Il fallimento degli scrittori italiani

Questa trovata dei romanzi scritti per le grosse case editrici e attribuiti a personaggi mediatici di tendenza ci sta un po’ sfuggendo di mano. Mi fa un po’ schifo anche solo parlarne, ma era mio dovere prima o poi dire la mia, almeno per lasciarne una traccia alle nuove generazioni, bambini vittime della nostra vigliaccheria, bambini che davanti a una pagina di un libro illustrato tentano di allargare l’immagine coi polpastrelli.

L’influencer Giulia De Lellis, o di “non aver mai letto un libro in vita mia”. Il suo romanzo è il primo in classifica, già annunciato come record di sempre per numero di copie vendute su Amazon prima ancora di uscire.

Per uno che crea storie tutti i giorni e interpreta di continuo svariati ruoli nella sua mente, fare quello che fanno gli influencer, diciamo così, dal punto di vista tecnico, non è difficile. Basta fingere di essere il tuo personaggio, parlare come lui e  fargli dire online le stesse cose che direbbe nelle pagine di un libro. Anzi, detta così, sembrerebbe il sogno di ogni scrittore: vivere immerso nel tuo mondo, essere tu stesso un personaggio immaginario. Ed è ciò che sotto una specie di trance ogni autore sa fare bene, entrando e uscendo dal suo lavoro. Ma qui sta la differenza: entrando e uscendo, quando lo decidi tu, non quando lo ordina il web.

La strategia commerciale di molti grossi marchi editoriali e delle innumerevoli celebrità della rete è proprio questa: inventarsi un personaggio (o esserlo tu stesso, non fa differenza), interpretarlo 24 ore al giorno dietro uno schermo, e quando i follower sono arrivati a un numero considerevole, tirare fuori un libro. Un libro che in questo senso è solo un prodotto come un altro, fatto di carta e privo di contenuti. Negli Stati Uniti si usano termini più precisi, meno fuorvianti, per esempio si chiama vanity press l’editoria a pagamento, per distinguere libri quasi sempre di bassa qualità dalle opere letterarie di cui ormai in molte case si ha solo un vago, romantico ricordo, come per i vinili. Gli esperti di qualche università americana a questo punto direbbero che il rapporto è 1 a 100. In termini commerciali: 100.000 fan rappresentano almeno1.000 copie vendute.

Questa tattica di creare un personaggio e scrivere ciò che i suoi “amici” vogliono che scriva, comunque, sembra davvero facile, talmente facile da chiedersi perché allora non lo facciamo tutti. Se il mercato editoriale vuole “sfrontati cazzeggiatori semianalfabeti” con un bel corpo o una bella parlantina, perché non inventiamo un personaggio del genere come se lo stessimo inventando per un romanzo? La mia risposta (ma forse vale solo per me e per gli altri scrittori ce ne sono altre) è: la dignità. Per una questione di dignità, io non ci riesco. Non riesco a fingere di essere qualcun altro per aggraziarmi gli editor delle grosse case editrici alla caccia di follower e temi di tendenza per pubblicare libri che nessuno leggerà e che (a loro dire) vendono migliaia di copie.

Una domanda che a questo punto dobbiamo porci è perché ai divi del web riesce così bene immedesimarsi in questi personaggi idioti e popolari mentre noi, che abbiamo creato tanti personaggi e ben più complessi, non ci riusciamo. Una possibile spiegazione è che questi influencer belli quanto vuoti sono davvero degli idioti e gli viene così naturale che neanche loro saprebbero spiegare come si fa. Un’altra spiegazione meno superficiale è che gli idioti siamo noi e questi casi editoriali non sono altro che la dimostrazione del nostro totale fallimento.

Ecco perché mi vergogno di essere uno scrittore italiano se sui siti ufficiali di vendita mi ritrovo a condividere una pagina intitolata “narrativa italiana contemporanea” con Giulia De Lellis, Favi Dj e il “Signor Distruggere”. Con tutto il rispetto per chiunque si celi dietro questi nomi presi a caso. Non siete voi i responsabili di questa situazione pietosa. Gli esempi sarebbero centinaia.

L’aspetto più triste della faccenda è che sulle copertine dei loro libri (che con molte probabilità saranno la sola cosa “letta” da coloro che li acquisteranno a caro prezzo in coda presso le migliori librerie del centro) sono ritratti i loro faccini o il loro bel corpo, ancora una volta mercificando “il corpo delle donne”, come direbbe Lorella Zanardo, e offrendolo in pasto a un popolo di perpetui arrapati (E forse tutto ruota attorno a questo). E in mano, questi ragazzi hanno quasi sempre il loro smartphone. Avrebbero potuto fingere di sfogliare a loro volta un libro, magari Proust, Italo Calvino, almeno una copia dei Promessi Sposi, che per la scuola devono aver comprato. Lo smartphone è un oggetto dalle potenzialità infinite, utilizzabile per salvare vite, per fare ricerche su qualunque argomento, arricchirsi culturalmente a costo zero, e in mille altri modi, ma divenuto tristemente il simbolo dell’anticultura dilagante, la malattia dell’ego e del narcisismo sfrenato, il pressapochismo e la mania dei selfie seriali sempre più spesso responsabili di precoci depressioni e incidenti mortali. Quindi a conti fatti un oggetto pericoloso, da “maneggiare con cura”.

Edoardo Esposito e Valerio Mazzei, in arte #Valespo, autori Mondadori. Da non dimenticare l’hashtag.

Verrebbe da pensare che dopo aver rivestito per secoli un ruolo educativo, il libro sta assumendo oggi un atteggiamento diseducativo. Ma anche le istruzioni per il funzionamento di una sedia elettrica devono essere scritte in un libro. O penso ai cataloghi delle armi da fuoco, i romanzi copiati da altri romanzi con la patetica speranza di sfuggire al giudizio dei lettori attenti e liberi. Insomma, tanta immondizia ha la forma di un libro. Ciò basterebbe a consolarci. Eppure, la mia paura è che questa tendenza a sfidare il ruolo pedagogico dei libri con sfrontatezza e superbia continui a crescere. Anche se, in tutta franchezza, a me potrebbe non importarmene nulla. Come tanti autori italiani che leggo e apprezzo, io non scrivo per contendermi quel posticino in libreria perché so che non verrà dato a me ma a qualcun altro che non ha mai letto un romanzo in vita sua e un bel giorno ne pubblica uno per Rizzoli. Io scrivo per amore dei libri, tutto qui, e mi ferisce vedere un oggetto che amo prostituirsi così spudoratamente per una schifosa faccenda di soldi.

I veri editori in Italia si contano sulla punta delle dita. Case editrici come l’Adelphi, o anche Eretica e Il Foglio che conosco più da vicino, non sporcherebbero mai i loro scaffali con questa roba. Altri sono più commercianti che editori, e in questo frangente sono commercianti geniali perché hanno capito come restare a galla arruffianandosi un target mediocre a cui offrono prodotti mediocri. I diretti interessati, con l’adolescenziale inconsapevolezza di chi scrive per il successo e non per altre ragioni profonde dell’animo umano, danno vita a un mostro difficile da gestire, a meno che non abbiano una forte interiorità. Qualcosa che non potrà fare altro che distruggerli non appena la pressione esercitata dagli stessi follower sarà troppo forte. I fan sono ansiosi e bramosi di novità, anzi di stories*, come le chiamano adesso sovrapponendo i campi semantici, confondendo i lettori già abbastanza confusi. Alla fine dei conti, la colpa è soltanto nostra perché nonostante ci lamentiamo della crisi, per una ragione o per un’altra, continuiamo a comprare questi finti libri a prezzi altissimi.

Le pubblicazioni usa e getta da autogrill comunque sono sempre esistite, e di sicuro non è facile analizzarle perché sarebbe come analizzare i gusti e le mode che cambiano di continuo. Dovremmo iniziare dai bestseller della Clerici e la Prova del Cuoco o quelli dei calciatori e dei tennisti, per non parlare dei tomi in uscita sotto Natale a firma dei leader politici più popolari o addirittura del Papa! Il problema è il totale caos in cui questo tipo di editoria ci ha gettati, senza dare spiegazioni, senza offrirci un salvagente: già a novembre le librerie italiane somigliano a un mare pieno di merda in cui è sempre più difficile trovare delle perle di letteratura contemporanea.

Sarebbe tutto più corretto se si facesse maggiore chiarezza, se non si scrivesse “romanzo” su un libro di un influencer ma, per esempio, “metalibro”, “paralibro”, o qualsiasi altra parola che lo distinguerebbe dai romanzi veri, e i recensori imparassero a usare le parole e a dare loro il giusto peso evitando termini come “fatica” e “opera letteraria”. Almeno non prima di una decina d’anni di letture, gavetta e rifiuti, come per tutti noi. Basta leggere tra le righe: sono gli stessi influencer a volte ad ammettere che il loro libro non nasce con ambizioni letterarie, come nel caso della giovanissima Marta Losito, che si è rifiutata di scrivere o farsi scrivere l’autobiografia richiesta dalla Mondadori e si è limitata a pubblicare una raccolta di pensieri sparsi a corredo delle sue fotografie. Quasi come per giustificarsi, per dimostrare in fondo un sentimento di rispetto nei confronti di chi i libri li scrive per passione, e non per denaro. Oppure quei due ragazzi dal volto angelico, quasi femminile, che insieme si chiamano Valespo e così inziano la loro narrazione, “Bene, finalmente abbiamo l’occasione di fare qualcosa di bello, unico e importante, scrivere un libro. Davvero fantastico… Se soltanto sapessimo come si fa!”

Il “modello” imposto ai giovani dall’attuale politica dell’ego e dall’industria editoriale italiana.

Quella di giustificarsi e ammettere che il proprio libro non ha alcuna aspirazione letteraria, ora è diventata la prassi, lo scrivono quasi tutti, e sa di bugia come le scuse del bambino che con la mano piena di caramelle dietro la schiena promette alla mamma di non mangiarne più. Nonostante ciò, la mia non è una critica, né in alcuna forma un giudizio su questi giovani che fanno in fondo ciò che tutti abbiamo fatto: cercare un loro posto nel mondo. E non avendo altri modelli, lo fanno con i mezzi offerti dal web. Il mio è piuttosto un invito a riflettere sulle logiche perverse di mercenari spietati che attraverso il web si servono di loro per arricchirsi.

Internet è una rappresentazione del mondo reale, un parallelismo infinito. Parlare dei fenomeni che la riguardano equivale a parlare del mondo stesso e non è possibile, o meglio, non è possibile in così poco tempo. Perché mentre articolo questi miei pensieri e li trasformo in parole, qualcuno starà già studiando una nuova trovata commerciale per trasformare in autore di bestseller la nuova vittima sacrificale di questa macchina perfetta e diabolica di pura vanità.

*L’uso della “s” nel plurale delle parole inglesi è sbagliato. Se si inserisce un termine inglese in un testo italiano, anche al plurale rimane invariato.
Nota del 19/09: Vorrei ringraziare alcuni lettori del blog e della pagina Facebook associata per avermi fatto notare l’uso improprio di un paio di termini editoriali. Grazie alle loro preziose osservazioni, ho potuto correggere e migliorare questo testo. I social, se usati bene, possono servire anche a migliorarsi.

4 pensieri riguardo “Il fallimento degli scrittori italiani

  1. Mi trovo d’accordo su molti punti. Siamo in un’epoca in “tutti scrivono un libro” e molti di questi pseudo scrittori sono spesso gente che non hai mai letto nemmeno un libro. Questo lo ha dichiarato la stessa Giulia De Lellis proprio nel suo libro. Ed è molto ironico vedere che il suo libro è il più venduto, in questo momento, su Amazon

  2. Grazie Claudio. Mi riferivo al fatto che negli USA chiamano le cose col loro nome, mentre da noi si crea confusione nei lettori. Vanity press è tutto un mondo che inizia col pagare per pubblicare e di conseguenza determina tutta una tipologia di pubblicazioni simili a queste, una specie di “paraletteratura”, con la differenza che le si distingue subito.

  3. D’accordo, per quanto l’argomento sia ormai stato trattato in tutti i modi. Una precisazione: “vanity press” non è ciò che descrive nell’articolo, ma l’editoria a pagamento, ossia l’esatto contrario. Non è un’opinione, ma un dato di fatto.

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