“Intervista allo scrittore napoletano Frank Iodice”

“Ogni romanzo dovrebbe racchiudere un mondo interiore strappato dalle viscere di qualcuno e messo nelle tue. Se in un libro non ci trovi viscere, vuol dire che è stato scritto pensando a quale etichetta attribuirgli e non è pertanto un vero libro, ma un prodotto commerciale.”

Ecco l’intervista che mi ha fatto qualche giorno fa Cristiana Abbate, per il giornale napoletano Senza Linea. 

 

Dietro ogni libro c’è sempre una storia, un perché. Cosa si cela dietro La meccanica dei sentimenti?

È un libro nato con un’urgenza quasi vitale. L’ho scritto nei mesi in cui la mia compagna ed io aspettavamo la nostra bambina. Più passavano i giorni, più mi davo fretta, risparmiavo punteggiatura e digressioni inutili, cercavo l’essenziale. E le ultime correzioni le ho terminate in ospedale.

La storia che c’è dietro ogni libro si trasforma quasi sempre in un’altra storia, ma porta con sé qualcosa di fondamentale, quello che dopo molti anni ricordiamo di un romanzo: l’atmosfera. In questo caso, tutto è nato da una storia personale di delusioni e la delusione a volte diventa cinismo. Ho provato a parlarne attraverso i gesti a metà, le parole non dette, le carezze negate, e i sorrisi ambigui e sprezzanti di Gio Marealto.

I personaggi è come se emanassero un sentore di indifferenza ed egoismo. Li analizziamo?

Sono personaggi sfuggenti, tristi ma divertenti, accomunati da una forte disillusione nei confronti di una vita meccanica, che va avanti quasi per inerzia. Il Direttore, Carole Lesage, per esempio, fa di tutto per farsi ammazzare pur di liberarsi da questa “agonia dell’arricchimento”. E lo stesso sembra fare Gio Marealto, che da subito ci fa capire che la bellezza del mondo è solo per chi se l’è meritata, non per lui:

Sul viale davanti all’hotel, il lieve vento sfiora una foglia che si è staccata da un ramo basso e gli è caduta davanti ai piedi volteggiando come se tentasse di aggrapparsi alla vita prima di finire per terra, tra le altre. Lui ci orina sopra tenendo la sigaretta con i denti ed entra. La gente si può dividere in due categorie: quelli che sanno di dover morire e quelli che non lo sanno ancora.

Ma è nei personaggi minori, quelli che appaiono e scompaiono nello spazio di una pagina, che si ritrova tutto il senso di questa storia. Ce ne sono molti, mi sono serviti a dimostrare che chiunque potrebbe essere il protagonista di un romanzo. Ho dedicato poche ma intense pagine a questi eroi quotidiani, raccontando in qualche riga tutta la loro vita.

Le protagoniste sono tre donne che reagiscono alla violenza in tre modi diversi. Galatea si rifugia nei beni materiali e ostenta sicurezza come farebbe con il suo smalto rosso e i suoi gioielli (rubati). Eda rimane a fissare la porta del monolocale che condivide con Gio, distesa sul lato sinistro, come le ha detto il medico, e aspetta pazientemente il giorno in cui verrà abbandonata, o amata. E Resi, con un paio di scarpe da ginnastica e una maglietta di qualcuno che l’ha dimenticata a casa sua, corre da una parte all’altra di una città “ridotta una merda” per aiutare l’uomo che ama. Sono modi diversi di amare, alla fine, tutti ignorati da Marealto, che continua a cercare nelle donne una risposta alla “delusione congenita di un figlio di puttana”.

Marealto mi ha spiazzata: un uomo contraddittorio, non si sa mai se riesce a provare affetto, non si ribella all’imbroglio in cui viene coinvolto e nell’ultima riga si sottolinea la sua incapacità a provare tenerezza. È solo una mia impressione?

È un’impressione che ho anch’io davanti a persone del genere. Ma l’ultima riga può essere anche letta come il punto d’arrivo del suo percorso, molto diverso da quello di partenza. Un esempio e una lezione per ogni uomo.

Resi, invece appare come una piccola stella che si distingue in una nebulosa di passività. Quanto realmente è positivo come personaggio?

Tutti i personaggi di questo romanzo vogliono ardentemente essere negativi e non fanno nulla per cambiare il loro destino. Resi invece lotta per riavere il suo vero nome, l’identità che è stata costretta a nascondere, in fuga da un paese “sbagliato”. Ed è l’unica ad affrontare gli imprevisti di questa storia con il coraggio di un personaggio positivo. Si legge coraggio in ogni cosa che fa e che dice.

Che tipo di scrittore sei? A quale genere appartieni?

Da bambino mi hanno messo per errore in una specie di convento, un posto che non era esattamente un parco giochi. Per fuggire dalla realtà staccavo le ultime pagine dei libri che mi procuravo di nascosto in un mercato e trascorrevo intere giornate a reinventarne il finale. È iniziato tutto così, per gioco: il gioco è la fuga del bambino.

Credo che la (vera) letteratura sia una delle poche salvezze che ci restano per dare la nostra testimonianza e imparare da quella degli altri. Mi piace “imparare la vita” dai romanzi e cerco di ricambiare il favore con chi mi legge offrendo una visione onesta delle cose.

Leggere e scrivere sono attività solitarie, richiedono tempo e concentrazione, la stessa concentrazione di cui tutti vogliono privarti, persino coloro che dicono di amarti. Per scrivere libri devi essere testardo e vivere al tuo ritmo, non a quello degli altri. Altrimenti scrivi i libri degli altri e non i tuoi.

La mia vita è tutta nei miei romanzi, leggo e scrivo per almeno dieci ore al giorno, come quando ero bambino. Ma ogni tanto esco e faccio finta di essere una persona adulta, che si preoccupa delle bollette, della spesa e dell’affitto. Da quando ho lasciato l’Italia, a vent’anni, ho cambiato mille lavori, ho fatto il lavapiatti, il guardiano notturno, l’insegnante, il coordinatore di volo, l’autista di un cieco… E non l’ho fatto soltanto per pagare l’affitto, ma per imparare a scrivere.

Le mie sono storie di antieroi, personaggi marginali schiacciati dal sistema, che cercano la loro rivalsa nella carta. Ognuno di loro porta dentro di sé una serie di conflitti profondi, talvolta risolti, talaltra irrisolvibili. Sono molto diversi l’uno dall’altro, ma sarebbero tutti d’accordo su come rispondere alla seconda parte della tua domanda: apparteniamo alla narrativa non di genere.

Non amo i romanzi etichettati con generi specifici, lo trovo riduttivo. Ogni romanzo dovrebbe racchiudere un mondo interiore strappato dalle viscere di qualcuno e messo nelle tue. Se in un libro non ci trovi viscere, vuol dire che è stato scritto pensando a quale etichetta attribuirgli e non è pertanto un vero libro, ma un prodotto commerciale.


Sembrerebbe che tu conosca bene Parigi, che legame hai con la Ville Lumière? 

Vivo in Francia da quasi 20 anni, attualmente in un paesino dell’Alta Savoia. La Parigi di questo romanzo è quella dei vicoli più sporchi di Montmartre, sfuggiti alle guide turistiche. Ogni volta che vado nella Ville Lumière, in pratica, non faccio altro che cercare le sue ombre. La frequento da ospite indiscreto, la spio senza chiedere il permesso. Non mi inoltro nelle sue strade guardando per aria come chi è affascinato dalla sua architettura o dallo spleen baudelairiano, ma cercando per terra e dietro le porte socchiuse i suoi segreti e le sue vergogne.

Stai lavorando a qualcosa attualmente?

Sì, insieme a Félicia Lignon, la mia traduttrice, sto rivedendo le bozze del nuovo romanzo, in uscita in francese nei prossimi mesi per Le Lys Bleu éditions. Un progetto a cui tengo molto, poiché tutte le mie storie sono ambientate qui e grazie a Félicia hanno finalmente trovato il loro posto, nel mondo dei libri e in quello reale.

 

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