L’uomo molto intelligente 

La camera dell'uomo molto intelligente
La camera dell’uomo molto intelligente

Ieri sera stavo bevendo un bicchierino nel bar davanti alla chiesa, ascoltavo il rumore forte delle cicale. La fila di alberi sul viale sembrava una fila di becchini o di preti. Bisogna premettere che, alla mia età, non dovrebbero sorprendermi più né l’una né l’altra categoria, per questo il bicchierino che bevevo al bar aveva il gusto amaro delle certezze, simile a quello dell’ostinata voglia di sbagliarsi.

L’uomo molto intelligente è entrato nel bar dopo di me, forse mi aveva seguito e non me ne ero accorto, oppure ero stato io a seguire lui come fanno gli inseguiti che in realtà sono i più spudorati inseguitori. Tutte le sere, nel bar di fronte alla chiesa, si confondono le due specie di uomo e non sai mai di quale delle due fai parte. L’uomo molto intelligente era vecchio, aveva un paio di occhiali rotondi come quelli dei preti o dei becchini che disseppelliscono i morti. Aveva un ombrello chiuso e bagnato perché il sudore che ti bagna la faccia sembra sempre bagnarti ogni altra cosa che c’è al di sotto. Da mesi in questo paese non piove neanche per sbaglio, neanche se per errore la pioggia del paese accanto finisse qui, eppure c’è gente che va in giro con un ombrello bagnato come quello dell’uomo molto intelligente che ho incontrato e che, dopo il terzo bicchiere, mi ha parlato più o meno così: «Scusi lei».

«Dice a me?»

«Sì, proprio a lei».

E poi: «Lo sa, lei mi sembra una persona piuttosto intelligente, non ha la faccia che hanno gli altri».

«Ho la faccia mia».

«Voglio confidarle un segreto!» mi ha detto, prima di tacere per qualche minuto. I minuti che scorrono velocemente sono più lunghi delle interminabili giornate che non sembrano neanche fatte di minuti. Mi danno l’impressione delle ore che di notte si frantumano nei cocci di vetro, oppure delle lunghe onde che a poco a poco arrivano a riva. Nel bar di fronte alla chiesa, io mi sentivo come se fossi su quella riva e i minuti mi bagnassero i piedi, prima le punte delicatamente, poi le caviglie, come catene senza lucchetti, eppure forti.

L’uomo molto intelligente che aveva avviato la sua assurda conversazione, ha continuato così:

«Le devo confessare una cosa molto importante».

«Mi dica».

«Io sembro stupido, ma in realtà sono molto intelligente».

«Lo vedo».

«Lo vede anche lei».

«Certo, che è difficile, bisogna avere occhio».

«Ha visto! Eppure non credevo che lei avesse occhio».

«Ha detto che le sembravo intelligente».

«Soltanto per dimostrare che anche io lo sono».

«Insomma, perché lei è così intelligente?»

«Perché io, glielo confesserò, ho letto diecimila libri!»

«Diecimila?!»

«Diecimila, in tutta la mia vita. È per questo che sono così intelligente».

«Anche se sembra stupido».

«Come sarebbe, stupido?»

«Lo ha detto lei, prima».

«È vero, ma l’ho detto soltanto perché volevo dire…»

«Che è molto intelligente, ho capito».

Il bar di fronte alla chiesa ha una terrazza all’aperto; una ragazza, forse molto intelligente pure lei, serve ai tavoli e sbaglia le ordinazioni per far succedere qualcosa nella sua vita. Immaginiamo come sarebbe piatta, se tutte le commande fossero giuste! Che differenza ci sarebbe tra una cameriera e una trasportatrice di bicchieri?

All’interno c’è puzza perché questa gente non ha la mia fortuna, che a sessant’anni posso vantarmi di aver lavorato sempre con la testa e per questo di essere tanto povero; ma si dedica con tutto il corpo al lavoro della terra, non per semplice condizione, piuttosto per passione o per necessità. Incominciano alle quattro del mattino e, a quell’ora del pomeriggio, hanno già digerito colazione, pranzo e cena. Ecco cos’era quella puzza che veniva dall’interno del bar. La loro necessità, comunque, dopo tanti anni diventa anche passione.

Anche essere povero, mi domandavo mentre mi accingevo ad ascoltare il resto della storia di quell’uomo, non è una condizione ma una specie di necessità, un dovere. Potevo convincermene perché al terzo bicchierino tutto è permesso.

L’uomo molto intelligente ha continuato, io l’ho ascoltato ripetere per tre volte la storia dei diecimila libri e gli ho consigliato di non leggere così tanto perché potrebbe fargli male. Lui mi ha guardato come si guarda un bicchiere e mi ha risposto:

«Le confesso un’altra cosa».

«Sempre perché io le sembro molto intelligente».

«Certo, solo per questo, perché lei non ha la faccia come gli altri».

«Certamente, ho la faccia che ho».

«Come le dicevo, nella mia vita, ho letto diecimila libri, e ieri sera ho iniziato il diecimilaeunesimo!»

«Non legga così tanto, le fa male!»

«Perché pensa che mi faccia male? Forse perché sembro un po’ stupido, ma anche se sembro stupido…»

«È molto intelligente, lo so».

Gli occhiali da becchino o da prete riflettevano egregiamente i miei bicchieri. Tre bicchieri in due lenti giacché non esistono uomini con tre occhi. Quando bevi un po’, procedi per intuito. E quando bevi per sessant’anni sviluppi un intuito migliore degli altri. È una questione naturale, non c’entra nulla l’intelligenza.

Eravamo seduti sulla terrazza, la ragazza aveva sbagliato due commande su tre e aveva servito un cappuccino all’uomo molto intelligente e il quarto bicchierino a me. Mi stavo convincendo che il mio lavoro e i bicchierini avessero in comune soltanto me. E quando l’uomo molto intelligente mi ha detto il resto del suo racconto, ne ho avuto la certezza.

«Che lavoro fa, lei?, quando non è occupato a bere».

«Guardi che il quarto lo aveva ordinato lei, è colpa della ragazza che ha invertito le ordinazioni».

«Io faccio un lavoro molto interessante».

«Quando non è occupato a leggere».

«E lei?»

«Anche io, ma non ho tutto il tempo libero che ha lei, per leggere tutti quei libri».

«Mi dispiace».

«Non si dispiaccia; le ho spiegato che le fa male, quindi farebbe male anche a me».

«Eppure mi sembrava uno molto intelligente».

«Non fa niente, che vuole farci!»

«Comunque, lei ed io siamo uguali».

«Lo dubito, ma non voglio contraddirla».

«Vedrà, vedrà…» mi ha detto infine.

Sul viale davanti alla chiesa ci sono otto alberi da un lato e otto dall’altro. Fanno ombra con parsimonia e razionano la freschezza primaverile che ci stava raggiungendo sulla piccola terrazza del bar. L’orario di chiusura era vicino, allora ho dato una buona mancia alla cameriera per restare ancora e perché alla mia età ci si può accontentare del sorriso di una cameriera interessata ai soldi come se fosse quello di una donna interessata a te. Accanto a noi c’era una polacca con le sue bambine. So che erano polacche soltanto per un aneddoto che adesso riporterò.

Il fatto che fossero madre e figlie, a dirla tutta, era soltanto una mia convinzione; ci si convince sempre di ciò che si vuole. Se ci convincessimo di ciò che vogliono gli altri, non sarebbe più la stessa cosa. La madre ha chiamato la cameriera distratta e le ha chiesto di chiudere il cancello.

«Non posso, la chiusura è tra mezz’ora,» le ha detto lei, ma la donna ha insistito e le ha offerto dei soldi.

Lei ha detto: «Quel signore mi ha offerto di più per rimanere aperti ancora mezz’ora, perché sta parlando con l’uomo molto intelligente che è alla sua destra. Ma perché vuole che chiuda il cancello adesso?»

«Perché ci è caduta una moneta di valore inestimabile proprio lì, nella guida metallica del vostro cancello».

«Nella guida, dice?»

«Nella guida, nella guida».

«Mi dispiace, non posso chiudere, quel signore lì mi ha offerto più di lei».

Quel signore lì ero io e, a quanto pare, le avevo dato di più. Perciò potevo restare seduto per parlare con l’uomo molto intelligente, il quale si era messo un po’ più comodo per osservare con la coda dell’occhio, quella parte che esce dagli occhiali e nessuno nota, la scena dell’euro perduto nella guida meccanica del cancello. A dire della donna seduta accanto a noi, si trattava di un euro rarissimo che valeva almeno dieci euro comuni. Se lo avessero chiesto a me, che cosa avrei potuto rispondere? Per me, a sessant’anni, un euro vale l’altro.

Mentre la moneta si nascondeva tra le foglie secche e bagnate, e le bambine giocavano a recuperarla con la penna della cameriera, l’uomo molto intelligente mi ha posto un’altra domanda prima di rivelarmi la sua vera angoscia:

«Mi dica; lei come mi vede?»

«Io la vedo bene».

«E fa male!, perché in realtà io non esisto!»

«È vero, mi scusi, mi devo essere sbagliato».

«Lei non può vedermi».

«È vero, io non posso vederla. Che stupido!»

Il bar è rimasto aperto, ma la mancia della nostra vicina deve aver sortito i suoi effetti perché, per qualche minuto, il cancello è stato chiuso. Mentre la cameriera lo trascinava con tutta la forza che i soldi dovevano averle trasmesso, noi ci siamo sforzati a parlare nonostante il rumore stridente del ferro che scorreva sull’altro ferro, come quello di un treno che passava tra i tavoli. Se la moneta era finita nella guida, adesso ne avevamo la certezza. Gli altri otto alberi, quelli che non facevano ombra su di noi ma su qualcun altro, si divertivano a danzare la loro coreografia millenaria e frusciavano come le mance nelle tasche delle cameriere.

«È vero, mi scusi, io non posso vederla» ho detto.

«Eh sì, da uno con l’aria intelligente come lei, mi aspettavo che lo intuisse da solo».

«Che vuole farci, è l’età!»

Il cancello si è bloccato e un gruppo di becchini o di preti molto pallidi è rimasto sulla soglia con la delusione di una combriccola di monelli davanti alla sala giochi appena incendiata. Il fuoco sacro dei videogame bruciava negli occhi dei bambini. La cameriera aveva chiuso il cancello con l’infamia di chi chiude la porta in faccia a un pellegrino. Nella tasca piena di commande sbagliate giacevano le mance più ingiuste nella storia dei bar: la prima per rimanere aperti mezz’ora in più e la seconda per chiudere il cancello e tirar fuori un pezzo da collezione dalla guida metallica. Sotto le foglie, da un impasto di fango e marciume, è saltata fuori la moneta. Era meno luccicante di quando era volata via dalle mani delle bambine, figlie della collezionista, donne già sagge e pazienti a quell’età.

La cameriera è stata la prima a prendere l’euro polacco in mano e anche la prima a porre un quesito talmente lecito da essere qui riportato integralmente:

«Voialtri polacchi, non avete ancora adottato l’euro come vostra moneta!»

«È vero,» le ha risposto la collezionista, «è per questo che vale così tanto!»

«Davvero tanto?» Gli occhi della cameriera distratta erano meno distratti. «E quanto?»

«Almeno dieci volte un euro normale».

«Posso guardarlo ancora un po’?»

«Certo, lo tenga pure!»

«Davvero?»

«Le rivelo una cosa, signorina, io e le mie bambine abbiamo dieci monete rare come questa!»

Abbiamo ascoltato ancora. L’ombrello dell’uomo molto intelligente sembrava sciogliersi da un momento all’altro.

«La cena è offerta dalla casa!» ha detto alla fine la cameriera.

«Grazie signorina».

La collezionista e le sue bambine ci hanno guardato con la faccia di quelli che hanno una cena offerta. Si sono alzate e sono corse via, il cancello adesso era aperto, il gruppo di uomini pallidi è entrato; grazie alla nostra mancia si sono seduti a bere pure loro.

L’uomo molto intelligente mi ha guardato e mi ha detto:

«Hanno un’enorme fortuna, non è vero!»

«Mi scusi, ma non essendo io così intelligente quanto lei, temo di non capire a cosa si riferisce».

«La madre è stata capace di procurare loro una cena gratis; si sono divertite a cercare l’euro del loro Paese».

«Non esiste nessun euro del loro Paese, lei lo sa».

«Certo, certo, ma non è questo che mi interessa».

«E cosa?» gli ho chiesto.

«Osservavo la mamma e il suo ruolo nella vita delle bambine».

«La mamma ha sempre un ruolo importante, per tutti».

«Lo sa, c’è una domanda che mi tormenta da tanto tempo».

«Riguardo alle monete?»

«Riguardo alle mamme».

«E quale?» gli ho chiesto ancora.

«Ecco, io mi chiedo, e lei mi capirà, mi chiedo, quando la mia mamma non ci sarà più, io, come farò?»

«Beh, lei è molto intelligente, una soluzione la troverà. Forse è scritta nel diecimilaunesimo libro».

«Speriamo».

«Speriamo, speriamo, perché il nostro Paese ha adottato la moneta unica da almeno dieci anni».

«Ha ragione; se perdessimo un euro adesso in questa intercapedine, non ci aiuterebbe nessuno a recuperarlo».

«Sua madre è molto anziana?» gli ho chiesto.

«Molto».

«Allora si sbrighi a leggere il diecimilaunesimo. Vada, ci penso io al conto».

Sono rimasto nel bar anche dopo la chiusura e ho lasciato l’ultima mancia della giornata alla fortunata cameriera. Tra le monete che ho messo nel piattino di plastica, c’era un pezzo da due euro slovacco che ne valeva duecento. Con le tasche vuote e la gioia di chi aveva lasciato due mance in cambio di due sorrisi, mi sono avviato lungo il viale alberato per tornare a casa da mia madre e raccontarle questa storia. Il rumore forte delle cicale mi faceva compagnia.