Lettera ai napoletani

Care napoletane, Cari napoletani, Per combattere la politica dell’anti-cultura occorre una cultura dell’anti-politica. Ecco da dove possiamo incominciare.

Non so perché non ho scritto prima questa lettera, ho sempre dato per scontate le mie origini e l’amore che mi ha spinto a partire per migliorare me e i miei cari rimasti in Italia attraverso la mia ricerca e i miei romanzi. Il nostro popolo è forse tra i più uniti fuori dall’Italia, emigranti da sempre, scopritori di nuovi mondi e inventori di vite al di là dell’oceano.

Ciò che mi spinge oggi a rivolgermi a voi  non è semplice da spiegare in due parole, non si tratta di nostalgia, né di insegnamenti che non ho mai preteso di dare a nessuno. Col mio mestiere si impara che non si è mai abbastanza esperti di nulla da avere la presunzione di insegnarla a qualcun altro. La conoscenza si condivide, non si insegna, e lo stesso vale per la curiosità, per la gioia, per l’amore.

Ed è forse proprio l’amore che mi lega a questa città a spingermi a scrivere alla mia gente, dipinta con acuta leggerezza nei romanzi della Ferrante, quanto umiliata dalla cronaca nazionale ogni volta che vengono pubblicate le statistiche ISTAT sulla lettura. “Il sud e le isole rimangono indietro”, si legge, “al primo posto Piemonte e Lombardia”, roba del genere.

E’ ora di smetterla con questa demonizzazione storica del Sud Italia, quando leggo le statistiche ISTAT ho la sensazione che dai tempi del Risorgimento, ovvero da quando qualcuno ha iniziato a dipingere il sud come l’ultima ruota del carro, non sia cambiato nulla. Io credo che le statistiche non siano attendibili. Non tengono in conto i libri prestati, regalati, ereditati e noleggiati in biblioteca, biblioteche immense, pubbliche e private, esistono nella mia città. I dati analizzati sono solo quelli sui libri nuovi, acquistati in libreria, prodotti soprattuto dai grossi marchi, sui quali è meglio non dilungarsi (per ora). Alla stregua di molti altri, gli amici dell’ISTAT fanno il gioco della politica attuale, quella dei potenti, dei media, in una parola, di altri “carri”.

Perché sto scrivendo a voi, allora? Perché la cultura italiana, quella più ricca e esportata in tutto il mondo, è nata al sud, perché i più grandi filosifi,  scrittori, matematici, artisti di ogni sorta, sono nati al sud, ed è nata al sud la lingua italiana, quella più ricca e fantasiosa che nessun altro popolo è in grado di imitare (non quella di Firenze, che è stata un’altra scelta politica). Per questo non posso fare altro che invitare i veri napoletani – che forse mi stanno leggendo in ogni angolo del mondo tranne che a Napoli, costretti come me a partire per dimostrare cosa si può ottenere con una mente come la nostra in altri paesi meno corrotti e più civili dell’Italia – a unirsi a questa mia piccola rivoluzione culturale. Perché per combattere la politica dell’anti-cultura occorre ormai una cultura dell’anti-politica.

Come possiamo, vi chiederete, invertire un processo avviato da secoli, una spaccatura voluta dai politicanti quanto dalle istituzioni, un pregiudizio che divide nord e sud e fa il gioco di pochi individui che ci hanno ogni volta gestiti traendo profitti neanche più per il proprio partito ma addirittura per la propria famiglia, campanilisti gli italiani, non è vero?, ma campanilisti sui seggi, non nelle case.

Quello che possiamo fare, in una parola, è leggere. Dimostrare che lo sappiamo fare bene, che gli italiani non sono “un popolo di analfabeti” come scrivono i giornali che fanno il gioco delle lobby e delle multinazionali produttrici di Smartphone e Tablet (Assurdo l’ultimo “decalogo del MIUR per l’uso dei telefonini a scuola”, insostenibile, ingiustificabile, imperdonabile. Gli stessi studenti, un giorno, quando capiranno, ci odieranno per non averli protetti).

E cosa posso fare, io, come autore, piccolo artigiano di parole che vive lontano dall’Italia da quindici anni e potrebbe essere accusato di averla lasciata, di aver “raggirato il problema”?

Anzitutto (e questo è il ruolo sociale di uno scrittore) ricordare a voi napoletani, e a tutti gli italiani, che proprio noi, storicamente, sembriamo essere uniti solo quando lasciamo il nostro paese e esportiamo la nostra cultura millenaria, koinè di migliaia di altre culture. Oppure (e questo non è né un invito, né una pubblicità implicita per guadagnare soldi, giacché i miei libri, o li regalo o sono venduti dal Foglio letterario che è un’associazione culturale, ovvero, fa cultura e reinveste i guadagni non pagando gli autori in denaro ma in libri, cosa che trovo coerente) oppure, dicevo, continuando a scrivere. Per voi, ovunque siate in questo momento, per me stesso, e per mia figlia, che per fortuna frequenterà una scuola francese.

5 pensieri riguardo “Lettera ai napoletani

  1. il tunnel è unico e seppure l’impronta resta quella del luogo nativo non ti allunga la vita, cosa che un libro può fare, ma si predilige sempre l’urto, spesso direi , quello che rifuggo è lo spettacolo organizzato per identificarsi, quando presento la carta d’identità si legge nato a Napoli il resto è tutto mio.

  2. Sono sempre interessanti le osservazioni di Frank Iodice, perche è una voce fuori dal coro e osa e pensa, diversamente da altri. Complimenti, anche se non sono napoletana.

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