Il senso della scrittura oggi

Qui il link all’intervista completa, intitolata “Il senso della scrittura oggi”, a cura del giornalista Angelo Barrco

«In un momento storico e sociale così travagliato tra le molteplici forme di narrazione con cui ci troviamo a confrontarci, molte di queste criticate da te, come le opere scritte da/per youtuber, influencer o personaggi mediatici seguiti da milioni di follower, chi può davvero decidere cos’è la “vera letteratura”? Tu, forse?».

Banksy, Girl with balloon, 2004

Se tu avessi una piccola fabbrica artigianale di gelati preparati con prodotti naturali e li vendessi e regalassi davanti a una scuola, e un giorno arrivasse qualcuno che domina il 51% del mercato del gelato e vendesse ai bambini gelati fabbricati con composti chimici tossici, come ti sentiresti? È una questione molto complessa e se l’analizziamo bene è anche molto squallida. La mia critica non è rivolta agli autori di questo tipo di libri. Ci mancherebbe. Siamo stati tutti giovani e impazienti. Né tantomeno è una critica alla narrativa commerciale che è sempre esistita. Ma al meccanismo pubblicitario fuorviante dei grossi gruppi, anzi del grosso gruppo editoriale, che ne trae profitto.

Per definizione, “letteratura” è tutto ciò che costituisce la produzione scritta di un paese. A questo va aggiunto, per precisione, che esistono vari generi letterari. E all’interno del genere chiamato “romanzo”, esistono vari tipi di romanzo, quello d’amore, il memoriale, il thriller, il romanzo di formazione, d’avventura eccetera. Esistono romanzi nati per una vocazione artistica, che contengono immagini, descrizioni, viaggi interiori. In una parola: un’esperienza profonda. L’esperienza della lettura intesa come condivisione di mondi interiori, un’avventura formativa, educativa e in qualche modo arricchente. Libri ispirati, scritti con molta fatica, a seguito di folgoranti e sconvolgenti illuminazioni che ti tengono per diversi mesi incollato alla carta, o dopo lunghe ricerche, e con consapevolezza nell’uso delle strutture grammaticali e sintattiche e quant’altro riguarda il mondo della parola scritta. Una consapevolezza che, a mio parere, si acquisisce solo leggendo. Leggendo per anni e anni. A questa tipologia di romanzo – giacché è questo il mio settore e non voglio occuparmi di ciò che non mi compete – si aggiungono quelli scritti per altri scopi, soprattutto scopi commerciali. Libri che hanno lo stesso valore di qualsiasi altro prodotto immesso sul mercato. Sicuramente, dopo essere stato pubblicato, anche un romanzo di valore letterario diventa un prodotto, ma non nasce con quello scopo. Ora non dirmi che Kerouac ha scritto On the road pensando che sarebbe diventato un libro cult famoso in tutto il mondo! Uno scrittore che scrive per passione, per vocazione, per necessità, è felice di vedere che la sua opera vende, anche per una soddisfazione personale, per uno spronante riscontro. Sarebbe un ipocrita a dire il contrario. Ma non è certo quello il motivo per cui si è messo alla scrivania per uno, due, a volte tre anni, a volte tutta la vita pur di dare con onestà la sua testimonianza e scrivere una storia coinvolgente, emozionante. Gli esempi sono infiniti. C’è chi si è ammazzato per amore delle sue opere. Chi le ha amate a tal punto da bruciarle. Chi ha dovuto inventarsi svariati eteronimi e scrivere con svariati stili per riuscire a trovare se stesso. Costoro si sono meritati un posto nella categoria di “narrativa letteraria”.

Il fenomeno dei giovani e giovanissimi youtuber, influencer, tronisti e quant’altro, è da analizzare non tanto perché questi ragazzi pubblicano un libro (scritto da sé o da altri) ma perché questi testi vengono erroneamente inseriti nella categoria di “narrativa letteraria” e recensiti proprio come se lo fossero. Ma di fatto non si possono definire tali. Perché si tratta di trascrizioni di post di Facebook, o delle fotografie più cliccate su Instagram corredate da piccole frasi in font 20 al centro di pagine bianche, o peggio, di romanzi, sì, ma scritti da ghost writer, per cui dei falsi, delle bugie. O peggio ancora, scritti da chi sa scrivere e li firma sfruttando a sua volta la faccia di un personaggio popolare. Perché accettiamo un’opera del genere? Che senso ha leggere il libro di un personaggio mediatico che pur amiamo sapendo che non è stato lui a scriverlo, o che addirittura non ne sarebbe neanche stato capace? Lo facciamo perché ciò che dice il web oggi è più forte e persuasivo di quello che diceva Mussolini ai tempi dei miei nonni, i quali, non avendo altri punti di riferimento, credevano in lui come se fosse un dio in terra. I social network da questo punto di vista non hanno nulla da invidiare al fascismo e a qualsiasi altra dittatura politica. Forse è per questo che certe retoriche tornano di moda. E certa politica se ne serve così bene.

Ad ogni modo, tornando a queste pubblicazioni che vengono spacciate per “narrativa letteraria”, c’è da chiarire anzitutto che nessuno punta il dito contro gli autori. Anzi, loro sono a mio avviso le prime vittime inconsapevoli di queste operazioni commerciali. Infatti non sono loro il più delle volte a bussare alla porta delle case editrici, ma avviene il contrario appena i loro follower superano un certo numero. Un numero che rappresenta i potenziali “lettori”. Follower che da affezionati e inseparabili compagni di viaggio diventeranno meri clienti. Clienti che acquisteranno i prodotti a cui questi ragazzi faranno da testimonial, abbigliamento, orologi, catene di fast food eccetera.

Al lavoro con mia figlia…

Inebriati dal successo e dai soldi facili, prendono questa faccenda forse superficialmente e non riflettono sul mostro che stanno creando. Un mostro che mangerà anzitutto loro (a dire degli psicanalisti che hanno in cura gli influencer crollati dopo mesi di enorme pressione psicologica subita proprio dai loro follower). E infine minaccerà i bambini nati dopo l’avvento del web. Come mia figlia. In che modo? Confondendo le idee, inserendo questi libri di bassa qualità tra Il vecchio e il mare e Il sentiero dei nidi di ragno. Tanto per citare i primi due esempi che mi vengono in mente tra le migliaia di romanzi “veri” che mi piacerebbe proporre a mia figlia senza dover lottare contro il bombardamento pubblicitario insostenibile e fuorviante del grosso gruppo editoriale che pubblica (anche) questi prodotti. Si tratta di commercianti, di commercianti geniali. In un momento in cui si dice che nessuno legga (io non credo sia vero), loro diversificano l’offerta. Ma siamo sicuri che il calo dei lettori non sia dovuto proprio a questa “diversificazione”? Il problema è che oltre a inserirli nella categoria sbagliata, si utilizzano definizioni come “romanzo”, “fatica letteraria”, “opera prima”, “esordio letterario” e quant’altro è assolutamente fuorviante. Perché non si tratta di nulla di tutto ciò, ma di prodotti commerciali. Un po’ come le ricette di Antonella Clerici, per intenderci. Siamo tutti d’accordo che la Clerici non ha nulla a che vedere con Hemingway e Italo Calvino. Giusto? Compriamo i libri di ricette perché ci servono per cucinare. A nessuno verrebbe in mente di definire “romanzo” il ricettario della Prova del cuoco! D’altro lato, siamo d’accordo che nessuno sta dicendo che questi ragazzi non debbano scrivere e che “l’ermo colle” spetti solo agli sgobboni da scrivania. Questa sarebbe censura. Il punto della questione è che basterebbe essere chiari quando si inquadrano questi libri, dare loro la giusta definizione, il posto giusto in libreria. Oppure limitarsi a fargli firmare delle agende, dei diari con le loro fotografie. Sarebbe più coerente e rispettoso nei confronti di chi i libri li fa con amore e sacrificio. Penso anche ai piccoli editori indipendenti che sudano per competere con il grosso mercato imperante. Invece si è deciso di spacciare per narrativa letteraria qualcosa che è sicuramente un fenomeno letterario, per la ragione citata prima, ovvero perché ha a che vedere con la produzione scritta del nostro paese, ma che narrativa letteraria non è.

Da appassionato di lingue straniere, osservo anche che la lingua, e quindi le sue espressioni, tra cui quella scritta, è qualcosa di vivo, in continua evoluzione. Nei prossimi decenni forse l’idea di letteratura continuerà a trasformarsi, a subire il peso del mercato. Anche in altri campi dell’editoria avviene lo stesso: gli articoli di giornale sono sempre più corti, le immagini prendono sempre più il sopravvento sulla parola, e la parola stessa è usata in maniera superficiale e approssimativa. Sono anche convinto che se nei programmi scolastici del futuro si sostituisse Moravia con Favi deejay o Lalla Romano con Giulia De Lellis, sarebbe un vero peccato. Ed è mio dovere, se voglio fare onestamente il mio lavoro, far porre ai lettori domande come queste.

Io non sto qui per giudicare, sia chiaro. Il giudice giudica. Il romanziere onesto cerca delle risposte, e ancora meglio, cerca delle domande per capire il mondo che lo circonda e condividere con i lettori i suoi dubbi più che le sue certezze. Di conseguenza, coloro che pubblicano o che lavorano per certe case editrici, vorranno difenderle e diranno adesso che per i loro figli non fa differenza leggere Le corna stanno bene su tutto o Moby Dick. Ma lo capisco, fa parte del gioco.
Un gioco che spero vinceranno i veri scrittori.

2 pensieri riguardo “Il senso della scrittura oggi

  1. Penso anche che i veri scrittori (che esistono ancora) abbiano bisogno di lettori e non di follower, né tantomeno di clienti, e che i due mondi per questo motivo rimarranno separati anche se con le dovute proporzioni del gigante cieco che continua a cercare nessuno.

  2. sostituire Moravia con Favi deejay configura un’efficacissima operazione di neuromarketing multilivello: dapprima, il consumatore viene educato a confondere finalità, bisogno e strumento affinché possa realizzare appieno le proprie potenzialità di acquirente compulsivo; dopodiché, mediante la fruizione del prodotto acquistato, le facoltà mentali del consumatore vengono ulteriormente addestrate allo scopo di plasmarlo in suddito ideale del *reamercato* liberista.
    ergo, affermare che “nei prossimi decenni forse l’idea di letteratura continuerà a trasformarsi” suona tragicamente “vintage”, tipo il gracchiare vinilico dei solchi di “my generation” degli Who.
    : )
    ebbene sì… purtroppo, in molti siamo vittime di una soggettiva distorsione spazio-temporale, nel senso che i “prossimi decenni” sono già qui da un pezzo e “i veri scrittori” sono una specie ormai estinta.

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