delle donne. Complessità dovuta, come nel caso di Camilla, in gran parte alla forza opprimente delle società maschiliste che hanno tentato per secoli di mettere a tacere questo tipo di rappresentazione.

(illustrazioni: Rondell Melling)