‘Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani’, La nostra crisi morale e le sue origini storiche

italianiVito Gennaro Gallo, soprannominato “lo scopritore d’America”, mio nonno, di ritorno dal Venezuela nel 1960, deluso dal degrado morale in cui versava gran parte della popolazione, nonostante il cosiddetto miracolo economico del dopoguerra, disse ai suoi familiari che lo accolsero al porto di Genova: “Italiani, figli senza padri…” Per dare un’interpretazione obiettiva alla frase di mio nonno e a quella ben più nota di Massimo d’Azeglio, “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, mi tocca iniziare proprio dall’Italia post unitaria e da quello che Emilio Gentile ha definito “Il tradimento dei padri fondatori.”

Se è vero che il Risorgimento fu concepito con lo scopo di liberare gli italiani da secoli di servilismo, ignoranza, povertà, scopriremo che è pur vero che questi ideali di rinascita trovarono acchito soprattutto nei salotti intellettuali, sin dalla metà del secolo precedente, il secolo dei lumi, sulla scia del pensiero illuministico francese, ma non con la stessa intensità sulle banchine del porto di Napoli o nei mercati rionali di Palermo, dove le preoccupazioni erano ben altre, prima di tutte, sopravvivere alla fame e alla miseria.

Incominciando questa piccola analisi proprio a partire dai primi anni post-unitari, ovvero, dagli ultimi due ventenni del 1800, scopriremo anche che non c’è stata una progressiva unificazione del popolo, come si aspettavano gli storici dell’epoca, impegnati a dipingere la vicenda risorgimentale con figure eroiche; statue e monumenti saranno eretti in loro onore, tutti stranamente d’accordo su un’unica visione dell’Italia. E capiremo infine che, proprio perché i diversi protagonisti dell’Unità non potevano e non volevano essere d’accordo su tutto ciò che accadde, questa ricostruzione degli storici sarà la prima grande bugia nazionale con la quale dovremo confrontarci.

Chi era Massimo d’Azeglio e chi erano gli eroi risorgimentali? D’Azeglio, una figura di politico e di artista (Torino 1798 – 1866), patriota, pittore e scrittore. Il suo ideale era quello di un’Italia nuova, sì, ma anche di italiani nuovi, come racconta nella sua autobiografia intitolata I miei ricordi.

I miei ricordi, scritto nel 1867, è una testimonianza dell’esperienza del d’Azeglio, come cittadino, soldato e politico. Il messaggio più forte sarà quello di considerare la vita una faccenda seria e affrontarla in maniera più “virile”. La perdita del padre spronò l’autore a proporre modelli morali agli italiani, che avevano bisogno di rinnovare il proprio carattere: un messaggio educativo. Un messaggio per gli italiani, che è rimasto intrappolato nelle pieghe del tempo.

Un articolo di Stephanie Malia Hom ha messo in luce un aspetto importante della frase di d’Azeglio, ossia come nel secolo successivo ci si è appropriati di quelle idee e si sono plasmate alla causa fascista, che trasformerà la frase “fatta l’Italia” in “fare un’Italia più grande”. Gabriele D’Annunzio fu molto influente a tal proposito, travisando anche la teoria di Nietzsche del super-uomo, non più inteso come “miglior uomo possibile, per sé stesso e per gli altri” ma come “uomo migliore degli altri”.

Tornando al d’Azeglio, egli parlava nelle sue memorie di un’Italia “già fatta” e del bisogno di nuovi italiani, con un carattere più “virile”. Italiani rinnovati, quindi, non italiani nuovi. D’Azeglio era deluso perché (come scrive Arturo Pompeati nell’introduzione all’edizione de I miei ricordi del 1965) fin dalle rivolte dei comuni contro l’imperatore Barbarossa, risalenti al 1176, gli italiani non avevano mai dimostrato un vero programma di indipendenza, ma, tutt’al più, di “risse feudali”, sempre assoggettati psicologicamente a un dominatore, un padrone. A cosa serviva dunque liberarli, se ne avrebbero cercato un altro! Per d’Azeglio bisognava anzitutto “ammazzar il tiranno, cacciar il barbaro e poi emancipare il popolo”. Per raggiungere questo scopo, giunto all’età di sessantaquattro anni, decide di fare una “autopsia morale” a sé stesso, che serva da esempio al suo popolo. E inizia più o meno così: “Ebbi nella mia vita ad incontrarmi con grandissimo numero di persone. Volle la mia fortuna che fra queste s’annoverassero uomini di primordine, bellissimi ingegni, alti cuori e rari caratteri…” e continua, “io chiamo eroi quelli che sacrificano sé agli altri, non quelli che sacrificano gli altri a sé.”

Nell’800 l’Italia era divisa in regni, il Regno di Sardegna, il Ducato di Mantova, il Ducato di Lombardia, il Ducato veneto, il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio (che esiste ancora oggi), e il Regno delle due Sicilie. Ognuno di questi stati era indipendente; chi si spostava dall’uno all’altro veniva considerato uno straniero. Grazie al lavoro di ricostruzione di un’identità comune portato avanti soprattutto in campo letterario, vale a dire, su un piano narrativo e immaginifico, tanto negli ambienti culturali, salotti “chic” dell’epoca, quanto nei vicoli popolari, il bisogno di unire questi stati, queste tante “Italie”, e creare un’unica nazione, andò intensificandosi sempre più. I moti rivoluzionari come quello della Carboneria raccoglievano sempre più volontari, e, infine, tutti agli ordini del Generale Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, nel 1860, dopo alcune battaglie sanguinose in cui moltissimi patrioti italiani persero la vita (come quella di Calatafimi, il 15 maggio 1860, o quella del Volturno), i veri italiani “fecero” l’Italia.

“Abbiamo fatto l’Italia! Garibaldi ha detto che abbiamo fatto l’Italia!” gridarono i garibaldini, le camicie rosse, a Calatafimi. Garibaldi ha detto… Il Generale guidò la spedizione decisiva in cui mille volontari sconfissero i soldati mercenari dell’esercito borbonico. (Con la benedizione di Francesco Petrarca, che da lassù deve aver detto: “Virtù contro furore… l’Italia è stata finalmente liberata dai barbari”, o qualcosa del genere).

Negli anni immediatamente successivi alla cosiddetta unificazione, le cose non sono andate come si sperava. Il processo di unificazione vide protagonisti non solo i politici ma anche gli intellettuali dell’epoca. Eppure il problema più grande, osservò lo stesso d’Azeglio, era che gli italiani avevano voluto un’Italia nuova ma rimanendo gli stessi di prima, ovvero, un popolo quasi totalmente analfabeta, che conservava un sentimento di sdegno verso le istituzioni in generale e allo stesso tempo di “servile viltà”, come aveva già capito alla fine del ‘700 Vittorio Alfieri, quando aveva parlato dell’importanza dei principi per la salvezza intellettuale degli italiani. Alfieri, tra l’altro, aveva incontrato un d’Azeglio bambino, a Firenze, nei primi anni dell’800.

sordiI valori di libertà del ‘700, come spiega Michele Rossi, non furono purtroppo sufficienti a formare un’identità nazionale né tantomeno un’Italia unita. Infatti oggi l’Italia è guidata da una coalizione di partiti tra i quali c’è la Lega Nord (nata con il proposito di dividere il Paese). Non c’è mai stata quindi una vera identificazione degli italiani in uno stato nazionale. Ernesto Galli della Loggia collocherà più precisamente la “morte della patria” nel periodo fascista, periodo in cui sparisce per sempre l’idea di Italia liberale nata nel Risorgimento. È stato allora che si è confuso il concetto di patriottismo con quello di fascismo, proprio quando Mussolini stabilì che si era veri italiani solo se si era fascisti.

Un popolo unito dovrebbe far tacere i suoi contrasti e, “al primo colpo di cannone, dovrebbe fondersi in un’unica volontà per la difesa della patria”, afferma Benedetto Croce parlando dell’identità italiana. “Non importa se la patria ha torto o ragione”, aggiunge il filosofo. “A questo principio solenne, gli italiani rifiutavano di obbedire perché sarebbe stata una brutta ipocrisia verso sé stessi”.

L’Italia unita era un’idea quasi astratta, che non corrispondeva con la nazione in frantumi. L’Unità stessa sembrava essere voluta dalle nazioni europee che ne bramavano il controllo, più difficile se i poteri dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie fossero rimasti isolati. L’unificazione territoriale, pertanto, non aveva nulla a che vedere con quella del suo popolo (diviso anche linguisticamente: si parlavano moltissimi dialetti completamente diversi l’uno dall’altro) ma sembrava a tutti gli effetti una manovra geo-politica. Insomma, sembrava che l’unificazione fosse qualcosa di artefatto, voluto dalla monarchia sabauda che seppe unire sotto un unico credo le teorie di uomini diversi, i quali a loro volta avevano idee diverse dell’unità. Ben precisa era la visione di Giuseppe Mazzini, repubblicano, fondatore della Giovine Italia, il quale sosteneva che per una vera unificazione occorreva una rigenerazione intellettuale e morale degli italiani; mentre il re Vittorio Emanuele II sembrò aver raggiunto il suo scopo dopo aver ricevuto “le chiavi” del paese dall’obbediente Garibaldi, su ordine di Cavour. Camillo Benso, il conte di Cavour, era primo ministro nel 1860, nonché’ primo Presidente del Consiglio dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 (anno della sua morte).

Per qualche storico lo scopo di Cavour e del re Vittorio Emanuele II era impossessarsi delle immense ricchezze accumulate al sud durante il regno borbonico, una dinastia, come risaputo, dedita allo sfarzo e alla vita mondana. Queste ricchezze, allora conservate a Napoli, furono trasferite per ordine del re nelle casse di Torino, da quel momento divenuta la città più ricca d’Italia. Grandi nuvole della storia facevano ombra sul Ministero delle Finanze di Napoli e Palermo, diverberi che richiedevano un resoconto minuto da presentare a Torino. Le cifre da giustificare erano tante; tra queste, le paghe delle decine di migliaia di soldati mercenari dell’armata meridionale borbonica. Somme che rientravano nei registri e che dovevano pur finire fisicamente da qualche parte.

In molti si sono domandati a quanto ammontassero queste ricchezze smisurate, trafugate letteralmente dalle casse di Napoli e trasportate a Torino con l’atto dell’unificazione. Ma nessuno potrà mai saperlo perché il responsabile tesoriere incaricato di consegnare a Torino i registri contabili della spedizione e quelli di stato, un giovane ufficiale garibaldino di nome Ippolito Nievo, partì da Palermo nel 1861 su un vascello che si inabissò poco dopo essere salpato, a largo di Procida, e non fu mai ritrovato. “Questioni delicate le questioni di denaro”, scriverà Nievo in una delle sue commoventi lettere alla cugina (e forse amante) Bice Melzi Gobio.

Ippolito Nievo era un soldato, nominato da poco colonnello, ma anche un appassionato scrittore e poeta, che ci ha lasciato una sincera testimonianza delle battaglie risorgimentali. Era suo l’incarico di redigere i resoconti amministrativi delle spedizioni. In una delle prime tabelle riportate nei suoi scritti, ad esempio, apprendiamo le cifre esatte dell’affluenza dei volontari per la spedizione garibaldina, un esercito improvvisato quanto appassionato. “Compagnie del Corpo per divisione di province: Bresciani 150, Genovesi 60, Bergamaschi 190, Pavesi e studenti d’Università 170, Milanesi ed emigranti in Milano 150, Bolognesi 30, Toscani 50, Parmigiani e Piacentini 60, Modenesi 27, Emigranti Napoletani e Siciliani 110, Emigranti Veneti 88. Totale 1.085”. Suoi, i resoconti dell’acquisto dalle fabbriche di armi e dei noleggi dei vaporetti su cui s’imbarcarono i soldati per raggiungere Marsala. Sono sue le immagini colme di poesia e verismo allo stesso tempo dei soldati che formavano “verso sera il primo bivacco di Rampallo”, “gruppi di uomini delle più strane foggia che si possa mai immaginare”. Erano i “picciotti” siciliani, accorsi da ogni angolo per unirsi alla rivolta.

220px-ippolito_nievoLa vicenda di Nievo è molto affascinante non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche umano. Nel suo diario, Confessioni di un italiano, il giovane poeta e soldato fa riflessioni sulla lingua e sull’uso elitario dei dotti: “Farsi intendere da molti oh non è forse meglio che farsi intendere da pochi?” Anche Nievo sognava un profondo rinnovamento dell’italiano, proprio come d’Azeglio, un rinnovamento che passava soprattutto dall’arricchimento culturale. Quale sorpresa per lui, arrivare in Sicilia, “una specie di paradiso senza alberi”, con gli altri volontari e constatare la realtà quasi animale della popolazione, “selvaggi vestiti di pelli di capra”, scriverà, consapevole che questi dislivelli sociali verranno a galla dopo l’unità. Troppo diversa l’élite torinese dai pastori siciliani. Diversa, non migliore, perché, scrive sempre Nievo, quella torinese è “un’aristocrazia del denaro” mentre quella del sud “un’aristocrazia del sangue”. L’unificazione nazionale, per lo scrittore, non era solo quella delle regioni, “ma l’integrazione delle varie classi sociali, secondo rapporti di giustizia”. Il diario di Nievo, democratico e patriota, documenta lo sbarco in Sicilia e l’andamento delle battaglie contro l’esercito borbonico. Soldati volontari inferiori di numero e per equipaggiamento militare si batteranno contro migliaia di milizie mercenarie e vinceranno miracolosamente.

Dopo la scomparsa dell’Ercole, l’imbarcazione inabissata nel Golfo di Napoli sotto un “vento indiavolato, un mare che sbatte il lastrico come se fosse arrabbiato”, la vicenda di Ippolito Nievo inizierà ad essere discussa dagli storici e considerata un’ottima testimonianza in termini di intuizioni ancora attuali sulle profonde disuguaglianze sociali e culturali delle “mille Italie”, per dirla con le parole di Ernesto Galli Della Loggia.

Tornando al problema morale degli italiani negli anni successivi all’unificazione, e tenendo presente la frase del d’Azeglio, come potremmo interpretarla? Gli italiani, così com’erano fatti, erano fatti male. D’Azeglio parlava del bisogno di istruire gli italiani per renderli un popolo migliore; non di creare nuovi italiani.

In Italianità- La costruzione del carattere nazionale, Silvana Patriarca sostiene la mia stessa tesi affermando che “D’Azeglio non pronunciò testualmente queste parole” ma che sono state fraintese o riutilizzate per le successive retoriche politiche. Patriarca fa notare anche un altro aspetto della retorica risorgimentale: si trattava di portare avanti un discorso patriottico pieno di metafore di genere, frutto di un’ideologia patriarcale che in quel periodo iniziava a sedimentarsi proprio su termini come “virile”, aggettivo inteso nella sua connotazione moderna, ovvero “maschile”, in opposizione quindi a “femminile”.

Gli italiani erano eredi di secoli di decadenza e corruzione. Erano “figli senza padri”, come diceva mio nonno, e come recita il titolo del saggio di Emilio Gentile, già citato. Per creare un nuovo Paese dunque bisognava innanzitutto educare il popolo, che invece era rimasto il popolo indisciplinato e disunito di sempre.

Gli storici e i politici italiani post risorgimentali sorvolarono questi dettagli e dipinsero l’unità d’Italia come l’avvenimento più importante della storia del Paese. Si trattava di retoriche comuni nei nuovi stati nazionali a livello europeo, non solo in Italia (anche la Germania fu “fatta” più tardi delle altre nazioni e ci fu una vasta produzione di letteratura di “identità’”). Bisognava ricreare il mito storico dell’unificazione per coinvolgere le masse, il mito di Garibaldi, il mito degli eroi risorgimentali. Come osserva Aldo Servidio, “era necessario mantenere accesi questi miti, anche attraverso la demonizzazione”. Demonizzazione, per esempio, dei Borboni e dei meridionali.

Eppure tutti, sia al nord che al sud, erano d’accordo almeno su un aspetto: il bisogno di istruire il popolo, soprattutto i giovani. Nella maggior parte delle città infatti i bambini non parlavano la “lingua nazionale” ma solo il proprio dialetto. D’Azeglio disse a tal proposito che i veri nemici dell’Italia non erano i dominatori stranieri, ma gli italiani stessi, riferendosi proprio alla loro disastrosa situazione culturale. “Da mezzo secolo,” scriveva d’Azeglio, “l’Italia si agita, si travaglia, per divenire un solo popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta con lo straniero è portata a buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore.”

Ciò che era accaduto era una riconquista del territorio e nient’altro. Ma perché, si chiedeva ancora d’Azeglio, “perché gli italiani hanno voluto un’Italia nuova e loro rimanere gli italiani di prima?” Si riferiva al carattere degli italiani, soprattutto dei giovani, che dovevano imparare ad adempiere ai propri doveri per vincere la loro “dappocaggine” e le miserie morali in cui vivevano. Erano dunque gli italiani stessi i veri nemici della nazione, secondo d’Azeglio, più degli austriaci, ancora presenti nel Nord-Est del paese. La contemporaneità del suo messaggio è in ogni pagina. Apriamone una a caso: “Dopo che in Francia si è inventato l’homme serieux, dopo che i bambini fumano, (…) dopo che gli uomini di trenta sposano la dote, e le ragazze di quindici il milionario di cinquant’anni…”

Dunque, come era possibile costruire un’idea di stato unitario e cancellare le differenze esistenti tra le varie regioni e con esse il problemuccio morale degli italiani? Con l’educazione.

Les 400 coupsL’educazione era la chiave per vincere anche l’odio che divideva gli italiani, soprattutto quelli del nord con quelli del sud. “L’odio,” disse Francesco De Sanctis nel suo ultimo discorso politico, “non crea nulla, ma distrugge ogni cosa.” Educazione, anche attraverso la letteratura. Ancora una volta a dimostrare che la letteratura è quel collante che tiene unito un popolo e ne mette in risalto i difetti e le virtù. Una delle storie più famose, che è rimasta nell’immaginario collettivo fino ad oggi, fu Pinocchio.

Nel 1881, Carlo Collodi, narratore fiorentino, propose una raccolta di avventure di un burattino chiamato Pinocchio. Queste avventure furono pubblicate dapprima a puntate e poi in un unico volume, e divennero presto il simbolo del sacrificio degli italiani nell’accettare i vincoli derivanti dall’essere un solo popolo. Il burattino divenne la personificazione del bambino che doveva studiare se non voleva diventare un somaro. Ancora oggi nella cultura italiana, i giovani che non amano studiare vengono chiamati somari, e quelli che dicono bugie vengono scoraggiati a farlo altrimenti gli si potrebbe allungare il naso. Ma il valore educativo di Pinocchio si ritrova anche nelle figure del gatto e della volpe, che simboleggiavano la corruzione della classe dirigente del tempo, maestra di false promesse per ingannare i più stolti. Figure sicuramente di grande attualità, con l’eccezione che nella storia di Collodi promettevano monete d’oro mentre oggi promettono euro.

Silvana Patriarca, parlando del valore pedagogico di questo testo, cita un passaggio significativo, che, a mia volta, riporto di seguito: “La fata dice a Pinocchio: Guai a lasciarsi prendere dall’ozio. L’ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi, sennò quando siamo grandi, non si guarisce più…” Non si guarisce più… Sembra quasi una minaccia per i giovani italiani.

C’è un interessante articolo di Katarzyna Biernacka-Licznar sulla letteratura per l’infanzia nata durante il periodo dell’unificazione d’Italia. “L’Italia unificata aveva bisogno”, scrive la Biernacka, “di un sistema educativo focalizzato sui programmi scolastici con lo scopo di debellare l’analfabetismo”, e cita nomi oggi dimenticati sotto l’ombra dei più famosi come Collodi, maestro della metafora, o Edmondo De Amicis, fine elargitore di ideali risorgimentali. Nomi come Francesco Soave, Gaetano Perego e Luigi Fiacchi, tutti protagonisti del processo di riforma scolastica di fine ‘800. E conclude il suo interessante articolo spiegando che da almeno un secolo la letteratura per l’infanzia era presente in Italia, arrivata per anticipare il sogno di d’Azeglio, fare gli italiani, e per “preparare il popolo alla vita sotto la bandiera tricolore”.

La funzione pedagogica delle opere letterarie va ricercata quindi ancor prima dell’unificazione. Se è vero che sin dal ‘300 i grandi pilastri della letteratura avevano avuto il ruolo di guidare gli italiani per far loro riscoprire gli antichi valori e creare un’identità nazionale, altri autori, altrettanto importanti, si erano occupati di quella parte della popolazione che generalmente non ha voce in politica e per questo si tende a dimenticare: i bambini. I giovani sono coloro che in ogni epoca hanno il compito di portare nel futuro gli insegnamenti del passato.

Una delle opere più conosciute e diffuse da molto prima che si iniziasse a discutere nei salotti letterari del bisogno di un’unica lingua e di un unico paese, si intitolava Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, una raccolta di tre racconti scritti da Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri nel 1620. Le astuzie di Bertoldo, “villano di sottilissimo ingegno” alla ricerca della felicità, insegneranno ai giovani italiani a non fare riverenza. In altre parole, saranno una testimonianza del carattere irriverente degli italiani, geneticamente portati alla disubbidienza. Sentir parlare Bertoldo, ancora oggi, dà l’impressione di sentir parlare un italiano qualsiasi in una qualsiasi strada d’Italia. “Qual è la più veloce cosa che sia?” gli chiede il re Alboino. “Il pensiero” risponde Bertoldo. “E qual è il miglior vino che sia?” “Quello che si beve in casa d’altri.” Ma ritornando al valore pedagogico, ascoltiamo cosa risponde Bertoldo a un’altra domanda del re: “Qual è la più brutta cosa che sia in un giovane?” “La disubbidienza…”

Un villano malforme diverrà simbolo dell’astuzia che è superiore all’aspetto fisico, interprete della rinomata arte dell’arrangiarsi degli italiani, bertoldini, i quali, forse, ancora oggi si commuoverebbero nel leggere le parole del suo epitaffio:

In questa tomba tenebrosa e scura

Giace un villan di sì difforme aspetto,

Che più d’orso che d’uomo avea figura;

Ma di tant’alto e nobile intelletto

Che stupir fece il mondo e la natura.

Mentr’egli visse e fu Bertoldo detto,

Fu grato al Re; morì con aspri duoli

Per non poter mangiar rape e fagiuoli.

Non sorprende, per le stesse ragioni, l’attualità del messaggio che Bertoldo lascia al suo affezionato Re: “Che tenga la bilancia giusta, tanto per il povero, quanto pel ricco; che premi i buoni e i virtuosi; che scacci gli adulatori, i gnattoni e le lingue mal dicenti che mettono fuoco per le corti” … Consigli che hanno tutte le carte per liberarsi dalla loro dimensione letteraria e assumere un valore politico.

Ripensando proprio all’aspetto politico della questione italiana, mi chiedo: a chi ha fatto davvero comodo fraintendere la famosa frase di Massimo d’Azeglio, “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”? Qual è in realtà la vera bugia tramandata di generazione in generazione? Certamente non la frase stessa, prodotto di legittime preoccupazioni di patrioti come il d’Azeglio, o repubblicani come Mazzini. La vera bugia è forse la (mal)interpretazione di questa frase. Probabilmente travisare le parole del d’Azeglio ha fatto comodo alle classi politiche che nei decenni successivi all’Unità si sono prese la briga di decidere chi fossero i veri italiani e chi invece dovesse essere escluso dal progetto risorgimentale/savoiardo/torinese, gettando le basi, per così dire, per una scissione ancora più forte tra due diverse Italie, mai unite, né a Teano nel 1860, né tantomeno a Palazzo Chigi due secoli dopo.

L’Italia, una nazione che si può amare o odiare, senza vie di mezzo; una terra povera e generosa, quella terra della quale sento ancora l’odore forte nelle narici se mi chiedo quando e come sono stati fatti gli italiani; quella terra che è l’unica vera madre degli italiani, non i politici, non i re, non i generali. Essere italiano, probabilmente, significa non appartenere a un solo paese, ma a una koinè culturale senza eguali.

Una parola che mi viene in mente quando penso all’espressione del d’Azeglio, è inconsistenza. C’è inconsistenza nella formazione di un’identità nazionale italiana proprio a causa delle contraddizioni e delle ambiguità del carattere stesso della nazione, una nazione che mostra un approccio costantemente emotivo in ogni situazione, a tratti disinteressata addirittura alle questioni economiche e, per questa ragione, vittima dell’ingegno di pochi eletti, geni malvagi (o salvatori, chissà) che in assenza di una vera borghesia (come quella che c’era in Francia per esempio) si sono saputi approfittare della generosità e dell’amore della penisola.

Barcamenandosi in questa inconsistenza, l’italiano, gattopardo, trasformista, talvolta opportunista, si è reinventato un carattere e un’appartenenza, ha saputo ritrovare quel sentimento di amore necessario a un’unità. Ma dove l’ha trovata, questa unità? Nell’arte, nella cultura, e soprattutto nella letteratura, che, come scrive Francesco De Santis, politico e patriota del sud: “è il vero diario di una nazione. La storia dell’Italia corrisponde alla storia della sua letteratura. Una storia della letteratura sarebbe una storia dell’Italia”. Ciò è possibile perché, continua De Sanctis, “la letteratura può mettere in scena le contraddizioni e i conflitti.” La pericolosità dei politici di ogni paese, in altre parole, è messa a nudo dalla cultura del suo popolo. Le due identità sono inversamente proporzionali.

I rappresentanti eccelsi della letteratura italiana sono gli stessi responsabili della ricerca di un’identità che accomuni, che unisca, che rafforzi l’essere italiani. Nessuno lo ha mai desiderato veramente, ardentemente e con successo, come hanno fatto i poeti e gli scrittori, le scrittrici che hanno raccontato questo paese e la sua storia, come se si trattasse della storia di un solo uomo, un onesto cittadino alla ricerca di una casa stabile, di un lavoro, di una famiglia. La costruzione dell’Italia sarà una costruzione letteraria, che sopravvivrà dapprima nella narrazione e soltanto più tardi, molto più tardi (mai, sostengono alcuni) diventerà politica.

Se osserviamo cosa succede oggi, infine, l’Italia è al centro di una discussione aperta sulla xenofobia e il razzismo (il primo, un atteggiamento di odio e di paura per i migranti arrivati dagli altri paesi; il secondo, l’odio e la paura degli italiani per gli italiani stessi). Cosa dire a difesa di un intero popolo che si riunisce soltanto quando ci sono i mondiali di calcio, un popolo permeabile (ovvero socievole) e accessibile (ovvero facilmente corrompibile) come le sue coste, un paese umile eppure intollerante con chi arriva adesso su imbarcazioni di fortuna, alla ricerca di una vita migliore? Qual è la ragione per cui un popolo che è stato emigrante interi secoli (e lo è tutt’oggi), disprezza chi arriva dalle sponde opposte del Mediterraneo, in fuga da guerre e povertà? Ancora ripensiamo a una frase di Scarpati, per capire che ci troviamo di fronte a “un popolo che ha perso la memoria”.

Italia, figlia di Roma e della classicità, culla di culture e civiltà; Italia di Alighieri, che le ha dato una bandiera; Italia di Garibaldi, che le ha insegnato a scegliere il tiranno cui obbedire; Italia servile e libera, sottomessa e ribelle, madre pietosa di questi italiani, figli senza padri, come diceva mio nonno.