Una specie immobile a riva

illustrazione: Gaia Niola

Questa non è autopromozione, né autocelebrazione. Entrambe servono a poco se non sei mediatizzato, cosa che comunque mi farebbe paura e disgusto. E non è lo scopo per cui scrivo. La favola mediatica muore col tempo dell’uomo, non appartiene al tempo dei libri. Álvaro Mutis diceva in proposito, “elogi in bocca propria sono vilipendio”.
Pertanto, non ordinate i miei libri né provate a cercarli in libreria. Non li ho scritti per vendere, fare soldi, avere successo, o simili palliativi. Li ho pubblicati per lasciare una traccia, dare una testimonianza onesta e consegnare a mia figlia un giorno la mia unica eredità, che sarà fatta di carta.

Chi scrive, lo fa perché ha un male dentro, un fuoco che divampa dalla bocca e dalle dita, e non si riesce a placare con le piccole gioie passeggere di cui ci circondiamo. Anche se ci illudiamo tutti di essere felici prima o poi, e non possiamo farne a meno, per non impazzire all’idea che la vera ricerca sia qualcosa di intangibile, di etereo, e sparisca appena crediamo di averla tra le mani. La verità è che nelle nostre mani senza calli non abbiamo quasi nulla. Perché apparteniamo a una specie immobile a riva.

Intanto, un mare funesto nasconde corpi innocenti e attira i nostri occhi troppo occupati a guardare se stessi per accorgersi del male in cui viviamo.

In un’epoca in cui odiare è lecito, vendersi è indispensabile ed essere gentili è una debolezza, quello che posso dire riguardo ai miei scritti è che ci sono cose molto più urgenti a cui pensare. I libri esistono per liberare. Ma ciò presuppone che ci sia ancora qualcuno che vuole essere liberato, da qualche parte, nascosto tra la folla che agogna l’inconsistenza di cui è fatta.
Perciò non mi aspetto che i miei libri vengano letti. Sarei l’ennesimo ammalato, febbricitante, affetto dalla malattia dell’ego diffusa dai media e dalla politica. Sarei accecato da ciò che voglio e dimenticherei ciò che invece voglio dare. Ma anche dare, mi sa, è diventata una debolezza.

Cosa dovrei fare, allora? Arrendermi alla macchina perfetta della vanità? Rendere pubblica la mia debolezza, la mia sofferenza, come fanno tutti? Lucrare su me stesso e piangere lacrime d’acqua dolce? Non credo che anche questo serva a molto. Mi fa pena chi racconta il falso e vende dignità sul bancone della celebrità. Preferisco continuare a scrivere il vero, che mi affascina ancora nella sua eternità. E se questi libri dovessero arrivare nelle nostre case prive di specchi, l’unica cosa che vorrei è che in una pagina qualsiasi, in una sola parola talvolta, ognuno di noi ritrovasse di nuovo delle ragioni tangibili e private per amare. Perché è di questo che abbiamo bisogno.

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