Juan Rodolfo Wilcock, uomo libero

wilcock
(Juan Rodolfo Wilcock; Buenos Aires, 17 aprile 1919 – Lubriano, 16 marzo 1978)

Juan Rodolfo Wilcock era uno scrittore argentino, amico dei grandi Bioy Casares, Jorge Luis Borges e Silvina Ocampo. Ecco come ne parla in una sua nota del 1957: “Borges rappresentava il genio totale, ozioso e pigro, Bioy Casares l’intelligenza attiva, Silvina Ocampo era tra quei due la Sibilla e la Maga, che ricordava loro in ogni sua mossa e in ogni sua parola la stranezza e la misteriosità dell’universo. Io, di questo spettacolo inconsapevole spettatore, ne rimasi per sempre affascinato.”

Già autore di opere apprezzate in Argentina, ha deciso di trasferirsi in Italia negli Anni ’50. Viveva a Lubriano, un paesino non lontano da Porto Ercole, dove è morto il Caravaggio. Wilcock, meglio di molti scrittori, italiani solo per l’anagrafe, ha portato avanti la sua attività letteraria scrivendo direttamente nella nostra lingua e lasciandoci un contributo vastissimo, saggi, poesie, romanzi, racconti, nonché numerosi articoli su giornali che lo supplicavano di scrivere per loro, come Tempo Presente, La Nazione, L’Espresso e molti altri.

Madre lingua spagnola e tedesca, scriveva in italiano. Ciò rendeva il suo stile più “ruvido” e diretto al nocciolo delle questioni. Si occupava soprattutto di ciritche di spettacoli a cui non assisteva o di recensioni di libri che non esistevano. Roma per lui era lo spunto di riflessione da cui partivano le più divertenti e profonde critiche al nostro paese che abbiamo mai letto.

L’humor di questo autore merita un posto tra i grandi della letteratura, ma poiché nella vita privata provava una vera “sprezzatura nei confronti dei beni materiali” le sue opere non sono mai diventate il mezzo per sollevarsi da questa sua situazione, a cavallo tra la miseria e l’immensa ricchezza morale. La sua “sprezzatura” lo ha salvato dalla fame di successo e di ricchezza, una fame che ci insegnano a sentire fin da quando ci mettono i voti nelle pagelle.
Vestiva alla buona e rimaneva rintanato per giorni se aveva qualcosa di interessante da scrivere. La magia del paesino sull’argentario lo aiutava forse. Oppure si trattava di quella certa pazzia di alcuni individui che hanno scoperto il segreto dei meccanismi del Sistema, e, proprio per questo, vengono isolati. Nonostante ciò, si è circondato di voci importanti come Alberto Moravia, Elsa Morante, Roberto Calasso, Ginevra Bompiani.

Tre allegri indiani, pubblicato dagli Adelphi, è un capolavoro. La sua lettura distrugge tante sicurezze fittizie in cui ci rifugiamo per evitare di pensare umilmente alla sola certezza che la vita ci ha riservato. Wilcock le prende, le sminuzza in tante piccole verità e ci restituisce la menzogna collettiva in cui sono avvolte.

Autore anche di numerose liriche. Le sue poesie sarebbero degne dei programmi scolastici dei nostri figli, insegnerebbero loro che oltre all'”ermo colle” e a quel “ramo del lago di Como” l’Italia è fatta soprattutto di contraddizioni, che iniziano dalle amministrazioni politiche e coinvolgono tutti noi, anche il più onesto. Per il semplice fatto che siamo italiani e abbiamo qualcosa di “sbagliato” nella nostra genetica, una istintiva propensione alla corruzione. Una corruzione così naturale da non rendercene conto, una corruzione radicata nel sistema di favoritismi e raccomandazioni in cui sguazziamo, giustificato forse dal campanilismo su cui facciamo appiglio e di cui ci sentiamo oltremodo orgogliosi, o dal trasformismo dei politici, zimbelli d’Europa.

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

Ne Il reato di scrivere (anche questo pubblicato dagli Adelphi), un piccolo saggio sul mestiere dello scrittore, i critici letterari sono messi alla gogna e i giovani autori saccenti si fanno coinvolgere in battute di caccia in cui la selvaggina è il loro stesso ego smisurato. Ecco un estratto in cui si spiega come “si somministra” in Italia un premio letterario…

Gli autori vengono coricati ciascuno sul suo letto, su materasso un po’ duro, con la testa lievemente sopraelevata e un cuscinetto sotto il bacino, le gambe semiflesse, divaricate, la camicia tirata verso lo sterno, le gambe semicoperte. Gli autori dovranno respirare tranquillamente, rilasciare i muscoli, lasciar fare con serenità. Avranno tra le gambe una bacinella.

Dopo un intervallo di consultazione, la giuria prende il premio letterario, ben lubrificato, l’inserisce improvvisamente in uno degli autori e lo spinge avanti con dolcezza. Il premio procede, in genere, senza difficoltà per 10-12 cm. Se si avverte una resistenza, si ritira alquanto il premio, lo si scuote leggermente e si ritorna a spingere con delicatezza, imprimendo all’autore qualche movimento di rotazione, fino alla totale premiazione.

Gli altri autori possono nel frattempo rivestirsi. Dopo l’operazione, il premio letterario va accuratamente lavato, asciugato e riposto.