La vita letteraria è una vita piena

Pubblicato in Simposio Italiano n°10, Bordeaux, gennaio 2019

 

Tutto è iniziato quando avevo una decina d’anni e andavo in giro nei vicoli napoletani rubando libri usati dalle bancarelle…

Riguardo a Napoli e alla mia infanzia ci sarebbero molti dettagli da rivelare. Ricordo tutto con una certa nitidezza, eppure mi rendo conto di aver passato tutto questo tempo a cercare di dimenticarmene. Ricordo le strade rumorose, rumori di gente e di cose, una vita in tumulto tra i banchi dei mercati, una musica fatta di note trascinate nelle ultime sillabe delle parole, la lotta contro il tedio quotidiano grazie a quel poco che gli altri bambini ed io possedevamo, la nostra bocca e le nostre mani. Napoli era così, una culla di forze umane e marine, e lo sentivi, bastava ascoltare in qualsiasi vicolo. Le tue ossa sapevano ascoltare, non le orecchie, e nemmeno il cuore, come si suol dire quando si cercano parti sconosciute del corpo e si dà loro quel nome. Erano le ossa, che si forgiavano con la musica delle strade buie tra i vecchi palazzi di Forcella, o all’ombra dei colossi del Centro direzionale, vetro e ferro a tonnellate.

La vita, per un bambino nella mia situazione, non si preannunciava molto rosea, non avrei avuto un corpo sano, longilineo, né i capelli forti e pieni di luce; non mi sarei nutrito con cibo di prima qualità, non avrei frequentato i centri sportivi, le squadre di pallanuoto o le palestre, né tanto meno le biblioteche. A Napoli, non sono mai riuscito ad andare in giro con un libro in mano, senza essere deriso o aggredito dagli altri bambini, perché gli altri bambini odiavano chi si ribellava alla rassegnazione.

È stato allora che ho incominciato a rifugiarmi nella lettura; leggevo le storie degli altri perché non mi piaceva la mia, con l’innocente illusione di poterne fuggire. La fuga è il sogno dei poveri. Mi procuravo i romanzi degli autori stranieri nel mercato di Resina, a Ercolano. Era un posto enorme, soprattutto per un bambino, potevo rimanerci per giornate intere. Ricordo che arrivavano queste balle enormi, piene di vecchi vestiti usati. All’interno dei vestiti, giacche e soprabiti tedeschi, uniformi americane, francesi, inglesi, si potevano trovare oggetti di qualunque genere, orologi, cartoline, penne stilografiche, occhiali, di proprietà di chi aveva indossato quei vestiti, inconsapevole che un giorno una massa informe di ragazzini li avrebbe ispezionati. Con l’avidità degli affamati ce li passavamo sulle nostre teste, gli altri cercavano soldi, io cercavo libri.
Per me, soltanto sentire l’odore di quegli stracci, che in napoletano si chiamano pezze, era sufficiente a immaginare di partire un giorno. A volte, dentro le tasche dei vestiti c’erano vecchi libri consumati dall’abbandono, me ne appropriavo senza dovermeli contendere, era roba che si vendeva raramente, te li tiravano dietro per pochi spiccioli. Ero piccolo e sporco, passavo inosservato tra i banchi dei venditori che cantavano come galli, inventavano canzoni per attirare i clienti o per le belle ragazze che passavano. La donna era musa ispiratrice, pilastro portante di quella società. Portavo con me un sacchetto di tela rubato alle suore e lo riempivo con tutto quello che riuscivo a caricare sulle spalle: mi innamoravo delle copertine, come quelle vecchie copertine senza disegni delle primissime edizioni Molinard, prima ancora di conoscere il contenuto, ne sentivo il sapore e l’odore. Per me, leggere è stata dapprima un’attività fisica, il peso di quelle buste rubate nell’istituto era insopportabile, eppure nessuno mi obbligava a farlo, decidevo di testa mia; poi, è diventata un’attività mentale, non solo ho imparato a leggere, ma a farlo in varie lingue, bastava trovare lo stesso romanzo anche in italiano e fare il confronto pagina per pagina, frase per frase. Quando uscii dall’istituto, avevo diciott’anni ed ero pronto per andarmene a vivere in un altro Paese. Ecco, è così che sono arrivato in Francia…

Nell’infanzia sono contenute tutte le risposte, diceva Michele Prisco, autore napoletano che, insieme a Anna Maria Ortese, ha descritto meglio di qualunque fenomeno editoriale la mia città e la vita letteraria di chi vi è nato. La vita letteraria, a Napoli, inizia sempre prima delle lettere e va sempre oltre la morte. La allontana.

Esistono due tipi di vite: una piena e una vuota. La vita letteraria è piena, si coltiva lungo un sottile confine tra il vero e il verosimile, non è fatta di chiacchiere, è avventurosa, eretica, passionale, libera. Ed è fatta anche di mali profondi e irrisolvibili, di lunghe attese, di sacrificio e silenzio. Lo stesso silenzio che la vita vuota teme e cancella in tutti i modi. Cancellano i politici, cancella la censura, cancellano i raccomandati senza sapere cosa cancellano. Ma la vita piena è essa stessa letteratura, è salvezza, è acqua. Non si può spazzare via l’acqua che passa sotto una porta chiudendo la porta a chiave.

Mi chiedo comunque se nel titolo di questo articolo non ci sia un errore. Forse manca un accento che avrebbe cambiato il destino di tanti lettori e di tanti scrittori. Un accento, un segnetto insignificante che dimentichiamo o usiamo a caso nel linguaggio quotidiano. E mi chiedo di chi sia la colpa di questo graduale allontanamento della vita dalla letteratura, che si muovono su due assi sempre più distanti.

Simposio Italiano è una rivista redatta dall’Associazione Culturale Notre Italie, che ha sede a Bordeaux

Gli italiani sono un popolo di narratori sordi? Da secoli costruiamo la vita sui pilastri del racconto; al sud per esempio ogni più piccolo avvenimento quotidiano diventa una storia e ogni volta che passa da una bocca all’altra si arricchisce di dettagli, abbiamo inventato persino il libro dei numeri, la Smorfia, la nostra Cabala, come la chiamava Totò, migliaia di numeri che rappresentano l’intero scibile umano. Eppure pare che tutti muoiano dalla voglia di raccontare la propria storia, ma nessuno infine sia disposto ad ascoltare quella degli altri.

Ecco il senso di quell’accento. Dare un verbo, attribuire un’azione a una situazione stagnante da almeno un ventennio, da cui sembrerebbe che non esistano vie d’uscita se non attraverso un cinismo dilagante. Ma la soluzione narrativa esiste, se siamo disposti ad ascoltarla, per salvarci dal nulla sconcertante che sta rendendo ogni cosa liquida e impalpabile. La parola scritta è materia salvifica, materia spirituale. Aggrappiamoci a lei prima di affogare. Solo così possiamo diventare persone migliori. Più piccole.

Quando ero bambino e vivevamo ancora insieme, una volta mio padre mi ha detto, “Tutte le risposte di cui hai bisogno, o almeno la prima metà, le troverai qui dentro, in una di queste pagine, magari già nel titolo”. Oggi nei titoli c’è chi usa gli hashtag al posto delle parole. Ma è proprio necessario? È evoluzione o devoluzione del linguaggio? Ricostruzione o dematerializzazione? Io ho sempre creduto che la vita letteraria non potesse essere social. Scrivere per me è un’attività solitaria, non sociale.

Ecco, non ho molto altro da dirti, caro lettore, sulla letteratura e la vita in questo preciso momento della nostra storia. Per onorare la prima, ho sempre sacrificato la seconda, ho rinunciato a tutto quello che veniva dopo il punto: famiglia, amici, amore, salute. Se decidi di dedicare la tua vita alla letteratura, non avrai altra scelta, non potrai farlo in nessun altro modo. Puoi solo imparare dalla tua infanzia e cercare di non far cancellare almeno quella, perché è lì che troverai la seconda metà delle risposte.

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