Aurelia

Appena la mia Follia uscì dalla porta dell’ingresso principale, una bella porta di mogano, lo stesso legno usato per le casse da morto, mi infilai nella sala ristoro delle suore. Lassù c’erano diverse suore, mi incuriosivano. Non vidi nessuno, era tutto sporco e silenzioso. Quando mi avvicinai alla porta, non ne vidi neanche una, neanche una per sbaglio, sembrava che fossero scappate tutte. Forse avevano visto Gesù sul tetto del manicomio e qualcuno le aveva avvertite, “Correte!, correte Sorelle!, c’è Gesù!”

Intanto mi inoltravo lungo gli uffici del vecchio edificio, dopo la grossa sala delle suore. Erano tredici sorelle in tutto, non sapevo i loro nomi, ma le vedevo sempre e ne avevo contate tredici, come i tredici apostoli. Molte avevano preferito lasciare le loro camere ai malati gravi e si erano accontentate di condividere quella grossa stanza, con i fiori sul davanzale e un’arietta fresca che entrava sempre dal giardino.

Anche gli uffici erano sporchi. La poca luce arrivava dalla finestra enorme della grossa stanza delle suore. Entrai. Ero in una parte dell’edificio che normalmente era tenuta chiusa, ci ero andato per cercare qualcosa, ma non ero sicuro di trovarla facilmente. Intanto ci provavo, infilavo il naso dove non erano affari miei. Provai ad alzare l’interruttore, sembrava un grilletto, ma era rotto e tornò giù in un attimo. Il rumore della plastica che mi sfuggì dal dito mi fece saltare fuori dalle scarpe, tirai un respiro e lasciai stare l’interruttore. In fondo alla stanza c’era una scrivania, c’era polvere a tonnellate. Finirò anche io sommerso da quintali di polvere, mi chiedevo, qua sotto sono sommersi quelli che sono arrivati qui prima di me. Allora per togliermi il dubbio passai la mano sulla scrivania. Diventò nera. Ero dentro una maledetta tomba. Che cosa sotterravano là dentro?

“Che ci fai qui!” Una sorella mi trovò mentre mi stavo chinando su uno scaffale interessante, pieno di nomi. Non sapevo cosa rispondere, cercare il bagno era la scusa di tutti gli 007, forse avrebbe funzionato, ma la suora subito aggiunse, “E non mi dire che stavi cercando il bagno, che è la scusa di tutti gli 007!”

“No, Aurelia”. Avevo imparato i nomi di alcune di loro, per fortuna quella che mi trovò nel seminterrato del manicomio era Aurelia, la più giovane. Non so se anche la più bella perché avevano tutte quella tunica larga sui fianchi e si potevano distinguere soltanto quelle magre e quelle grasse. Aurelia faceva parte delle magre. Aveva il volto giovane delle novizie, la pelle bianca, un nasino piccolo, gli occhi chiari e una voce talmente delicata che si faceva fatica a sentirla quando eravamo all’aperto. “Ecco, Aurelia, mi sto annoiando da morire da quando si è scaricata quella meravigliosa penna nera che mi avete regalato sei settimane fa”.

“Una penna in sei settimane non è tantissimo. Non è ispirato qui, signor Rossignol?”

“No. Non è questione di ispirazione, Aurelia. Anzi, qui si sta benissimo, è il posto ideale per scrivere un libro”.

“Allora? Che cosa succede Jean?”

Suor Aurelia si era tolta quell’orrendo cappello e aveva sfoggiato dei capelli rossi, profumati di camomilla, senza le doppie punte. Era la prima volta che una suora mi chiamava per nome, sentii pulsarmi il sangue nei calzoni. Con la scusa di togliermi la polvere dalle mani, mi diedi un’aggiustata, ero pur sempre davanti a una rappresentante della Chiesa.

“Le mie colleghe sono nella cappella in fondo al parco. Sai, qualcuno ha gridato di aver visto Gesù sul tetto del manicomio. Sono corse tutte lì”.

“E perché tu non ci sei andata, Aurelia?”

“Mi sarebbe piaciuto, ma io sono ancora novizia e non mi è permesso lasciare il convento prima di un anno. Neanche per andare in fondo al parco. Ma sono soltanto cinquecento metri!”

“Già, è un’ingiustizia. È una vera ingiustizia”.

“Inoltre mi obbligano a portare quest’orrendo copricapo anche quando siamo in privato. Sai che le altre se lo tolgono appena svoltano l’angolo della mensa!”

“No! Non ci credo!”

“Già, è così. E io invece sono costretta a sudare e a rovinarmi i capelli con quest’affare”.

“Hai ragione, è davvero orrendo. Non ha nessuna forma. Fammi vedere”.

Mentre me lo passava, dovetti allungarmi in avanti per non spostarmi dal retro della scrivania, mi vergognavo perché pensavo che una novizia fosse una specie di suora. Mi toccò le dita col dorso della mano, me le accarezzò, ci avrei giurato, ma scossi la testa. Non poteva essere vero.

“Guarda, è come pensavo, sono questi orrendi ferretti infilati qui sotto che lo rendono così brutto”.

Cercai di fare qualcosa per la povera Aurelia, sfilai il ferretto che sosteneva il suo copricapo e lo trasformai in una specie di velo; la parte marrone sparì sotto le pieghe, sembrava un foulard all’ultima moda.

“Oh, grazie Jean! È meraviglioso, me lo invidieranno tutte!”

Era fuori di sé dalla gioia, ma io non avevo fatto niente, stavo solo cercando di capire quanto fosse più magra delle altre. Sei settimane potevano causare tante fantasie davanti a una veste così larga e pulita. Profumava di detersivo di Marsiglia. Poi, accorgendomi che mi ero un po’ distratto e non si vedeva più quell’imbarazzante gonfiore sotto i pantaloni che mi aveva dato il Bambino al mio arrivo, mi avvicinai per ricevere l’abbraccio che mi stava offrendo come ringraziamento, il gesto sincero di una donna resa felice con così poco. Tutte le donne dovrebbero essere un po’ suore, mi dissi mentre mi avvicinavo ad Aurelia.

“Oh, grazie, grazie,” ripeteva, e io la stringevo per eseguire il mio test. Era davvero magra. Non mi permisi di scendere lungo i fianchi, ma da quello che sentivo sotto i polpastrelli, aveva le costole a fior di tunica. Sentii la sua guancia profumata posarsi sulla mia spalla, un entusiasmo adolescenziale l’attraversava da capo a piedi.

Quando, con molta fatica e moltissima concentrazione, riuscii a liberarmi da quella stretta senza conseguenze evidenti, le chiesi, “Aurelia, perché tu sei l’unica suora che mi ha chiamato per nome in vita mia?”

“Non so. Hai incontrato molte suore in vita tua?”

“Soltanto voi. Una volta ho conosciuto un prete, mi ha benedetto e ha benedetto anche il mio libro. Ma nessuna suora”.

“Allora è normale, Jean. Qui sono tutte vecchie, non rischierebbero mai di compromettersi con un paziente”.

“Cosa intendi per compromettersi?”

“Sai, chiacchiere, voci. In fondo siamo in un piccolo paese”.

Non conoscevo i veri nomi di nessuno perché le suore avevano nomi inventati; i pazzi, quelli, non parlavano neanche sotto interrogatorio; e i medici?, mai visto uno in due mesi. Il fatto è che me li ero immaginati io, credevo che quel posto fosse una clinica dopotutto, ma non ero sicuro neanche di quello.

“Comunque,” dissi, “non è affatto vero che sono tutte vecchie. Maddalena ha un bel corpo”.

Lei intanto si era messa a pulire il vetro sulla scrivania, rimasto opaco, si stava chinando troppo. Credo che quella fu la prima volta in cui pregai davvero il Signore. Anche perché era una sua seguace ad essere in gioco, era nel suo interesse ascoltarmi oppure no.

“Maddalena è stata sposata, sai!” Mentì, me ne accorsi subito. Ormai me ne accorgevo subito quando una donna mi mentiva. “Molte di loro sono state sposate prima di venire in questo convento. E ha tutti i denti di porcellana,” aggiunse Aurelia per dimostrare che quello era un difetto.

Non mi pronunciai, non era il caso. Invece le chiesi, “Perché continui a chiamarlo convento?”

“Perché era un convento, dal secolo scorso, credo, quando ancora esistevano vere suore”. Una smorfia nelle sue labbra mi colpì come un colpo di balestra in pieno petto. “Poi,” continuò Aurelia, “ci hanno messo i malati e lo hanno chiamato manicomio. E quando hanno iniziato a chiudere i manicomi, qualche anno fa, alla fine degli anni Settanta, hanno ricominciato a chiamare questo posto un’altra volta convento, come se cambiargli il nome bastasse per cambiare tutto il resto. E invece…” Indicò lo scaffale dietro di me, proprio quello che avevo adocchiato prima che lei entrasse. “Oggi continuano a portare i malati qui dentro, pagano un mucchio di soldi per mantenerli e tutti si dimenticano della loro esistenza, proprio come ai tempi del manicomio. Ma non ti so dire molto su questa storia, io sono arrivata pochi mesi fa. Sono giovane, ma la vocazione può arrivare a qualsiasi età”.

“Quanti anni hai?”

Aurelia smise di pulire la scrivania, si tirò su, il viso accaldato, la tunica le aderiva ai seni. Mi pentii di averle fatto quella domanda.

“Non si chiede l’età a una signora. Non te lo hanno insegnato, Jean?”

“Ma tu sei una suora”.

“E allora! Una suora non è forse una donna come tutte le altre? Ho capito, vieni qui”.

“Qui, dove?”

Aurelia si tolse per la seconda volta in un giorno il suo foulard e l’odore di camomilla mi fece sentire la pesantezza dei due mesi passati a scrivere da solo con quell’odiosa penna nera, di sopra, sul mio terrazzino, senza l’ombra di una donna. Mi prese una mano e me la mise tra i capelli. Guardai in alto, chiesi scusa in silenzio, chiedo sempre scusa in silenzio. Le accarezzai i capelli e lei mi disse, “Hai mai toccato dei capelli così? Solo una vera donna sa come tenere i propri capelli così morbidi. Se non fosse per quello stupido copricapo”.

“I tuoi capelli sono morbidissimi, Aurelia. Non hanno neanche le doppie punte”.

Se c’era una cosa che mi ero sempre chiesto prima di quel giorno nel manicomio, era da dove si aprissero le tuniche delle suore. Fin da bambino mi ero sempre domandato se avessero una cerniera nascosta sul lato o sulla schiena. La schiena l’avevo esclusa perché era troppo sexy per una monaca. Poi l’idea che tra di loro si aprissero lunghe cerniere sulle schiene nude, senza quegli aggeggi imposti dal mondo moderno per sostenere i seni, un dono di Dio da tenere libero, era troppo eccitante. Forse ogni ordine aveva i suoi segreti.

Allora glielo chiesi. Erano i mesi di astinenza, la mia Follia, o tutte e due le cose messe insieme, le accarezzai un’altra ciocca di capelli, tirai il fiato e le chiesi, “Sai, Aurelia, mi sono sempre chiesto come si indossino queste tuniche, dove si sbottonino quando andate a letto”. Poi subito aggiunsi, “Intendo dire, prima di andare a letto e fare le vostre preghiere”.

“Jean! Mi stai sfiorando il seno con il dorso della mano. Non avevi detto che io ero una suora e che le suore non hanno il seno? Smettila subito. No, non ti fermare, ti prego! Continua ad accarezzarmi e sentirai che il mio corpo è stato sempre qui per la tua mano. Come disse Gesù, quello vero, quando apparve veramente”. Io non avevo detto che non aveva il seno, avevo solo detto che lei era una suora e non sapevo se una suora si potesse paragonare a una donna. “Sai cosa ho sempre pensato io invece da quando ti hanno portato qui?”

“No, a cosa?”

Era possibile innamorarsi di una suora, di una mezza suora o di qualunque cosa fosse Aurelia, la giovane Aurelia, arrabbiata con le sue colleghe, con il suo passato o con il suo corpo? Mi ripetevo un sacco di domande per evitare di ripetermi un sacco di risposte.

“Ho sempre pensato, ho pensato… Oh, ti prego, smettila Jean. No, aspetta, non smettere. Si apre da qui, guarda…”

(Tratto da KINDO, Voltarepagina 2011, 3a edizione Dicembre 2017)

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