Perché ho scritto I disinnamorati

I vicini sono andati a lavorare, i loro bambini aspettano la maestra, seduti composti nei banchi di scuola, ma la maestra arriverà più tardi stamattina e spiegherà loro che l’attesa è parte dell’apprendimento. Le sue parole arrossate possono bastare. Quando saranno adulti, comprenderanno.

Nell’estate del 2013 vivevamo a Nice. Eravamo felici. Dopo diversi traslochi, ci eravamo sistemati in un appartamento al quarto piano, senza l’ascensore, al n. 7 di rue Auguste Gal, vicino al porto. Sotto il nostro balconcino c’era il parco di place Arson. E visto che in quel parco ci giocavano a bocce, non c’era neanche un po’ d’erba, solo sabbia appiccicosa che si spargeva nell’aria ogni volta che i vecchietti si trascinavano dietro le scarpe per correre a recuperare le palle.

Nell’estate del 2013 non avevamo idea che io sarei partito con un biglietto di sola andata per l’Uruguay, né che avremmo vissuto insieme negli Stati Uniti e saremmo ritornati dopo due anni, di nuovo in quella piazza. Abbiamo preso in affitto un altro appartamento, dello stesso proprietario, il caro vecchio Eric, ma dall’altra parte, sul lato in cui c’erano le giostre per i bambini. E a proposito di bambini, non sapevamo neanche che dagli Stati Uniti saremmo tornati in tre.

Questo non so se c’entra con il libro. Ma di sicuro c’entra con quello che avevo nella testa mentre lo scrivevo. La crisi. Il nostro allontanamento, il buio denso e soffocante mentre dormivo con le braccia incrociate sul petto e fantasticavo sulla forma vaga del soffitto. Quella sensazione di vuoto immenso al centro del letto. È così che è iniziata la storia di Antonino Bellofiore, uno dei personaggi che ho più amato, una specie di me stesso in versione strafottente, un testimone vivente del perché, nonstante l’amore che aveva riportato lei e me nella stessa città, ora ci stavamo -per l’appunto- disinnamorando.  Poi sono successe un po’ di cose. La vita reale va avanti per fatti suoi, non c’entra niente con i nostri progetti e le nostre scritture. Abbiamo avuto una bambina. Con il suo arrivo, abbiamo deciso di cancellare i capitoli brutti e conservare solo quelli belli. Come si fa quando si scrive un libro.

Il libro però è rimasto inedito fino a quando non è apparsa lei, una mattina, con la sua gonna piena di fiori e un sorriso che a Nizza non ne vedi mai e si è innamorata così tanto di questa storia che ha deciso di tradurla in francese. Così, all’inizio di quest’anno, lo abbiamo pubblicato per la prima volta. S’intitolava Les désamoureux. Avrei dovuto esserne felice, eppure l’idea che il testo originale fosse inedito mi faceva sentire incompleto, inutile. Se non avessi pubblicato questo romanzo in italiano, mi sarei lasciato morire, qui, dall’interno, poco a poco. Ma perché ci tenevo tanto? Perché amo così tanto questo personaggio? Le ragioni sono diverse, a iniziare dal modo in cui è stato concepito.

In quell’estate terribile, sentivo una vocazione fortissima. Mi alzavo alle quattro del mattino, senza sveglia, mi mettevo in cucina, sul pavimento, con una sedia rovesciata sulle ginocchia, la posizione più comoda dopo anni di sperimentazioni, e scrivevo a penna su una risma di carta che mi aveva spedito mia madre da Salerno. In Francia si vende la carta, beninteso, ma il sacrificio di una madre che vede i suoi figli un fine settimana l’anno a volte si dimostra così, caricandosi di pesi inutili fino all’ufficio delle poste. Il peso è una di quelle cose invisibili che da una persona passa all’altra, si sa.

In quel pacco con i fogli, mia madre aveva messo anche tre cartoline. Tre vecchie cartoline trovate su un banco del mercato di Forio, raffiguranti scene di mare degli Anni ’50. Forse aveva immaginato che mi sarebbe piaciuto creare una storia partendo da quelle. E infatti è successo proprio così: quelle cartoline sono state il punto di partenza, l’elemento scatenante della storia di Bellofiore.

Bisognerebbe analizzare le tre cartoline per capire un certo aspetto della psicologia di Antonino Bellofiore. Approfittiamo di questo momento di distrazione in cui difficilmente lascerà Anisetta per tornare a sedersi in terrazza, e prendiamole dalla tasca della sua giacca per guardarle nell’ordine che lui ha dato loro fin da quando le ha ricevute.

Verso le dieci, quando in casa iniziava a fare troppo caldo, andavo nel parco, dove c’erano le giostrine, e continuavo fino alle due o le tre, fino a quando avevo la forza di resistere al dolore della panchina nella schiena. Le panchine, le fanno scomode apposta, per lasciare il posto anche agli altri. Era il parco su cui affacciava l’appartamento in cui saremmo andati a vivere di ritorno dall’America, lo stesso in cui mia figlia avrebbe fatto le sue prime passeggiate. Ma non potevo saperlo allora, potevo appena sentire qualcosa che solo oggi mi so spiegare.

Quel desiderio di maternità -che alcuni chiamano paternità- me lo portavo dentro da un sacco di tempo. Scrivere libri infatti mi dà una gioia simile, e a volte mi chiedo se è questa la ragione per cui lo faccio. Scrivevo su questa risma di fogli, insomma, e non seguivo alcuno schema, nessun appunto sull’agendina come faccio di solito. La mia grafia fa schifo perché lavoro sotto una specie di trance, per cui facevo fatica a rileggere quello che avevo scritto il giorno prima e ogni mattina rimandavo la revisione per non togliere tempo alla stesura che doveva andare avanti in maniera impellente. Come se mi avessero condannato a morte.

Avevo creato questo personaggio un anno prima, per una storia dal respiro diverso, eppure simile, perché l’atmosfera che si crea intorno a un personaggio la riconosci subito, è come l’aurea di bontà o di cattiveria che senti quando incontri qualcuno. Avevo raccontato di un Bellofiore quarantenne, grasso, deluso. Adesso sentivo il bisogno di spiegare com’era arrivato a essere un uomo così, analizzando un periodo antecedente, un’altra fase della sua vita: quella giovanile. Ne I disinnamorati infatti presento Antonino Bellofiore poco più che ventenne, flic fresco di accademia, alle prese con la sua prima inchiesta che da pubblica diventa a mano a mano privata.

Antonino Bellofiore vive una situazione di emigrante perenne, figlio di italiani, ma nato e cresciuto lontano dal suo paese:

Essere nato in Francia non ha fatto di lui un francese ma un eterno emigrante, un uomo senza pace e senza patria, alla ricerca costante di qualcosa, o di qualcuno.

Bellofiore ha molto in comune con me. È parte di me, la parte migliore per fortuna. Anche lui, come molti di quelli che passano metà della loro vita all’estero, ha finito per cambiare il suo nome, da Antonino a Tony. O almeno così ci sembra di capire quando è con Anisetta e lei usa quest’ennesima abbreviazione dell’abbreviazione. Bellofiore pertanto deve affrontare le sue abbreviazioni, privazioni di parti di sé, parti invisibili eppure tangibili.

Sulla tematica del nome ci sarebbe da scrivere un libro a parte. A volte penso che tutta la sua storia sia iniziata a causa del suo cattivo rapporto col nome di battesimo. Quel nome è al centro della psicologia del personaggio. Antonino se ne vergogna perché non solo è un diminutivo, ma è il diminutivo del nome di suo padre, Antonio, che ha abbandonato lui e sua madre quando aveva dieci anni. Ancora un romanzo sulla paternità? Forse. Di sicuro è il più intenso e sentito, quello a cui tengo di più, benché i miei romanzi siano tutti collegati tra loro, per cui amarne uno può significare amarli tutti. I disinnamorati mi è servito a superare la mia vicenda personale, i miei abbandoni, prima che da figlio diventassi padre, a mia volta.

Diventare padre. Non credevo che avrei avuto questa fortuna. Vederla nascere, sentirla gridare per la prima volta mentre la sage femme la alza verso il cielo, come un trofeo, un inno alla vita. Dentro di me, adesso, sentivo ancora più forte quel vuoto perché il mio più bel romanzo era ancora inedito. Era mio dovere far “venire al mondo” anche lui, lasciare una traccia scritta per Matilda, a cui il libro è difatti dedicato.

Spero di aver fatto bene il mio dovere, di avervi consegnato una testimonianza onesta e una bella storia, in parte vissuta in prima persona, in parte ispirata da quelle lunghe mattinate stordito nel dormiveglia, mentre sentivo che Bellofiore sarebbe diventato lo specchio di me stesso e introducevo simboli a me cari nella sua biografia. Le tortore, ad esempio, le stesse che lo acompagneranno anche nel secondo libro su di lui. Un libro che porterà il suo nome nel titolo e rivelerà l’unico epilogo possibile per un personaggio come lui. Consegnare i miei disinnamorati a voi era parte della mia missione. L’altra parte è continuare a raccogliere quanto c’è ancora di bello là fuori, e raccontarlo. Se a voi va di ascoltarlo. Perché le storie stesse, mi ripeto, non appartengono a chi le crea, ma alla comunità. Siete voi ad avere il compito di tramandare la tradizione. Se la vediamo in questo modo, pubblicare un libro è come lberarsi dal suo peso, lasciarlo andare, anzicché possederlo gelosamente.

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